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L'ondata di violenza, che in Paranà, tra il 1999 e il 2000, ha raggiunto forse il punto di intensità massima, non si è esaurita con l'avvento di Lula al governo del Paese. Tutt'altro: i latifondisti, che in vari Stati del Brasile detengono ancora saldamente il potere nelle proprie mani, di fronte al concreto pericolo che la riforma agraria, eternamente promessa e sempre negata, diventi finalmente realtà sotto il governo Lula, sono passati all'offensiva. E il bilancio è già di circa 60 lavoratori uccisi solo nell'ultimo anno. Non che il presidente abbia finora fatto chissà che al riguardo, ma i senza terra sono certi che, in tema di riforma agraria, Lula saprà imprimere una nuova direzione al futuro del Paese. Di certo, è in particolare proprio su questo campo che si misurerà la capacità del suo governo di tenere fede alle promesse elettorali: come sottolinea uno studio presentato al Consiglio permanente della Cnbb (la Conferenza dei vescovi del Brasile), il Piano nazionale della riforma agraria, preparato da una équipe di tecnici coordinata da Plinio Arruda Sampaio (professore all'Università Cattolica di San Paolo, intellettuale tra i più prestigiosi in Brasile) e consegnato recentemente al governo, "sarà certamente un test decisivo, perché, definendo la posizione del governo in relazione a una riforma veramente strutturale, provocherà la reazione dei movimenti sociali e dei settori storicamente privilegiati".
Di seguito l'intervista concessa ad Adista da Celso Anghinoni.
Come è avvenuto il tuo ingresso nel Movimento dei senza terra?
Sono figlio di piccoli contadini. Ho potuto studiare solo fino alla quinta serie
(la nostra quinta elementare, ndr), però ho ricevuto una buona formazione nella
Chiesa. La mia militanza ha avuto inizio proprio nella pastorale della gioventù e
poi nella Commissione pastorale della terra. Nel 1980 mi sono impegnato
soprattutto nel caso della grande diga idroelettrica di Itaipù, a fianco di chi
lottava perché le famiglie espropriate ricevessero un giusto compenso.
L'indennizzo pagato dal governo, per di più con dieci anni di ritardo, era tale
che il denaro che prima serviva per comprare 20 ettari di terra ora bastava appena
per un ettaro. Cominciò così la grande mobilitazione degli espropriati di Itaipù,
sostenuta dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa luterana e da alcuni sindacati,
quelli che non si erano lasciati intimidire dalla dittatura militare. La lotta
durò due anni e si concluse con la nostra vittoria. Ma questa fu solo la prima
fase. Perché in realtà erano stati indennizzati solo quelli che possedevano la
terra, non gli altri lavoratori, come gli stagionali: più di 1.800 famiglie che
avevano perso la loro fonte di reddito. Iniziò così una nuova fase, che vide
Chiesa e sindacati impegnati ad organizzare anche questo settore. Ma la notizia di
questa mobilitazione per la terra si diffuse coinvolgendo anche altra gente che
non era vincolata ad Itaipù e da qui nacque l'idea di dare vita ad un movimento
che lottasse per la terra. Nell'81 si erano già formati vari gruppi in alcuni
municipi, a cui venne dato il nome di Mastro, movimento degli agricoltori senza
terra dell'est del Paranà, il primo gruppo organizzato di senza terra del Brasile.
In due-tre anni, in molte regioni soprattutto del Sud del Brasile, ma anche del
Centro-est e in alcuni punti del Nordest, si crearono vari altri gruppi, finché,
nell'84, dal 19 al 24 gennaio, non si riunirono tutti insieme, rinunciando ognuno
alla propria sigla per prendere l'unico nome di Mst, Movimento dei Senza Terra.
E qual è stata la tua esperienza in Paraná, sotto il repressivo governo Lerner?
