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Due voti per la sovranità nazionale.
In Brasile, plebiscito sull'ALCA ed elezioni presidenziali

Fonte Adista

DOC-1256. BRASILIA-ADISTA. Effetto domino: questo l'incubo degli Stati Uniti per le prossime elezioni presidenziali brasiliane (6 ottobre). Come spiega Constantine Menges, professore alla George Washington University ed ex consigliere della presidenza Usa per la Sicurezza nazionale, un'eventuale vittoria del Partito dei lavoratori (PT), il maggior partito della sinistra brasiliana, potrebbe portare alla creazione di "un asse Castro-Chávez-Lula" in grado di condizionare Paesi come la Colombia, la Bolivia, l'Ecuador e l'Argentina, consolidando così un grande blocco di sinistra in America Latina. E non si fidano per niente, gli Stati Uniti, dell'immagine moderata che Lula, l'eterno candidato del Pt, ad oggi in testa a tutti i sondaggi, sta cercando in ogni modo di far passare, nel tentativo di alleggerire la pressione esercitata dal capitale finanziario, che soffia sul fuoco della crisi economica in cui è precipitato il Paese. È così che il leader storico della sinistra - alle spalle una vita a fianco del popolo - si è pronunciato a favore del libero mercato, promettendo di rispettare tutti gli accordi economici sottoscritti dall'attuale governo, rassicurando gli investitori esteri e alleandosi, persino, con un partito conservatore come quello liberale (il cui leader, José Alencar, è stato scelto da Lula come vicepresidente) strettamente vincolato alle Chiese evangeliche fondamentaliste e fortemente orientato verso una politica liberista, nonché decisamente ostile al Movimento dei Senza Terra. Ma non sembra bastare: le principali istituzioni finanziarie continuano a non fidarsi, predicendo il caos economico in caso di vittoria del PT.
Solo che, come spesso già accaduto nella sinistra di mezzo mondo, se la via della moderazione non è sufficiente a rassicurare la destra, sembra tuttavia molto efficace a scontentare non pochi militanti di sinistra. E, nel caso del Brasile, anche la Chiesa (almeno in parte) che vede allontanarsi la possibilità per il Paese "di definire un progetto nazionale proprio e di assumere un ruolo leader nell'integrazione latinoamericana", secondo quanto indicato dal Consiglio permanente della Conferenza dei vescovi brasiliani (Cnbb) nel documento "Elezioni 2002 - Proposte per la riflessione".

Come scrive Pedro Ribeiro de Oliveira, assistente della Cnbb per il settore delle Comunità ecclesiali di base, Lula ha smesso di parlare di 'rottura' o di 'mutamento d'asse' nell'orientamento della politica economica. È come se la crisi economica fosse venuta a ristabilire l'egemonia del 'pensiero unico' e fatto dimenticare il messaggio del Forum Sociale Mondiale di 'un altro mondo possibile'. Solo una strategia elettorale per non spaventare l'elettorato - si chiede Ribeiro de Oliveira - o l'approdo a una posizione realista "che raccomanda una transizione lenta, graduale e sicura, rinviando il vero mutamento al 2006?". Di sicuro, questo mutamento "sta provocando uno iato" tra il partito e i movimenti sociali, con il rischio di una rottura che danneggerebbe l'uno e gli altri.
Non sembra, tuttavia, che Lula stia facendo molto per impedirlo, come dimostra la sua decisione di non partecipare al plebiscito popolare (senza valore legale) sull'Alca (l'Area di libero commercio delle Americhe) promosso dalla Cnbb, con l'appoggio del Movimento dei Senza Terra, della Centrale Unica dei Lavoratori e di altri organismi popolari, dall'1 al 7 settembre, in occasione del Grido degli esclusi (l'iniziativa che si svolge ormai da diversi anni il 7 settembre, il giorno della festa dell'indipendenza): "il PT - ha affermato Lula - è sul punto di conquistare il governo e non può mettersi a giocare a fare il plebiscito. Il Plebiscito deve essere fatto quando si arriverà al governo, secondo quanto prevede la Costituzione. Non possiamo rimanere ostaggi di una cosa che non ha valore legale".
Gli ha risposto il pur assai moderato segretario generale della Cnbb, mons. Reymundo Damasceno Assis: "gli organizzatori della consultazione stanno facendo le cose con la massima serietà e responsabilità. Essi sanno che l'accordo sull'Alca avrà un impatto sulla vita di ogni cittadino brasiliano. In democrazia, dobbiamo rispettare le manifestazioni della società. Non si deve considerare questa consultazione come qualcosa di superficiale".
Di seguito, alcuni dei tanti interventi apparsi in questi giorni in Brasile sulla questione del plebiscito sull'Alca.

