Forum Sociale Europeo

Forum Sociale Europeo
Adista, Novembre '02

Firenze: la più impegnata, partecipata, allegra assemblea dal basso
31607. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata) È stato un radioso mattino, per il "movimento dei movimenti", quello seguito alla grande, trionfale, manifestazione del 9 novembre a Firenze. Una sensazione di vittoria è impressa sui volti delle tante e dei tanti partecipanti all'evento conclusivo del Forum Sociale Europeo, il 10 mattina, alla stazione Leopolda: la prima assemblea dei movimenti sociali europei, l'occasione per tracciare un primo bilancio del Forum e soprattutto per definire gli appuntamenti futuri, le mobilitazioni e le campagne da intraprendere a livello continentale. La soddisfazione è palpabile negli interventi che si susseguono per tutta la mattinata, eppure l'orgogliosa consapevolezza di aver dato una lezione magistrale ai Berlusconi, ai Pisanu, ai vari profeti di sventura smaniosi di devastazioni e di irreparabili danni ai monumenti, ai negozianti che hanno voluto negare agli infreddoliti manifestanti il conforto di un panino e di un caffè, non oltrepassa mai la soglia, diciamo così, dell'eleganza. O dell'ironia. Quell'ironia di cui i presunti vandali calati su Firenze hanno fatto ampiamente sfoggio lasciando i loro commenti sui pannelli posti dai commercianti a difesa dei loro negozi: "ho vinto al lotto. Volevo spendere un sacco di soldi"; "se voglio lo smonto in 5-10 minuti", "perché vi siete chiusi fuori?". O, ancora, "chiuso per idiozia", "chiusura mentale", "coperto dalla tua stessa vergogna".
Negli interventi all'assemblea dei movimenti sociali c'è, prima di tutto, una grande voglia di festa: c'è quella stessa atmosfera di festa vissuta, durante il corteo, insieme ai fiorentini e alle fiorentine che, a differenza dei negozianti, se ne stavano affacciati alle finestre, a tirare coriandoli o ad offrire acqua, tè o solo ad applaudire. "Ieri è stata davvero una buona giornata - ha dichiarato, in apertura dell'assemblea, Heidi Giuliani, la mamma di Carlo -. L'avevamo sperato tutti e tutti abbiamo lavorato perché così fosse. Dobbiamo continuare su questa strada. Dobbiamo lavorare uniti senza perdere pezzi e, anzi, aggiungendone sempre di nuovi". C'è anche, però, la difesa gelosa della propria identità e il rifiuto di qualsiasi strumentalizzazione ("nessuno - sottolinea Vittorio Agnoletto - provi ad imbrigliarci. Siamo contenti per tutti coloro che hanno scelto di essere con noi ieri, ma a tutti loro ricordiamo le nostre due discriminanti: il no alla guerra indipendentemente dalle risoluzioni dell'Onu e il no al neoliberismo, anche ad una sua gestione più soffice").
C'è, ormai matura, la coscienza della propria forza, del fatto che, si sottolinea, l'unico ambito di costruzione di un'alternativa al sistema neoliberista è proprio il "movimento dei movimenti" e che quanti aspirano al cambiamento è con esso che sono chiamati a confrontarsi. E c'è, soprattutto, una grande voglia di continuare a lottare, a livello locale, nazionale, europeo e internazionale, sulle grandi questioni indicate dal movimento, quelle relative alla guerra, ai migranti, alle privatizzazioni, alla precarietà del lavoro, all'esclusione sociale, all'ambiente.
Nel già molto fitto calendario delle mobilitazioni, l'emergenza della guerra occupa il posto centrale: entro 24 ore dalla prima bomba sganciata su Baghdad, si prevedono manifestazioni in tutte le principali città europee; il 15 febbraio è la volta dell'"occupazione" di Londra annunciata da "Stop the war"; senza contare la proposta di uno sciopero generale europeo contro la guerra. Ma lunga è la lista degli appuntamenti: a gennaio, a Porto Alegre, terza edizione del Forum Sociale Mondiale; a giugno, in Francia, una mobilitazione di massa a livello europeo contro il vertice del G8; ancora a giugno, a Salonicco, appuntamento contro il vertice dell'Unione Europea, nell'ambito di una lotta per una Costituzione europea a carattere sociale e discussa a livello di massa; il 13 marzo in tutti i capoluoghi e in tutte le città d'Europa, studenti in piazza per dire "no" alla mercificazione del sapere; a settembre del 2003 manifestazione contro la Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio a Cancun, per impedire all'Omc di estendere il suo potere al mondo intero. E, infine, iniziative di carattere più locale, da quella annunciata il 30 novembre a Torino contro il centro di detenzione per migranti di corso Brunelleschi a quella contro la costruzione del Ponte di Messina.


