Firenze: la più impegnata, partecipata, allegra assemblea dal basso
31607. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata)
È stato un radioso mattino, per il "movimento dei movimenti",
quello seguito alla grande, trionfale, manifestazione del
9 novembre a Firenze. Una sensazione di vittoria è
impressa sui volti delle tante e dei tanti partecipanti all'evento
conclusivo del Forum Sociale Europeo, il 10 mattina, alla
stazione Leopolda: la prima assemblea dei movimenti sociali
europei, l'occasione per tracciare un primo bilancio del Forum
e soprattutto per definire gli appuntamenti futuri, le mobilitazioni
e le campagne da intraprendere a livello continentale. La
soddisfazione è palpabile negli interventi che si susseguono
per tutta la mattinata, eppure l'orgogliosa consapevolezza
di aver dato una lezione magistrale ai Berlusconi,
ai Pisanu, ai vari profeti di sventura smaniosi di
devastazioni e di irreparabili danni ai monumenti, ai negozianti
che hanno voluto negare agli infreddoliti manifestanti il
conforto di un panino e di un caffè, non oltrepassa
mai la soglia, diciamo così, dell'eleganza. O dell'ironia.
Quell'ironia di cui i presunti vandali calati su Firenze hanno
fatto ampiamente sfoggio lasciando i loro commenti sui pannelli
posti dai commercianti a difesa dei loro negozi: "ho vinto
al lotto. Volevo spendere un sacco di soldi"; "se voglio lo
smonto in 5-10 minuti", "perché vi siete chiusi fuori?".
O, ancora, "chiuso per idiozia", "chiusura mentale", "coperto
dalla tua stessa vergogna".
Negli interventi all'assemblea dei movimenti sociali c'è,
prima di tutto, una grande voglia di festa: c'è quella
stessa atmosfera di festa vissuta, durante il corteo, insieme
ai fiorentini e alle fiorentine che, a differenza dei negozianti,
se ne stavano affacciati alle finestre, a tirare coriandoli
o ad offrire acqua, tè o solo ad applaudire. "Ieri
è stata davvero una buona giornata - ha dichiarato,
in apertura dell'assemblea, Heidi Giuliani, la mamma
di Carlo -. L'avevamo sperato tutti e tutti abbiamo lavorato
perché così fosse. Dobbiamo continuare su questa
strada. Dobbiamo lavorare uniti senza perdere pezzi e, anzi,
aggiungendone sempre di nuovi". C'è anche, però,
la difesa gelosa della propria identità e il rifiuto
di qualsiasi strumentalizzazione ("nessuno - sottolinea Vittorio
Agnoletto - provi ad imbrigliarci. Siamo contenti per
tutti coloro che hanno scelto di essere con noi ieri, ma a
tutti loro ricordiamo le nostre due discriminanti: il no alla
guerra indipendentemente dalle risoluzioni dell'Onu e il no
al neoliberismo, anche ad una sua gestione più soffice").
C'è, ormai matura, la coscienza della propria forza,
del fatto che, si sottolinea, l'unico ambito di costruzione
di un'alternativa al sistema neoliberista è proprio
il "movimento dei movimenti" e che quanti aspirano al cambiamento
è con esso che sono chiamati a confrontarsi. E c'è,
soprattutto, una grande voglia di continuare a lottare, a
livello locale, nazionale, europeo e internazionale, sulle
grandi questioni indicate dal movimento, quelle relative alla
guerra, ai migranti, alle privatizzazioni, alla precarietà
del lavoro, all'esclusione sociale, all'ambiente.