Amico Lula, ...e chi gioca!?

di padre Alfredo Gonçalves

Amico Lula,
sono sacerdote della Chiesa cattolica e milito nel Partito dei Lavoratori, il Pt, fin dalla fondazione. Purtroppo non voto perché, seppure col cuore brasiliano, sono nato dall'altra parte dell'oceano. Tuttavia, quando il PT nasceva, io ero lì. Ero lì e come tanti altri cristiani e militanti, ho contributo alla costruzione delle migliaia di nuclei che, per tutto il Brasile, avrebbero rafforzato e consolidato quell'organismo che oggi è il Partito. Ero lì, come tanti lavoratori, leader e operatori, convinto che un altro modo di fare politica fosse possibile. Ero lì, e non stavo giocando!
Non giocavo quando, negli anni '70, partecipavo attivamente ai numerosi gruppi di appoggio agli scioperi dei metallurgici della zona industriale di São Paulo e, poi, di altre categorie per tutto il territorio nazionale.
Non giocavo quando, fin dagli anni '70 e per tutti gli anni '80, aiutavo i movimenti popolari ad organizzare le lotte per la terra e nella terra, per la casa, per migliori condizioni di salute, di educazione e di trasporto e per i diritti di base di una cittadinanza degna e giusta.
Non giocavo quando, negli anni '90, facevo parte del coordinamento di tre Settimane Sociali brasiliane, promosse dalla Conferenza dei vescovi brasiliani insieme ad altri organismi e movimenti sociali. La prima, nel 1991, sul lavoro e le nuove tecnologie; la seconda, nel 1993-94, sul tema Brasile, Alternative e Protagonisti; la terza, dal 1997 al 1999, come preparazione al giubileo del 2000 sul Debito estero e i debiti sociali.
Non giocavo quando, a partire dal 1995, insieme a numerosi movimenti sociali e organizzazioni, abbiamo promosso il Grido degli Esclusi come forma per portare in strada il clamore e l'indignazione popolare, indicando al contempo cammini alternativi al sistema neoliberista, accentratore ed escludente.
Non giocavo quando, nel 2000, partecipavo - come assistente della Pastorale Sociale della Cnbb - al coordinamento della Campagna Giubileo Sud nell'organizzazione del plebiscito sul Debito estero, a cui ha partecipato lo stesso Pt e che ha portato alle urne più di 6 milioni di brasiliane e brasiliani che volevano fosse immediatamente affrontato il problema del debito. Chiaro, non siamo interessati ai numeri, ma al coinvolgimento crescente e cosciente della popolazione.
E non sto giocando in questo esatto momento, mentre, in rappresentanza della Pastorale Sociale della Cnbb, continuo a lavorare nel coordinamento del Plebiscito nazionale sull'Alca. È di dominio pubblico che, se fosse firmato, il trattato avrebbe serie conseguenze per la vita della popolazione, che ha il diritto e il dovere di partecipare al dibattito, oggi occulto e riservato ai gabinetti di alcuni tecnocrati del governo.
Per tutto questo, manifesto la mia sorpresa per la frase infelice con la quale Lei ha insinuato che il Plebiscito è uno "gioco". Lei ci deve delle spiegazioni: o una smentita ufficiale della notizia riportata dal giornale "O Globo", o, nel caso la dichiarazione fosse effettivamente sua, un chiarimento, per rispetto ai milioni di cittadine e cittadini che andranno a votare tanto al Plebiscito di settembre quanto alle elezioni di ottobre. Continuo a lottare e a tifare per la vittoria del Partito dei lavoratori. Trovo che sia uno dei pochi partiti, in Brasile, che possono aiutare a costruire un nuovo modo di fare politica. Ma continuo a lottare e a tifare con la stessa fermezza e testardaggine per il diritto di ampia partecipazione popolare ai destini del Paese.
Un grande abbraccio e hasta la victoria!, se Dio vuole.
* Lettera aperta di un sacerdote e militante del Pt a Lula