C'è un'Europa possibile: quella del disarmo e della pace.
Le scelte del Forum Sociale

31608. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata) Se i 500mila manifestanti della Questura o il milione degli organizzatori hanno rappresentato un successo senza precedenti per il movimento dei movimenti, non meno trionfale è stata la presenza di 60mila persone alla Fortezza da Basso, sede dei lavori del Forum Sociale Europeo (6-10 novembre). Offrivano davvero un colpo d'occhio bellissimo quelle sale, di oltre duemila posti, stracolme di gente in piedi e seduta per terra, una quantità enorme di giovani, giovanissimi e meno giovani (piuttosto assente, è stato notato, la fascia dei 30-40enni) che seguiva con attenzione estrema tutti i dibattiti.
Peccato, ha sottolineato qualcuno, che i leader mondiali non abbiano lo stesso interesseper i temi affrontati dal Forum. Temi riuniti nei tre grandi assi "Liberismo e globalizzazione", "Guerra e pace", "Diritti e cittadinanza democratica" (sul ricco e articolato programma del Forum, v. Adista n. 79/02). Rimandando al prossimo numero "verde" per gli approfondimenti relativi al Forum, riportiamo qui di seguito una prima rassegna su alcuni dei principali dibattiti che si sono svolti alla Fortezza da Basso.

Guerra e pace - "Non sappiamo come sia un mondo senza guerra, ma siamo sempre di più a immaginarlo"
Con la minaccia sempre più incombente della guerra all'Iraq, i nodi centrali del tema "guerra e pace" sono passati sotto la lente del popolo antiliberista, già a partire dalla prima delle sei conferenze plenarie (due ogni mattina) dedicate alla questione, quella dal titolo "Non c'è pace senza giustizia". Un titolo incompleto, secondo Lidia Menapace: "io chiuderei il circolo virtuoso, dicendo 'non c'è pace senza una giustizia ottenuta con la pace'". "L'obiettivo - afferma - è la costruzione di un'altra cultura politica, di un pensiero politico che escluda la guerra. L'Europa è stato un continente particolarmente aggressivo e cruento, ma non tutta la storia europea è così riassumibile. Almeno due movimenti, infatti, sono sfuggiti a questa connotazione: il movimento operaio e sindacale e il movimento delle donne, entrambi capaci di trasformare la faccia del continente, e di farlo senza guerra". Secondo Lidia Menapace, "le donne, più lontane dagli affari del mondo, possono affacciarsi a questo tema con più freschezza", offrendo un contributo originale all'attuale dibattito sulla Costituzione europea. Dibattito per ora caratterizzato, nell'ambito della politica della difesa, da tre proposte: quella francese di un grande esercito europeo, quella "socialdemocratica" del rafforzamento della presenza europea nella Nato e quella, avanzata da Fini, di un'unione di Stati sovrani, ciascuno con il proprio esercito. "La nostra proposta - afferma invece la Menapace - è che la politica militare dell'Europa sia quella della neutralità, che l'Europa, cioè, si costituisca come continente neutrale (senza più, dunque, basi militari entro i suoi confini), che adotti una politica di disarmo, anche unilaterale, che riscriva la sua storia, per non dare risalto solo alle imprese militari. "Chiediamo - prosegue - che venga inserito nella Costituzione europea un articolo simile all'articolo 11 della Costituzione italiana, che si proceda al riciclaggio del materiale militare, che si promuova un servizio civile diffuso e generalizzato e l'addestramento alla difesa nonviolenta". E, ancora, che si avvii un progetto di riforma delle Nazioni Unite per cancellare "i residui della forza dei vincitori", eliminando il diritto di veto del Consiglio di sicurezza e introducendo semmai un diritto di veto dei popoli impoveriti e istituendo un Consiglio a rotazione, con una rappresentanza della società civile. Quanto alla guerra all'Iraq, "essa è particolarmente pericolosa per l'Europa: se gli Usa mettono le mani sulle risorse petrolifere dell'Iraq, il prezzo del petrolio crollerà, l'Europa non investirà più risorse sulle energie alternative e il suo peso politico sarà annullato".

Quale strada per l'Europa?