Nel già molto fitto calendario delle mobilitazioni,
l'emergenza della guerra occupa il posto centrale: entro 24
ore dalla prima bomba sganciata su Baghdad, si prevedono manifestazioni
in tutte le principali città europee; il 15 febbraio
è la volta dell'"occupazione" di Londra annunciata
da "Stop the war"; senza contare la proposta di uno sciopero
generale europeo contro la guerra. Ma lunga è la lista
degli appuntamenti: a gennaio, a Porto Alegre, terza edizione
del Forum Sociale Mondiale; a giugno, in Francia, una mobilitazione
di massa a livello europeo contro il vertice del G8; ancora
a giugno, a Salonicco, appuntamento contro il vertice dell'Unione
Europea, nell'ambito di una lotta per una Costituzione europea
a carattere sociale e discussa a livello di massa; il 13 marzo
in tutti i capoluoghi e in tutte le città d'Europa,
studenti in piazza per dire "no" alla mercificazione del sapere;
a settembre del 2003 manifestazione contro la Conferenza ministeriale
dell'Organizzazione mondiale del commercio a Cancun, per impedire
all'Omc di estendere il suo potere al mondo intero. E, infine,
iniziative di carattere più locale, da quella annunciata
il 30 novembre a Torino contro il centro di detenzione per
migranti di corso Brunelleschi a quella contro la costruzione
del Ponte di Messina.
C'è un'Europa possibile: quella del disarmo e della pace.
Le scelte del Forum Sociale
31608. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata)
Se i 500mila manifestanti della Questura o il milione degli
organizzatori hanno rappresentato un successo senza precedenti
per il movimento dei movimenti, non meno trionfale è
stata la presenza di 60mila persone alla Fortezza da Basso,
sede dei lavori del Forum Sociale Europeo (6-10 novembre).
Offrivano davvero un colpo d'occhio bellissimo quelle sale,
di oltre duemila posti, stracolme di gente in piedi e seduta
per terra, una quantità enorme di giovani, giovanissimi
e meno giovani (piuttosto assente, è stato notato,
la fascia dei 30-40enni) che seguiva con attenzione estrema
tutti i dibattiti.
Peccato, ha sottolineato qualcuno, che i leader mondiali non
abbiano lo stesso interesseper i temi affrontati dal Forum.
Temi riuniti nei tre grandi assi "Liberismo e globalizzazione",
"Guerra e pace", "Diritti e cittadinanza democratica"
(sul ricco e articolato programma del Forum, v. Adista n.
79/02).
Rimandando al prossimo numero "verde" per gli approfondimenti
relativi al Forum, riportiamo qui di seguito una prima rassegna
su alcuni dei principali dibattiti che si sono svolti alla
Fortezza da Basso.
Guerra e pace - "Non sappiamo come sia un mondo senza guerra,
ma siamo sempre di più a immaginarlo"
Con la minaccia sempre più incombente della guerra
all'Iraq, i nodi centrali del tema "guerra e pace" sono passati
sotto la lente del popolo antiliberista, già a partire
dalla prima delle sei conferenze plenarie (due ogni mattina)
dedicate alla questione, quella dal titolo "Non c'è
pace senza giustizia". Un titolo incompleto, secondo Lidia
Menapace: "io chiuderei il circolo virtuoso, dicendo 'non
c'è pace senza una giustizia ottenuta con la pace'".
"L'obiettivo - afferma - è la costruzione di un'altra
cultura politica, di un pensiero politico che escluda la guerra.