Il plebiscito non è ufficiale?
Tanto più è valido*

di mons. Demetrio Valentini

Questa volta, la Settimana della Patria sarà diversa. Il popolo brasiliano si sta svegliando. Non trova più senso nella celebrazione formale, nel discorso ripetitivo, nell'apparato solenne ma vuoto di significato. Il popolo vuole sapere ed è pronto a partecipare.
La prova di questo salutare cambiamento è il plebiscito sull'Alca, proposto da organismi della cittadinanza, l'interesse per il quale si va diffondendo per il Brasile come fuoco in tempo di siccità e di vento. Da tempo non si vedevano professori e studenti in subbuglio alla ricerca di informazione, di sussidi, di spiegazioni. Il plebiscito sta compiendo la sua funzione ancora prima che si realizzi la consultazione. Chi parlerebbe oggi dell'Alca se non fosse stata lanciata l'iniziativa del plebiscito?
Il suo primo merito consiste nel convocare al dibattito concreto su questioni che riguardano la vita del popolo e coinvolgono il futuro del Paese. In questo senso, il plebiscito si presenta innanzitutto come un valido contrappunto alle "messe in scena" della campagna elettorale dove i candidati cercano di dire quello che gli elettori gradiscono.
È in questo contesto che troviamo la risposta sulla validità di un plebiscito non ufficiale, alla vigilia di elezioni presidenziali, nella prospettiva di profondi mutamenti nel prossimo governo.
In primo luogo il risultato del plebiscito sarà un punto di riferimento importante per il Brasile. Credo che ogni presidente che voglia contare sull'appoggio del popolo, non possa rimanere indifferente e non possa disprezzare un'iniziativa come questa. Soprattutto perché è carica di valori imprescindibili per fondare un governo che dovrà affrontare situazioni difficili e duramente impegnative.
Il plebiscito rafforza la cittadinanza. Soprattutto perché non è ufficiale. Siamo stanchi di cose ufficiali che, in realtà, non funzionano. La stessa Costituzione comincia ad irritare per il contrasto fra l'ufficialità indiscutibile di ciò che stabilisce e la realtà differente che il popolo vive. Ci sta scritto: "La salute è un dovere dello Stato e un diritto del cittadino". Molto ufficiale e poco vero!
Il plebiscito risveglia la percezione dei problemi che riguardano il Paese. Porta nel dibattito pubblico questioni che non possono rimanere ristrette all'ambito delle commissioni tecniche, sprovviste di mandato popolare e soggette a pressioni di interessi corporativi. Quello che interessa il Paese deve essere dibattuto dai cittadini. Così il governo godrà di condizioni migliori per negoziare in nome della nazione.
Il plebiscito produce una coesione nazionale la cui forza diventa sempre più urgente di fronte alle pretese egemoniche dei centri mondiali di potere economico.
Allo stesso tempo, il plebiscito sull'Alca non si oppone a una integrazione dei Paesi dell'America che salvaguardi le identità nazionali, rispetti i valori culturali di ogni popolo e avvii una giusta ed equa partecipazione ai beni economici derivanti dai progressi tecnologici, dai contributi del capitale finanziario e dall'imprenscindibile contributo dei lavoratori. Rifiutando il modo in cui si sta tessendo l'Alca, la campagna continentale manifesta la convinzione che "un'altra America è possibile". Ma soprattutto il plebiscito indica la questione di fondo su cui è necessario l'allarme. In verità, quello che è in gioco è la sovranità dei Paesi dell'America Latina. Con il Nafta e con l'Alca si sta cercando di scatenare un processo di ricolonizzazione attraverso i tentacoli della dipendenza finanziaria, della sottomissione tecnologica e della debolezza militare.
È questo il tempo di reagire. Il modo democratico di contrapporre un progetto alternativo è il plebiscito. Andiamoci!
* Titolo originale: "Validità del Plebiscito"