L'organizzazione si sviluppò molto in Paranà. Ma il governo, i deputati, i
senatori sono in grande maggioranza latifondisti, e in Paranà la situazione non è
differente. Un gruppo di deputati legati al latifondo cominciò dunque a esercitare
pressioni sul governo Lerner affinché liquidasse il movimento. La regione in cui
il Mst era più forte era Querencia do Norte. La violenza c'è stata in tutto il
Brasile (dall'85 al 2003 si sono registrati circa 1280 omicidi), ma a Querencia do
Norte la particolarità è stato il modo in cui si sono manifestate la violenza e la
repressione. Prima dell'ondata repressiva, partecipammo ad un grande incontro
voluto dalla Segreteria per la sicurezza pubblica con tutti i gruppi (più di 80)
delle aree di insediamento e accampamento della nostra regione. Mancavano solo il
presidente della Repubblica e il governo dello Stato, per il resto c'erano tutti:
ministri, vertici della polizia, il presidente dell'Incra (l'Istituto per la
riforma agraria), il segretario di sicurezza dello Stato, ecc. Parlarono per tre
ore. Per tre ore sviscerarono la questione della legge. La legge di qua, la legge
di là. Tutto quello che stavamo facendo era per loro fuorilegge. Tutto. Quello che
non immaginavano era che noi fossimo preparati a rispondere per le rime. Prendemmo
la Costituzione federale, la aprimmo all'articolo 5, che dice che ogni persona ha
diritto a un lavoro giusto, alla salute, all'abitazione, all'alimentazione. E
chiedemmo loro: "Questa è la legge, e non siamo noi ad averla fatta. Che
percentuale del popolo brasiliano usufruisce di questi diritti garantiti per
legge?". Aprimmo la Costituzione all'art. 184, che dice che ogni terra che non
compie la sua funzione sociale deve essere espropriata. E noi domandammo: "quanta
terra qui in Paranà compie la sua funzione sociale?". Uscirono dalla riunione
dicendo: a Querencia do Norte non c'è altro rimedio che quello della polizia.
E cosa avvenne?
Ci fu una escalation di violenza, in cui non è possibile distinguere tra i
diversi attori, perché è tutto relazionato: i fazendeiros, lo Stato, la polizia e
la giustizia. Il primo a morire fu Sebastião Camargo Filho, poi Sétimo Garibaldi,
mio fratello Eduardo, che uccisero al mio posto pensando che fossi io, e Sebastião
de Maia. Lerner portò nella nostra regione tutto quello che c'era di più moderno
nella polizia civile e militare dello Stato. Chi conosce un po' la storia del
Brasile sa che neppure durante la dittatura militare si registrò una sola
operazione militare nella forma in cui fu eseguita da noi, con una presenza da 2 a
3mila poliziotti per sei mesi. Iniziò così una persecuzione sistematica, che non
aveva neppure bisogno di mandati di arresto, perché bastava la lista compilata dai
fazendeiros, in cui c'erano i nomi di tutti i coordinatori dei gruppi della nostra
regione. Quelli che non riuscirono a nascondersi o a fuggire furono catturati (in
quei sei mesi furono 162 le persone arrestate). Ho visto mio fratello morire tra
le mie braccia, a casa mia, sapendo che dovevo essere io al suo posto. E dopo 20
giorni, con quel peso terribile che avevo dentro, fui costretto a fuggire. Rimasi
90 giorni fuori casa, senza poter dare notizie di me, perché tutto era
controllato: i telefoni, ogni entrata e ogni uscita, ogni angolo. Questa fu la
maggiore ondata di violenza.
I responsabili dell'omicidio di tuo fratello sono stati puniti?
Un vicino aveva visto l'assassinio di mio fratello e, sulla base del suo
identikit, è stato arrestato Jair Firmino Borracha, un noto pistolero della
regione. Una perizia dimostrò pure che il proiettile che aveva ucciso Eduardo era
stato sparato dalla pistola di Firmino. Ma i latifondisti reclutarono quattro
testimoni a suo favore. Il primo disse che non poteva essere stato lui ad aver
ucciso mio fratello, perché lo aveva incontrato il giorno dell'omicidio in un
certo posto ad una certa ora. Il secondo disse di averlo visto mezz'ora più tardi
al ristorante. E così via. Che memoria incredibile che dovevano avere quei
testimoni per ricordarsi a distanza di tempo il luogo e l'ora precisa in cui
avevano visto il pistolero!