L'Europa è stato un continente particolarmente aggressivo
e cruento, ma non tutta la storia europea è così
riassumibile. Almeno due movimenti, infatti, sono sfuggiti
a questa connotazione: il movimento operaio e sindacale e
il movimento delle donne, entrambi capaci di trasformare la
faccia del continente, e di farlo senza guerra". Secondo Lidia
Menapace, "le donne, più lontane dagli affari del mondo,
possono affacciarsi a questo tema con più freschezza",
offrendo un contributo originale all'attuale dibattito sulla
Costituzione europea. Dibattito per ora caratterizzato, nell'ambito
della politica della difesa, da tre proposte: quella francese
di un grande esercito europeo, quella "socialdemocratica"
del rafforzamento della presenza europea nella Nato e quella,
avanzata da Fini, di un'unione di Stati sovrani, ciascuno
con il proprio esercito. "La nostra proposta - afferma invece
la Menapace - è che la politica militare dell'Europa
sia quella della neutralità, che l'Europa, cioè,
si costituisca come continente neutrale (senza più,
dunque, basi militari entro i suoi confini), che adotti una
politica di disarmo, anche unilaterale, che riscriva la sua
storia, per non dare risalto solo alle imprese militari. "Chiediamo
- prosegue - che venga inserito nella Costituzione europea
un articolo simile all'articolo 11 della Costituzione italiana,
che si proceda al riciclaggio del materiale militare, che
si promuova un servizio civile diffuso e generalizzato e l'addestramento
alla difesa nonviolenta". E, ancora, che si avvii un progetto
di riforma delle Nazioni Unite per cancellare "i residui della
forza dei vincitori", eliminando il diritto di veto del Consiglio
di sicurezza e introducendo semmai un diritto di veto dei
popoli impoveriti e istituendo un Consiglio a rotazione, con
una rappresentanza della società civile. Quanto alla
guerra all'Iraq, "essa è particolarmente pericolosa
per l'Europa: se gli Usa mettono le mani sulle risorse petrolifere
dell'Iraq, il prezzo del petrolio crollerà, l'Europa
non investirà più risorse sulle energie alternative
e il suo peso politico sarà annullato".
Quale strada per l'Europa?
"Se c'è un continente al mondo - ha affermato Rossana
Rossanda nella plenaria sul tema "L'Europa nel nuovo (dis)ordine
mondiale" - che ha i mezzi, la storia e le competenze per
seguire un modello diverso da quello dominante, questo è
l'Europa". Eppure ciò che è in atto nel nostro
continente è il tentativo di distruggere lo schema
di una società di diritto sostituendolo con quello
di una società di mercato. "Noi - sottolinea la Rossanda
- ci siamo battuti per primi per l'uguaglianza dei diritti
e oggi costruiamo muri contro i migranti".
All'Europa guarda anche quella parte della popolazione statunitense
contraria alla guerra, rappresentata al Forum sociale da Coleen
Kelly, che nell'attentato alle Torri gemelle ha perso
un fratello: "non identificateci con la politica Usa", è
la preghiera che rivolge ai movimenti sociali europei. "Quando
è stato bombardato l'Afghanistan - racconta la presidente
del comitato delle vittime dell'11 settembre - ho pianto.
Lì c'erano persone come mio fratello che si trovavano
nel luogo sbagliato al momento sbagliato. La guerra in Afghanistan
non è stata efficace: sono stati uccisi migliaia di
civili, mentre i membri più importanti di Al Qaida
sono stati arrestati in Pakistan dai servizi segreti. L'attacco
dell'11 settembre è un atto criminale punibile in sede
penale, non con una guerra".
Impossibile parlare della guerra senza affrontare il nodo
dell'informazione: un'informa-zione, ha affermato Giulietto
Chiesa nel corso del seminario su "La terra non è
un mappamondo: il movimento e la guerra", che sottopone adulti
e bambini a "ore e ore di stupidità e di violenza",
attraverso cui far passare idee e valori, gli stessi che hanno
determinato poi la vittoria di Berlusconi. "La minaccia alla
democrazia nella nostra epoca viene dal fatto che milioni
di persone non sanno più in che mondo vivono: quello
che ci viene raccontato è un mondo inesistente". Ed
è uno stop all'embargo mediatico che chiede Mustafa
Barghouti, dell'Autorità nazionale palestinese.
Un embargo che nasconde la realtà di un popolo a cui
l'esercito di occupazione israeliano impedisce persino di
muoversi, di coltivare, di andare a scuola, di andare all'ospedale.
Barghouti ricorda le 32 risoluzioni dell'Onu violate da Israele,
che detiene saldamente il primato in tale campo, seguito da
Turchia, Marocco e - al quarto posto - Iraq, e si domanda:
"perché due pesi e due misure?". "L'Europa - conclude
- deve assumere una posizione più forte. La questione
palestinese è diventata la causa di tutti gli uomini
liberi nel mondo".