Che accordo può esserci tra il lupo e l'agnello?*

di Marcelo Barros

Riconosco chi è di Dio non quando parla di Dio ma per la sua maniera di parlare di questo mondo, diceva Simone Weil. Forse questo spiega perché pastori di diverse Chiese si siano uniti ad organizzazioni della società civile per promuovere, nella Settimana della Patria, una consultazione popolare: il plebiscito sull'Alca, l'Area di Libero Commercio delle Americhe.
In una società sempre più dominata dal pensiero unico e sempre meno sensibile alle mobilitazioni popolari è importante che i cristiani siano profeti di Dio e testimoni. Al tempo della dittatura militare, alcuni dicevano: "il popolo non sa votare". Ora dicono: "il popolo non sa cos'è l'Alca e non si trova nelle condizioni di poter rispondere alla consultazione". Solo il governo può fare il plebiscito. Grazie a Dio, aumenta il numero di coloro che pensano che questa realtà socio-economica sia troppo seria per poterla affidare solo a tecnici e a politici di professione. È in gioco con questo progetto dell'Alca qualcosa che avrà conseguenze terribili per la vita di tutta la popolazione. Per questo, le comunità di base e il popolo in generale hanno il diritto di votare e di esprimersi su di questo.
La Conferenza dei vescovi del Canada ha pubblicato un documento dal titolo "Vendendo il futuro: una riflessione sulla relazione tra imprese che investono, lo Stato nel Trattato di libero commercio e la sua espansione a tutta l'America Latina. In questo documento, i vescovi avvertono: dal modo in cui è pensata, l'Alca mina la sovranità degli Stati, danneggia l'ambiente e ostacola la partecipazione democratica del popolo agli atti del governo. Il documento rivela che, per precedenti accordi dello stesso tipo, la popolazione povera del Canada ha visto diminuire il suo reddito e negli Stati Uniti si sono persi 760mila posti di lavoro. Per i vescovi canadesi, l'Alca è il trattato su commercio e investimenti con il maggiore carattere di invasione della storia. I suoi negoziati si sono svolti escludendo dal dibattito la società civile e i gruppi popolari.
Per tutto questo, le comunità popolari del Brasile realizzano una profezia pronunciandosi su questo accordo, anche se il plebiscito non è ufficiale. L'autentica democrazia e l'esercizio della cittadinanza si realizzano al di là degli stretti limiti ufficiali. E questo riguarda non solo le nostre convinzioni politiche, ma la fede. Tutto ciò che attenta alla giustizia e alla vita dei poveri attenta al Dio della vita.
Condivido con voi l'opzione di seguire Gesù Cristo che disse: Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome accoglie me. Per questo, mi pongo in comunione con i popoli indigeni, i movimenti dei contadini senza terra, le organizzazioni dei poveri della città e dei campi. Sogno un mondo in cui le nazioni si integrino veramente, l'economia diventi realmente mondiale e le culture si incontrino in un dialogo profondo, a partire dalla solidarietà e dalla giustizia.
L'Unione Europea ha impiegato decenni per costituirsi. È stato necessario che i Paesi più ricchi soccorressero le nazioni più povere, come il Portogallo, la Spagna e la Grecia, per livellare le capacità e rendere possibile un accordo più egualitario. Non può essere giusto un trattato basato su disuguaglianze immense come avviene tra l'economia degli Stati Uniti e quella dei nostri Paesi dell'America Latina. La stessa saggezza biblica ricorda: non ti associare a qualcuno più potente e ricco di te. Cosa può avere in comune una brocca di terracotta con una pentola di ferro? Quando si batte una contro l'altra, è sempre la brocca di terracotta che si rompe. Può il lupo andare insieme all'agnello? Che alleanza può esserci tra la iena e il cane? Che accordo può esserci tra un ricco e un impoverito? Il Salmo 33 canta: Il Signore annulla i progetti delle nazioni potenti. Egli è nostro aiuto e nostro scudo.
* Titolo originale: "Ragioni spirituali per essere contro l'Alca"

Trattato dell'ALCA e cessione
agli U.S.A. della base di Alcântara:
per il Brasile due problemi con la stessa radice*

di Frei Betto

"La sovranità non si negozia" è il tema del Plebiscito sull'ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), promosso questa settimana in tutto il Brasile dalla Conferenza dei vescovi brasiliani (CNBB), con l'appoggio del MST (Movimento dei Sem Terra), della Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), della CMP e di altri organismi popolari.
L'iniziativa culmina nel Grido degli Esclusi, il 7 settembre, che già da anni si celebra nelle principali città del Paese.
Schede e urne per la votazione sono disponibili nelle parrocchie, nei centri comunitari, nei comitati di quartiere, nelle sedi dei sindacati e degli enti promotori.