"Se c'è un continente al mondo - ha affermato Rossana Rossanda nella plenaria sul tema "L'Europa nel nuovo (dis)ordine mondiale" - che ha i mezzi, la storia e le competenze per seguire un modello diverso da quello dominante, questo è l'Europa". Eppure ciò che è in atto nel nostro continente è il tentativo di distruggere lo schema di una società di diritto sostituendolo con quello di una società di mercato. "Noi - sottolinea la Rossanda - ci siamo battuti per primi per l'uguaglianza dei diritti e oggi costruiamo muri contro i migranti".
All'Europa guarda anche quella parte della popolazione statunitense contraria alla guerra, rappresentata al Forum sociale da Coleen Kelly, che nell'attentato alle Torri gemelle ha perso un fratello: "non identificateci con la politica Usa", è la preghiera che rivolge ai movimenti sociali europei. "Quando è stato bombardato l'Afghanistan - racconta la presidente del comitato delle vittime dell'11 settembre - ho pianto. Lì c'erano persone come mio fratello che si trovavano nel luogo sbagliato al momento sbagliato. La guerra in Afghanistan non è stata efficace: sono stati uccisi migliaia di civili, mentre i membri più importanti di Al Qaida sono stati arrestati in Pakistan dai servizi segreti. L'attacco dell'11 settembre è un atto criminale punibile in sede penale, non con una guerra".
Impossibile parlare della guerra senza affrontare il nodo dell'informazione: un'informa-zione, ha affermato Giulietto Chiesa nel corso del seminario su "La terra non è un mappamondo: il movimento e la guerra", che sottopone adulti e bambini a "ore e ore di stupidità e di violenza", attraverso cui far passare idee e valori, gli stessi che hanno determinato poi la vittoria di Berlusconi. "La minaccia alla democrazia nella nostra epoca viene dal fatto che milioni di persone non sanno più in che mondo vivono: quello che ci viene raccontato è un mondo inesistente". Ed è uno stop all'embargo mediatico che chiede Mustafa Barghouti, dell'Autorità nazionale palestinese. Un embargo che nasconde la realtà di un popolo a cui l'esercito di occupazione israeliano impedisce persino di muoversi, di coltivare, di andare a scuola, di andare all'ospedale. Barghouti ricorda le 32 risoluzioni dell'Onu violate da Israele, che detiene saldamente il primato in tale campo, seguito da Turchia, Marocco e - al quarto posto - Iraq, e si domanda: "perché due pesi e due misure?". "L'Europa - conclude - deve assumere una posizione più forte. La questione palestinese è diventata la causa di tutti gli uomini liberi nel mondo".
Sul ruolo dell'"Europa civile contro la guerra infinita", tema di una delle plenarie del sabato, è intervenuto, applauditissimo, anche Pietro Ingrao: "c'è una parola - ha detto - che nel secolo passato ha acceso grandi speranze ma oggi sembra cancellata, mai esistita: la parola disarmo. Non dovete lasciarla morire: ricollocatela sulle vostre bandiere, fatela rivivere nella politica, anche a piccoli passi. Mi rivolgo, da vecchio, a voi giovani: non basta la vostra passione. La politica deve saper incidere sul potere". Si tratta, secondo Ingrao, di inventare, "non solo nelle piazze, ma nelle sedi del potere", una nuova presenza "nazionale e globale". "Potete imparare dalle nostre sconfitte. Noi non ci siamo riusciti, ma voi potete farcela. Potete colpire il terrorismo in radice perché voi siete in radice contro la violenza. Odiate le bombe anche quando le portano sui loro fragili corpi gli sventurati palestinesi". A loro - dice - occorre "mostrare che è possibile camminare su un'altra strada". Ma "come può nascere un altro potere nella pace, se tutti dicono che il potere è solo guerra?". È un progetto ambizioso, quello di costruire un potere che non è mai esistito. "Questo potere - conclude Ingrao - siete voi. Auguri per il vostro viaggio".