Sul ruolo dell'"Europa civile contro la guerra infinita",
tema di una delle plenarie del sabato, è intervenuto,
applauditissimo, anche Pietro Ingrao: "c'è una
parola - ha detto - che nel secolo passato ha acceso grandi
speranze ma oggi sembra cancellata, mai esistita: la parola
disarmo. Non dovete lasciarla morire: ricollocatela sulle
vostre bandiere, fatela rivivere nella politica, anche a piccoli
passi. Mi rivolgo, da vecchio, a voi giovani: non basta la
vostra passione. La politica deve saper incidere sul potere".
Si tratta, secondo Ingrao, di inventare, "non solo nelle piazze,
ma nelle sedi del potere", una nuova presenza "nazionale e
globale". "Potete imparare dalle nostre sconfitte. Noi non
ci siamo riusciti, ma voi potete farcela. Potete colpire il
terrorismo in radice perché voi siete in radice contro
la violenza. Odiate le bombe anche quando le portano sui loro
fragili corpi gli sventurati palestinesi". A loro - dice -
occorre "mostrare che è possibile camminare su un'altra
strada". Ma "come può nascere un altro potere nella
pace, se tutti dicono che il potere è solo guerra?".
È un progetto ambizioso, quello di costruire un potere
che non è mai esistito. "Questo potere - conclude Ingrao
- siete voi. Auguri per il vostro viaggio".
Ecologia, pietra angolare della
giustizia. Dibattito sul neoliberismo al Social Forum
31609. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata)
30 secondi di silenzio per le 30mila persone che ogni giorno,
nella più assoluta indifferenza mediatica, muoiono
per l'assenza di acqua potabile. Li ha chiesti Riccardo
Petrella, della campagna mondiale per l'acqua, nel corso
di una delle plenarie riconducibili all'asse tematico "Liberismo
e globalizzazione", quella sul tema "Acqua, aria, terra: l'Europa
contro lo sviluppo insostenibile". È forse, questa,
la madre di tutte le sfide: il passaggio da un'economia capitalistica
di mercato a "un'economia fondata su beni comuni e sul diritto
alla vita per tutti, fondata su sistemi e istituzioni democratiche,
partecipate e ispirate a una cultura di cooperazione, pace
e giustizia tra tutti i popoli e con le generazioni future".
L'accesso all'acqua, all'aria, alla terra, alla salute, all'istruzione
devono - sottolinea Petrella - essere garantiti a tutti, e
a partire da ora. Devono essere garantiti agli attuali 6 miliardi
di abitanti e agli 8 che popoleranno il pianeta nel 2020.
"Occorre smettere - ha affermato Petrella - di giustificare
le privatizzazioni dietro la logica del mercato unico europeo:
che si parli, invece, della creazione di un servizio pubblico
europeo". Sono tante le richieste avanzate dal Forum sociale
europeo nella lotta contro l'oligarchia capitalistica e contro
l'attuale modello di sviluppo insostenibile: l'eliminazione
del diritto di proprietà intellettuale, l'affermazione
della conoscenza come bene comune dell'umanità, la
creazione di un tribunale contro i crimini ambientali, la
promozione di un'agricoltura sostenibile e solidale, la valorizzazione
delle forme di democrazia partecipativa. È questa la
sostanza di un "pensiero critico" che, secondo Gustave
Massiah, del Centro francese di ricerca e informazione
per lo sviluppo (Crid), il movimento deve opporre con sempre
maggior forza a una visione della globalizzazione come fine
della storia, e dell'Organizzazione mondiale del commercio
come forma ultima di collaborazione internazionale. Un pensiero
chiamato a smascherare l'idea ingannevole di un progresso
identificato con la crescita economica: una crescita che dovrebbe
portare infine all'eliminazione della povertà, quando
è ormai chiaro che, malgrado il mondo diventi più
ricco, le disuguaglianze sociali non fanno che aumentare.