I votanti devono rispondere a tre domande:
1) Il governo brasiliano deve sottoscrivere il trattato dell'Alca?
2) Il governo brasiliano deve continuare a partecipare ai negoziati per l'Alca?
3) Il governo brasiliano deve cedere parte del nostro territorio, la base di Alcântara, agli Stati Uniti per controllo militare?.

Nel 2000, gli stessi organismi, insieme al Partito dei Lavoratori (PT), hanno promosso il Plebiscito sul Debito estero. Erano attesi 3 milioni di votanti, ma ne sono giunti 6 milioni, la grande maggioranza dei quali si sono espressi contro l'imposizione di ulteriori sacrifici al popolo brasiliano a vantaggio dei creditori internazionali. Ora il tema è la sovranità del Paese, minacciata dalla proposta di creazione dell'Alca, un'estensione della Dottrina Monroe, che predica il controllo del continente americano da parte degli Usa.
"Abbiamo il 4% della popolazione mondiale - ha dichiarato Bill Clinton quando era presidente - e controlliamo il 22% delle ricchezze del mondo. Se volessimo mantenere questa fetta di ricchezza, avremmo bisogno di vendere per il restante 96% della popolazione". Se l'Alca venisse approvata, ingloberebbe 34 Paesi delle Americhe, ad eccezione di Cuba, il che significa un mercato di 800 milioni di potenziali consumatori.
È un equivoco paragonare l'Alca alla Comunità Europea costruita nell'arco di molti anni nel modo più democratico possibile, con la popolazione che ha avuto la possibilità di dibattere ogni dettaglio e di decidere tramite plebisciti. Paesi poveri come l'Irlanda, il Portogallo e la Grecia hanno ricevuto aiuti per risollevare le loro economie.
Nel caso dell'ALCA, avviata a porte chiuse dal 1994, la solidarietà è quella che vi trova meno posto. E la competizione fra il gigantismo degli Usa e i Paesi dell'America Latina sarà tanto squilibrata che risulterà una vera annessione, come è successo a metà del territorio del Messico e a Portorico nel XIX secolo. Si tratta di creare un mercato continentale capace di assorbire l'eccesso di produzione degli Stati Uniti, inaridendo ancora di più la nostra precaria industria nazionale. In base alla proposta attuale, una volta approvata l'ALCA, le imprese degli Stati Uniti potranno partecipare a concorsi e aste per i servizi pubblici, il che rappresenterà una minaccia per la produzione nazionale e una spinta per la crescente privatizzazione di settori come la sanità, l'educazione e la previdenza.
L'attuale politica di flessibilizzazione delle leggi sul lavoro, adottata dal governo di Fernando Henrique Cardoso, fa parte degli accordi con il Fondo Monetario Internazionale che ha condizionato il rinnovamento dei suoi contratti con il Brasile alla totale adesione del nostro Paese all'ALCA. Se questa fosse approvata, il capitale speculativo avrebbe piena libertà di cercare in qualsiasi Paese del continente la maggiore resa economica, aumentando la nostra povertà ed espropriando le nostre ricchezze. Eliminando il controllo sul movimento dei capitali stranieri e concedendo esenzioni tributarie alle operazioni di chi risiede all'estero, il Brasile sta già preparando questo cammino di sottomissione agli interessi di Washington.
Come competere con una nazione che, nel 2000, ha raggiunto un Pil di 9,9 migliaia di miliardi di dollari? Nello stesso anno, quello del Brasile è stato di 593 miliardi di dollari. L'accordo dell'Alca prevede l'eliminazione delle barriere doganali, ma nulla dice sulla proibizione di creare barriere non-doganali come sono soliti fare gli Usa per assicurarsi il loro protezionismo. L'accordo promette anche di migliorare la protezione dell'ambiente, ma non stabilisce meccanismi per evitare che un'impresa trascini in giudizio un governo per le norme di difesa ambientale, con il pretesto che feriscono le sue aspettative di lucro. Così, la creazione dell'ALCA intensificherà la mercificazione della natura, sottomettendo gli ecosistemi e la biodiversità alle leggi del mercato e agli interessi delle transnazionali.