Ecologia, pietra angolare della giustizia. Dibattito sul neoliberismo al Social Forum
31609. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata) 30 secondi di silenzio per le 30mila persone che ogni giorno, nella più assoluta indifferenza mediatica, muoiono per l'assenza di acqua potabile. Li ha chiesti Riccardo Petrella, della campagna mondiale per l'acqua, nel corso di una delle plenarie riconducibili all'asse tematico "Liberismo e globalizzazione", quella sul tema "Acqua, aria, terra: l'Europa contro lo sviluppo insostenibile". È forse, questa, la madre di tutte le sfide: il passaggio da un'economia capitalistica di mercato a "un'economia fondata su beni comuni e sul diritto alla vita per tutti, fondata su sistemi e istituzioni democratiche, partecipate e ispirate a una cultura di cooperazione, pace e giustizia tra tutti i popoli e con le generazioni future". L'accesso all'acqua, all'aria, alla terra, alla salute, all'istruzione devono - sottolinea Petrella - essere garantiti a tutti, e a partire da ora. Devono essere garantiti agli attuali 6 miliardi di abitanti e agli 8 che popoleranno il pianeta nel 2020. "Occorre smettere - ha affermato Petrella - di giustificare le privatizzazioni dietro la logica del mercato unico europeo: che si parli, invece, della creazione di un servizio pubblico europeo". Sono tante le richieste avanzate dal Forum sociale europeo nella lotta contro l'oligarchia capitalistica e contro l'attuale modello di sviluppo insostenibile: l'eliminazione del diritto di proprietà intellettuale, l'affermazione della conoscenza come bene comune dell'umanità, la creazione di un tribunale contro i crimini ambientali, la promozione di un'agricoltura sostenibile e solidale, la valorizzazione delle forme di democrazia partecipativa. È questa la sostanza di un "pensiero critico" che, secondo Gustave Massiah, del Centro francese di ricerca e informazione per lo sviluppo (Crid), il movimento deve opporre con sempre maggior forza a una visione della globalizzazione come fine della storia, e dell'Organizzazione mondiale del commercio come forma ultima di collaborazione internazionale. Un pensiero chiamato a smascherare l'idea ingannevole di un progresso identificato con la crescita economica: una crescita che dovrebbe portare infine all'eliminazione della povertà, quando è ormai chiaro che, malgrado il mondo diventi più ricco, le disuguaglianze sociali non fanno che aumentare.
Secondo Wolfgang Sachs, dell'Istituto Wuppertal per il clima, l'ambiente e l'energia, tuttavia, "neppure nel popolo di Porto Alegre c'è una sufficiente consapevolezza del fatto che da tre decenni siamo entrati in un'epoca nuova, un'epoca in cui sono diventati visibili i limiti biofisici della terra". "Bisogna pensare alla giustizia - afferma Sachs - in nuovi termini, sul nuovo sfondo della limitatezza della biosfera, lottando contro il pregiudizio dell'economia tradizionale in base a cui la crescita economica comporterebbe più benefici che svantaggi. Oggi sappiamo che ogni crescita produce da un lato e toglie dall'altro": toglie, precisamente, dal lato della natura e della società, "mina l'elasticità degli ecosistemi e la coesione sociale". Lo spazio planetario è, sottolinea Sachs, uno spazio limitato. Eppure, due soli Paesi, Cina e India, si avviano a contenere da soli tutta la popolazione che abitava la terra nel 1965. "Come offrire allora ospitalità al doppio degli abitanti senza danneggiare la biosfera? Ogni richiesta di giustizia esige dalla classe consumista mondiale il ritiro da questo spazio ambientale occupato in termini eccessivi: il disarmo ecologico". In questo scenario, "la giustizia non può essere immaginata secondo il modello di consumo e di produzione dei Paesi ricchi. Perché - prosegue Sachs - si tratta di una ricchezza strutturalmente incapace di giustizia. I limiti biofisici impediscono infatti di democratizzare la ricchezza del Nord, estendendola a tutto il globo". La sfida è quindi quella di "reinventare forme di benessere che possano essere democratizzate nel mondo. È qui che si incontra l'ecologia e la giustizia sociale". Un'ecologia intesa come "pietra angolare di una cittadinanza globale del futuro".
"Due strade .- conclude Sachs - si aprono al mondo: o andare verso un regime dittatoriale di insicurezza ecologica o verso un sistema democratico di sicurezza ecologica. Gli Usa hanno seguito la prima strada, l'Europa ha almeno la potenzialità di imboccare la seconda. Se gli Usa rifiutano di cedere la parte eccessiva della biosfera da essi occupata, considerando intoccabile lo stile di vita americano, l'Europa deve mostrarsi pronta a ridurre lo spazio che occupa nella biosfera. E comprendere che oggi la giustizia è "imparare non a dare di più, ma a prendere di meno".
Un'Europa solidale per costituzione.
A Firenze proposte nuove per il futuro del vecchio continente

31610. FIRENZE-ADISTA. (dall'inviata) La "prima discussione di massa sul processo costituzionale europeo", finora confinato nelle anguste stanze degli addetti ai lavori: anche questo ha offerto il Forum Sociale Europeo, come emerso dalla conferenza plenaria sul tema "Dalla Carta di Nizza alla Convenzione. Nella crisi della democrazia europea la ricerca della cittadinanza universale", una delle plenarie relative all'asse tematico "Diritti, cittadinanza, democrazia".