Secondo Wolfgang Sachs, dell'Istituto Wuppertal per
il clima, l'ambiente e l'energia, tuttavia, "neppure nel popolo
di Porto Alegre c'è una sufficiente consapevolezza
del fatto che da tre decenni siamo entrati in un'epoca nuova,
un'epoca in cui sono diventati visibili i limiti biofisici
della terra". "Bisogna pensare alla giustizia - afferma Sachs
- in nuovi termini, sul nuovo sfondo della limitatezza della
biosfera, lottando contro il pregiudizio dell'economia tradizionale
in base a cui la crescita economica comporterebbe più
benefici che svantaggi. Oggi sappiamo che ogni crescita produce
da un lato e toglie dall'altro": toglie, precisamente, dal
lato della natura e della società, "mina l'elasticità
degli ecosistemi e la coesione sociale". Lo spazio planetario
è, sottolinea Sachs, uno spazio limitato. Eppure, due
soli Paesi, Cina e India, si avviano a contenere da soli tutta
la popolazione che abitava la terra nel 1965. "Come offrire
allora ospitalità al doppio degli abitanti senza danneggiare
la biosfera? Ogni richiesta di giustizia esige dalla classe
consumista mondiale il ritiro da questo spazio ambientale
occupato in termini eccessivi: il disarmo ecologico". In questo
scenario, "la giustizia non può essere immaginata secondo
il modello di consumo e di produzione dei Paesi ricchi. Perché
- prosegue Sachs - si tratta di una ricchezza strutturalmente
incapace di giustizia. I limiti biofisici impediscono infatti
di democratizzare la ricchezza del Nord, estendendola a tutto
il globo". La sfida è quindi quella di "reinventare
forme di benessere che possano essere democratizzate nel mondo.
È qui che si incontra l'ecologia e la giustizia sociale".
Un'ecologia intesa come "pietra angolare di una cittadinanza
globale del futuro".
"Due strade .- conclude Sachs - si aprono al mondo: o andare
verso un regime dittatoriale di insicurezza ecologica o verso
un sistema democratico di sicurezza ecologica. Gli Usa hanno
seguito la prima strada, l'Europa ha almeno la potenzialità
di imboccare la seconda. Se gli Usa rifiutano di cedere la
parte eccessiva della biosfera da essi occupata, considerando
intoccabile lo stile di vita americano, l'Europa deve mostrarsi
pronta a ridurre lo spazio che occupa nella biosfera. E comprendere
che oggi la giustizia è "imparare non a dare di più,
ma a prendere di meno".
Un'Europa solidale per costituzione.
A Firenze proposte nuove per il futuro del vecchio continente
31610. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata) La "prima discussione
di massa sul processo costituzionale europeo", finora confinato
nelle anguste stanze degli addetti ai lavori: anche questo
ha offerto il Forum Sociale Europeo, come emerso dalla conferenza
plenaria sul tema "Dalla Carta di Nizza alla Convenzione.
Nella crisi della democrazia europea la ricerca della cittadinanza
universale", una delle plenarie relative all'asse tematico
"Diritti, cittadinanza, democrazia".
È certamente un grave deficit democratico quello che
attraversa la costruzione dell'Europa. Secondo Carmen San
José, dell'Iniziativa per la Carta dei diritti
sociali, "la difesa ad oltranza del neoliberismo, attuata
dall'Europa in stretta collaborazione con le istituzioni economiche
internazionali, ha prodotto 30 milioni di lavoratori disoccupati
o precari e 60 milioni di persone al di sotto della soglia
della povertà. Un duro attacco viene sferrato ai diritti
sociali fondamentali, spazzando via le conquiste ottenute
in decenni di lotta della classe operaia". In questo scenario,
del tutto inadeguata appare a Carmen San José la Carta
dei diritti fondamentali firmata a Nizza, che, afferma, "aumenterà
la precarietà e l'esclusione sociale", seguendo la
stessa logica delle privatizzazioni imposta dall'Organizzazione
mondiale del commercio. Non è d'accordo Titti Di
Salvo, segretaria generale della Cgil del Piemonte: la
Carta di Nizza, afferma, "è la condizione necessaria
per assicurare l'indivisibilità dei diritti. Non a
caso Fini vorrebbe che quella Carta fosse inserita solo come
protocollo aggiuntivo, quindi non vincolante".