Alcântara, cittadina del Maranhão di 114 mila ettari e 19 mila abitanti, situata ai confini dell'Amazzonia, è una regione ricca in biodiversità e di risorse naturali. Sebbene sia un polo turistico e accolga una base spaziale ad alta tecnologia, la cittadina ha appena un ospedale, un'ambulanza e una scuola di secondo grado. La maggior parte delle case non ha luce elettrica e le strade sono in uno stato precario.
La base di Alcântara è stata creata nel 1980 dal governo brasiliano espropriando un'area abitata da 500 famiglie, in maggioranza discendenti da indigeni e quilombos, dislocati in una regione ricca nel settore della pesca per sette allevamenti in zone non adatte all'agricoltura.
Nel 2000, il governo di Fernando Henrique ha firmato la cessione della base (62mila ettari) agli Usa che, se ci sarà l'approvazione di deputati e senatori, avranno il controllo su di essa, senza che le nostre autorità possano sorvegliarla e, in caso di incidente, ispezionarla alla ricerca di cause e conseguenze. L'accordo ha già avuto parere favorevole della Commissione Scienza e Tecnologia e ora attende il parere della Commissione Costituzione e Giustizia, per essere, infine, sottoposta all'approvazione del Congresso nazionale.
L'obiettivo della Casa Bianca è fare della base di Alcântara un'area militare lanciarazzi statunitense in Brasile e mantenere il controllo dell'Amazzonia grazie alle sue ogive nucleari e alle informazioni fornite dal Sivam (Sistema di vigilanza dell'Amazzonia), programmato da imprese statunitensi. Partecipare al plebiscito dell'Alca significa difendere la sovranità del Brasile e manifestare disaccordo con l'attuale processo di globocolonizzazione.
* Titolo originale: "Alcantara"

Resistiamo! O finiremo in pasto allo zio Sam*

di José Arbex Jr.

"Nell'antica Roma, votavano solo i romani. Nel capitalismo globale moderno, votano solo gli americani, i brasiliani non votano", dice lo speculatore George Soros (Folha de S. Paulo, 8/6/02).
La dichiarazione ha l'indiscutibile merito di esplicitare il senso della strategia degli Stati Uniti per l'America Latina e per il Brasile in particolare. Si tratta della "ricolonizzazione" dell'emisfero, secondo un processo che segue tre grandi versanti: economico (con la creazione dell'Alca, l'Area di Libero Commercio delle Americhe), militare (con l'occupazione dell'Amazzonia) e culturale (con la distruzione di ciò che ancora resta dei centri di ricerca e dell'insegnamento superiore pubblico).
Questo processo, già abbastanza avanzato, ha subito un'accelerazione ancora maggiore dopo l'attentato dell'11 settembre. E, per realizzarlo, "Roma" conta - salvo poche e onorate eccezioni - sulla "docilità" dei governi nazionali servili e sull'aiuto di una "grande impresa" latinoamericana opportunista e codarda.

L'Alca è un suicidio
L'Alca ha l'apparenza di un progetto che, da un punto di vista imprenditoriale, potrebbe dare impulso alle economie nazionali dell'emisfero (34 Paesi eccetto Cuba, la cui partecipazione, per qualche ragione misteriosa, è stata vietata dallo Zio Sam). L'apertura delle frontiere al libero flusso di capitali, beni e servizi funzionerebbe come dinamo per creare posti di lavoro, stimolare le ricerche tecnologiche, promuovere la circolazione delle persone, avvicinare le nazioni. In pratica, la storia è ben altra.
Il Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti è equivalente a 22 volte quello del Brasile e a quasi 4 volte la somma di quelli degli altri Paesi delle Americhe, incluso il Canada. L'Alca significherebbe l'annessione dei mercati delle Americhe da parte degli Stati Uniti. O, per usare una metafora creata dall'ambasciatore Samuel Pinheiro Guimarães, sarebbe come organizzare un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso piuma, senza dare un qualche vantaggio al "piccolo". Il risultato ovvio sarà un massacro.