È certamente un grave deficit democratico quello che attraversa la costruzione dell'Europa. Secondo Carmen San José, dell'Iniziativa per la Carta dei diritti sociali, "la difesa ad oltranza del neoliberismo, attuata dall'Europa in stretta collaborazione con le istituzioni economiche internazionali, ha prodotto 30 milioni di lavoratori disoccupati o precari e 60 milioni di persone al di sotto della soglia della povertà. Un duro attacco viene sferrato ai diritti sociali fondamentali, spazzando via le conquiste ottenute in decenni di lotta della classe operaia". In questo scenario, del tutto inadeguata appare a Carmen San José la Carta dei diritti fondamentali firmata a Nizza, che, afferma, "aumenterà la precarietà e l'esclusione sociale", seguendo la stessa logica delle privatizzazioni imposta dall'Organizzazione mondiale del commercio. Non è d'accordo Titti Di Salvo, segretaria generale della Cgil del Piemonte: la Carta di Nizza, afferma, "è la condizione necessaria per assicurare l'indivisibilità dei diritti. Non a caso Fini vorrebbe che quella Carta fosse inserita solo come protocollo aggiuntivo, quindi non vincolante".
Sui lavori della Convenzione europea, che dovrebbero concludersi nel secondo semestre del 2003 con l'approvazione della Costituzione dell'Europa, si è soffermato nel suo intervento il giurista Luigi Ferraioli. "Questo processo - ha sottolineato - si sta svolgendo senza alcun coinvolgimento dell'opinione pubblica e in assenza completa di informazioni. Ma ciò che nessun partito ha provveduto a fare, lo sta promuovendo spontaneamente il movimento dei movimenti, primo embrione di una società europea, fattore di stimolo e di legittimità democratica di cui l'Europa ha così bisogno".
Fuori discussione, secondo Ferraioli, la necessità di una Costituzione europea che "costituzionalizzi le grandi conquiste del movimento operaio, della tradizione liberale e socialista, e sia più ricca delle stesse Costituzioni nazionali, assicurando il rispetto dei diritti fondamentali", quei diritti che, prosegue il giurista, "altro non sono che le leggi dei più deboli in alternativa alla legge del più forte, limiti e vincoli allo Stato e al mercato". Tanto più necessaria, una Costituzione europea, di fronte al fatto che "l'attuale globalizzazione vive un vuoto di diritto pubblico: è la legge del più forte, contro cui bisogna far valere le leggi del più debole".
Nel processo di costruzione dell'Europa, secondo Ferraioli, "si stanno manifestando rischi di regressione rispetto anche alla stessa Carta di Nizza". Preoccupante è la mancanza di una norma che vincoli l'Unione Europea alla pace, malgrado l'Europa si sia unificata proprio "archiviando il processo degli imperialismi e delle guerre". E altrettanto preoccupante è il tentativo di "reinserire l'ancoraggio alla tradizione cristiana", una "lesione del principio di laicità e della tradizione stessa dell'Europa, nata in opposizione all'intolleranza religiosa". Ancora, "l'Europa resta una fortezza inaccessibile, chiusa all'immigrazione": si riconosce l'universalità dei diritti, ma poi si pratica "una sorta di apartheid sociale" a danno dei migranti. È contro questi limiti, conclude Ferraioli, che il movimento deve lottare: "l'Europa attuale è ancora poco più di un mercato comune, ma un'altra Europa è possibile: il futuro dipende in gran parte dalle nostre lotte".
Il processo di costruzione dell'Europa interessa, e non potrebbe essere altrimenti, anche gli altri continenti. Proprio sulle richieste rivolte all'Europa dall'Africa, dall'Asia e dall'America Latina ha centrato il suo intervento Boaventura Sousa Santos, dell'Università di Coimbra. "L'Africa, l'Asia e l'America Latina ci chiedono di non separare le lotte per la democrazia dalle lotte per la pace; di lottare per una Costituzione multiculturale, nella consapevolezza però che non esiste riconoscimento delle differenze senza redistribuzione della ricchezza e rafforzamento dei diritti sociali ed economici; di aprire le frontiere di quella che è oggi la fortezza-Europa; di non cadere nella trappola di pensare che gli Stati non contano più; di imparare dal Sud, prendendo ad esempio le forme di democrazia partecipativa sperimentate con successo in Brasile e in altre città latinoamericane, perché la democrazia rappresentativa da sola non basta, ed è necessario completarla con meccanismi di democrazia partecipativa.