E ora la situazione è migliorata in Paraná?
Grazie all'appoggio che abbiamo ricevuto sia dall'interno del Brasile che
dall'estero, si è riusciti a frenare questa ondata di violenza. E alle ultime
elezioni il partito di Lerner ha preso meno del 13% dei voti, anche se poi i
deputati sanno riciclarsi al momento giusto, ripresentandosi in altri partiti e
creando così confusione nel popolo. Solo nella nostra regione sono state
sgomberate più di 1600 famiglie di 44 aree. Ma ora la situazione è tornata normale
e tutte queste famiglie hanno ripreso nuovamente ad accamparsi, mosse dalla
speranza che il governo Lula saprà risolvere la loro situazione.
Come si svolge adesso la tua vita?
Con l'assassinio di mio fratello e la persecuzione sistematica del governo contro
i leader del movimento ho dovuto pensare di più alla mia famiglia. Ora lavoro a
livello più locale, nella cooperativa degli insediati della mia regione: i compiti
che svolgevo io adesso li porta avanti una persona più giovane e più libera da
impegni familiari. E io l'aiuto lavorando la sua terra per consentirgli di
viaggiare, come gli altri sostenevano me prima, rendendo possibili le mie uscite.
Iniziative come il Tribunale internazionale sui crimini del latifondo che si è
svolto a Belem, in Parà, servono a migliorare la situazione?
Sono di estrema importanza, perché hanno ripercussione internazionale e quindi
spaventano e inibiscono azioni di violenza. E permettono anche di non dimenticare
i crimini barbari che sono avvenuti. In Parà la giustizia aveva archiviato il caso
della strage di Eldorado de Carajas, e se non fosse stato per le proteste
internazionali, la sentenza di assoluzione non sarebbe mai stata annullata. Ed è
stato proprio a partire dal Tribunale realizzato in Paranà contro l'azione
repressiva di Jaime Lerner che la situazione ha cominciato a tornare alla
normalità.
Perché con Lula il numero di accampamenti in tutto il Paese è quadruplicato?
La gente ha intensificato la lotta perché è tornata a sperare. All'inizio di
gennaio, in Brasile vi erano circa 35mila famiglie accampate, poi c'è stata
un'esplosione generalizzata di accampamenti proprio nella convinzione che Lula
farà qualcosa. Oggi vi sono 130mila famiglie accampate. D'altro lato la violenza è
cresciuta: quest'anno sono già state assassinate circa 60 persone. La colpa, però,
non è di Lula, ma di questa destra assassina dei latifondisti, che hanno ancora il
controllo dello Stato e la maggioranza nel Congresso. E che hanno paura di Lula.
La violenza è aumentata perché la destra ha timore ed allora agisce più
violentemente.
Finora cosa ha fatto il governo Lula in relazione alla riforma agraria?
Molto poco. Però si sta riunendo con i movimenti in maniera sistematica allo
scopo di elaborare una proposta per il futuro e destinare risorse per la sua
realizzazione: cosa che non ha fatto il governo precedente, per il quale la
riforma agraria non era certo una priorità. Per l'anno che viene c'è una proposta
per insediare da 800mila a un milione di famiglie. Noi continuiamo a mobilitarci.
Ma non per opporci a Lula, bensì per aiutarlo a contrastare le pressioni da destra
e per mostrare ai latifondisti che noi non ci fermeremo. E che non accettiamo il
condizionamento di alcun partito sulla nostra organizzazione. Tempo fa, il
movimento ha avuto un incontro cordialissimo con Lula, durante il quale il
presidente ha indossato un berretto del Mst. È successo un finimondo. C'è stata
una polemica interminabile e solo perché Lula ha indossato un berretto del Mst!
Gli intellettuali di sinistra hanno rivolto varie critiche al presidente. Ma il
popolo ha ancora fiducia in lui?
Sì. Lula non nasce ora, ha un lungo cammino di militanza alle sue spalle e sa
dove vuole andare. È vero che è assediato da persone contrarie al suo progetto, ma
noi abbiamo fiducia in lui.
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