Il dettaglio è che tutta la strategia dell'Alca, dal punto di vista della Casa Bianca, è particolarmente rivolta a "catturare" il Brasile. Basta fare due più due. L'Argentina è già stata distrutta, dopo dieci anni di sottomissione totale al Fmi. Il Messico e il Canada già sono stati "annessi" nel 1994, mediante la creazione del Nafta (il Trattato di libero commercio del Nordamerica). Oggi Messico e Canada sono quasi integralmente dipendenti dall'economia degli Stati Uniti. Gli indici di sviluppo umano del Canada, tra i migliori del mondo fino all'inizio degli anni '90, sono peggiorati dopo la sua adesione al Nafta (a causa della disoccupazione e delle politiche neoliberiste). Il caso del Messico è ancora più drammatico: oltre ad aver perso il controllo sul petrolio (conquista della rivoluzione zapatista), l'80% di tutto ciò che importa viene dagli Stati Uniti, che acquistano il 90% di tutto ciò che esporta.
Il Brasile, anche dopo otto anni di governo Cardoso, ha ancora molto da "offrire" all'attività predatrice delle transnazionali. Non sono state ancora privatizzate imprese statali gigantesche, come quella del petrolio. Esiste ancora nel Paese un settore industriale nazionale dinamico (sebbene FHC abbia governato in nome degli interessi del capitale finanziario internazionale) e si trovano persino banche brasiliane forti. Per non parlare delle immense riserve biologiche e minerali, acqua potabile inclusa.
Significativamente, anche settori della classe imprenditoriale nazionale cominciano a "gridare" contro l'Alca. Il 14 giugno, per esempio, è toccato a Nicolau Jeha, vicepresidente della Fiesp (Federazione delle industrie dello Stato di São Paulo), affermare che se il Brasile decidesse oggi di aderire all'Alca, commetterebbe un "vero suicidio". L'afferma-zione è stata fatta durante un incontro pubblico sull'Alca, organizzato dalla Commissione di Relazioni Estere e Difesa Nazionale della Camera dei deputati e dall'Ordine degli avvocati del Brasile. "Da vent'anni abbiamo smesso di crescere. In questo Paese si parla solo di mercato. Basta che uno speculatore dica una qualunque cosa per lasciarci in ginocchio", ha detto Jeha e ha continuato: "Non possiamo cedere sulla nostra sovranità. È necessario dire basta. Dobbiamo difendere i nostri agricoltori, lavoratori, industriali e la classe media".
Non è necessario, qui, ripetere cosa significherà l'ALCA, se approvata, per i lavoratori e i giovani brasiliani. Basta guardare l'Argentina: persino le statistiche della Banca Mondiale mostrano che più della metà della popolazione vive oggi al di sotto della soglia della povertà (guadagna meno di un dollaro al giorno). E stiamo parlando di un Paese che è stato il quarto più ricco del mondo (negli anni '40) e di una popolazione relativamente colta (nel 1993, solo a Buenos Aires c'erano più librerie che in tutto il Brasile).