Sui lavori della Convenzione europea, che dovrebbero concludersi
nel secondo semestre del 2003 con l'approvazione della Costituzione
dell'Europa, si è soffermato nel suo intervento il
giurista Luigi Ferraioli. "Questo processo - ha sottolineato
- si sta svolgendo senza alcun coinvolgimento dell'opinione
pubblica e in assenza completa di informazioni. Ma ciò
che nessun partito ha provveduto a fare, lo sta promuovendo
spontaneamente il movimento dei movimenti, primo embrione
di una società europea, fattore di stimolo e di legittimità
democratica di cui l'Europa ha così bisogno".
Fuori discussione, secondo Ferraioli, la necessità
di una Costituzione europea che "costituzionalizzi le grandi
conquiste del movimento operaio, della tradizione liberale
e socialista, e sia più ricca delle stesse Costituzioni
nazionali, assicurando il rispetto dei diritti fondamentali",
quei diritti che, prosegue il giurista, "altro non sono che
le leggi dei più deboli in alternativa alla legge del
più forte, limiti e vincoli allo Stato e al mercato".
Tanto più necessaria, una Costituzione europea, di
fronte al fatto che "l'attuale globalizzazione vive un vuoto
di diritto pubblico: è la legge del più forte,
contro cui bisogna far valere le leggi del più debole".
Nel processo di costruzione dell'Europa, secondo Ferraioli,
"si stanno manifestando rischi di regressione rispetto anche
alla stessa Carta di Nizza". Preoccupante è la mancanza
di una norma che vincoli l'Unione Europea alla pace, malgrado
l'Europa si sia unificata proprio "archiviando il processo
degli imperialismi e delle guerre". E altrettanto preoccupante
è il tentativo di "reinserire l'ancoraggio alla tradizione
cristiana", una "lesione del principio di laicità e
della tradizione stessa dell'Europa, nata in opposizione all'intolleranza
religiosa". Ancora, "l'Europa resta una fortezza inaccessibile,
chiusa all'immigrazione": si riconosce l'universalità
dei diritti, ma poi si pratica "una sorta di apartheid sociale"
a danno dei migranti. È contro questi limiti, conclude
Ferraioli, che il movimento deve lottare: "l'Europa attuale
è ancora poco più di un mercato comune, ma un'altra
Europa è possibile: il futuro dipende in gran parte
dalle nostre lotte".
Il processo di costruzione dell'Europa interessa, e non potrebbe
essere altrimenti, anche gli altri continenti. Proprio sulle
richieste rivolte all'Europa dall'Africa, dall'Asia e dall'America
Latina ha centrato il suo intervento Boaventura Sousa Santos,
dell'Università di Coimbra. "L'Africa, l'Asia e l'America
Latina ci chiedono di non separare le lotte per la democrazia
dalle lotte per la pace; di lottare per una Costituzione multiculturale,
nella consapevolezza però che non esiste riconoscimento
delle differenze senza redistribuzione della ricchezza e rafforzamento
dei diritti sociali ed economici; di aprire le frontiere di
quella che è oggi la fortezza-Europa; di non cadere
nella trappola di pensare che gli Stati non contano più;
di imparare dal Sud, prendendo ad esempio le forme di democrazia
partecipativa sperimentate con successo in Brasile e in altre
città latinoamericane, perché la democrazia
rappresentativa da sola non basta, ed è necessario
completarla con meccanismi di democrazia partecipativa.