Occupazione militare dell'Amazzonia
Gli Stati Uniti già stanno occupando l'Amazzonia. In questo preciso momento, Zio Sam sta costruendo il più grande aeroporto del Sudamerica, a Manta, in Ecuador, nel cuore della foresta. Le tribù indigene che vivono in quella regione vengono espulse per avvelenamento: truppe americane spargono un fungo transgenico altamente tossico per l'essere umano, prodotto dalla Monsanto (la stessa della soia!), con il pretesto che si tratta di un defoliante della pianta di coca. I vietnamiti soffrono ancora gli effetti dei defolianti sparsi dagli Stati Uniti sulle loro foreste negli anni '60 e '70.
Mentre completa la costruzione della base di Manta, Zio Sam tenta di installare la base di Alcântara, nel Maranhão (all'ingresso dell'Amazzonia), con la totale "cooperazione" di FHC. Nell'aprile del 2000, il governo brasiliano ha firmato un Accordo di salvaguardia tecnologica che garantisce al governo americano il diritto a un controllo totale riguardo alla circolazione delle persone e delle attrezzature in quell'area. Questo significa che il Brasile cede la sua sovranità: le autorità brasiliane non avranno neppure il semplice diritto di verificare, per esempio, il contenuto delle casse portate lì dagli americani! Clausole umilianti dell'accordo impediscono all'aeronautica brasiliana di sviluppare un programma spaziale autonomo e sovrano. Oltre a ciò, la creazione della base minaccia la sopravvivenza delle comunità dei discendenti dei Quilombos che da più di 200 anni vivono nella regione.
Zio Sam combina l'installazione delle sue basi con l'azione di "istruttori" americani che addestrano e armano l'esercito colombiano. Inizialmente, quando il Plan Colombia venne annunciato da Bill Clinton, nel 1999, il pretesto era la "lotta al narcotraffico". Dopo l'11 settembre, è diventato quello della "guerra al narcoterrorismo". Le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), l'Eln (Esercito di liberazione nazionale) e qualunque gruppo di resistenza sono passati ad essere classificati come "terroristi". Il Plan Colombia (ora Iniziativa Andina) non ha mai avuto nulla a che vedere con la "guerra al narcotraffico". Basta ricordare che l'alleato della Casa Bianca contro i Talebani, in Afghanistan, l'Alleanza del Nord, è notoriamente dedito al traffico di eroina. Lo stesso vale per l'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), una forza alleata alla Nato durante la Guerra del Kosovo (2000). O basta ricordare lo scandalo Iran-Contras (1986-87), quando sono stati dimostrati i vincoli tra la Cia, i narcotrafficanti colombiani e i guerriglieri che lottavano contro il Fronte sandinista di liberazione nazionale del Nicaragua.
L'occupazione dell'Amazzonia fa parte di una strategia globale di Zio Sam, radicalizzata dopo l'11 settembre. Il fallito tentativo di golpe in Venezuela (ampiamente celebrato dai grandi media brasiliani) è stato solo un'altra dimostrazione della stessa posizione arrogante, imperialista e aggressiva.

Offensiva culturale
Mancano risorse per assumere nuovi professori di Scienze Umane All'Università di São Paulo (Usp). Questo dice già tutto sulla politica di un governo che ha rinunciato a qualunque progetto nazionale basato sulla produzione di ricerca e di un sapere identificato con il popolo brasiliano. La mancanza di risorse per la Usp, mentre proliferano scuole e università private, non è un incidente, né un risultato imprevisto o indesiderabile. Al contrario: fa parte di una politica deliberata di consegna della ricchezza della nazione alle corporazioni dell'impero. Non a caso, la Banca Mondiale "ha raccomandato", in un documento pubblico, la privatizzazione della Usp e di tutto l'insegnamento superiore brasiliano.
La recente offensiva della Banca Mondiale contro l'insegnamento pubblico è stata annunciata in Messico, alla fine degli anni '90, quando sono stati approvati piani che avrebbero espulso più della metà dei 300mila alunni, professori e funzionari dell'Università Autonoma, la maggiore istituzione pubblica di insegnamento superiore dell'America Latina. In reazione, la comunità universitaria ha portato avanti uno sciopero che è durato quasi un anno, e che è terminato solo dopo l'invasione dell'università da parte dell'esercito, con l'arresto dei suoi leader. È ovvio che non interessa all'imperialismo lo sviluppo della ricerca nazionale, né la formazione di intellettuali capaci di elaborare un sapere storico, culturale e scientifico in grado di resistere alla dominazione culturale (qui intesa nel suo senso più ampio: dai pacchetti tecnologici alla spazzatura venduta sotto forma di intrattenimenti) promossa dai centri dell'impero.

L'occhio del ciclone
Stiamo, così, nell'occhio del ciclone. I prossimi anni saranno decisivi per la vita dell'America Latina e per quella del Brasile in particolare, nel XXI secolo. È urgente partecipare ai comitati contro l'Alca, resistere in tutti i modi. O daremo ragione a George Soros.
* Titolo originale: "Né Cesare, né Soros"

 
Claudia Fanti


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