Appello dei Sem Terra per la riforma agraria integrale
Fonte Adista
DOC-722. MARABÁ-ADISTA. Un appello al mondo, perché il mondo sappia. Sappia cosa significa essere Senza Terra in un Paese che di terra ne ha d'avanzo.
Sappia di quale sogno e di quali incubi si sia nutrita l'odissea di milioni di brasiliani in cerca di un campo verde da coltivare, e in cui riposare dal lungo viaggio. Sappia di quale speranza è intessuta quella bandiera rossa del Movimento dei Senza Terra, in cui tutti i Senza Terra possono specchiarsi nell'uomo e nella donna che alzano una falce in gesto di vittoria.
E sappia anche quali sono le forze che si oppongono a questo sogno, e quanto sia assoluto ''il dominio della morte, del latifondo, del potere delle oligarchie, della giustizia dei ricchi, della polizia dei ricchi, dei politici dello Stato dei ricchi''.
Un dominio che ha lasciato dietro di sé i corpi dei 19 Senza Terra uccisi nella strage di Eldorado dos Carajás, nello Stato del Pará, il 17 aprile del 1996;
quelli dei due dirigenti del Movimento Onalício Araújo Barros, detto Doutor, e Valentim Serra, detto Fusquinha, assassinati il 26 marzo scorso nelle vicinanze di Eldorado dos Carajás quelli di tanti compagni e compagne caduti inseguendo lo stesso sogno di «lavoro, dignità, terra, pace».
E allora non rimane che chiedere aiuto al mondo, come hanno deciso
di fare i Senza Terra dello Stato del Pará, ma dicendo al mondo
la propria volontà di lottare, e di morire, se necessario, per questa lotta.
Di seguito l'Appello al mondo firmato da Jorge Neri, del Coordinamento statale del Movimento dei Senza Terra del Pará, lanciato da Marabá il 5 maggio scorso. Lo riportiamo integralmente in una nostra traduzione dal portoghese.
Appello al Mondo
Ci chiamano Senza Terra anche se vorremmo essere chiamati cittadini brasiliani.
Siamo Senza Terra nonostante la terra non sia un problema in un Paese che ha più di 8 milioni di km2 di estensione. Viviamo in una delle regioni più ricche del pianeta e anche una delle più povere.
Siamo brasiliani poveri arrivati qui durante gli ultimi decenni da vari punti del Paese, illusi dalla promessa fatta dalle autorità che qui avremmo incontrato lavoro, dignità, terra e pace.
Nel cammino che ci ha portato qui, abbiamo perso molto, abbiamo perso legami familiari, abbiamo perso i nostri ultimi risparmi, abbiamo perso molta della nostra innocenza, ma non abbiamo perso la speranza.
Ci toglievano, a ogni passo che facevamo, a ogni strada e ferrovia che percorrevamo, il rispetto che avevamo appreso dai nostri antenati. In tanta innocenza avevamo una patria, una patria enorme, ricca, verde, gialla e bella che ha popolato il nostro immaginario.
Ci hanno tolto anche questo sogno.
Ecco quello che eravamo: nei treni che ci trasportavano eravamo ammassati, ci urtavamo e dovevamo sopportare il calore e il rumore dei treni merci che in senso contrario portavano via la nostra ricchezza, mentre osservavamo la miseria fuori dal treno, la nostra stessa miseria.
Molti di noi sono arrivati qui con la certezza che ci aspettava l'oro, che l'impiego nei grandi progetti era una garanzia e che la terra sarebbe stata il traguardo di tanta ricerca.
Qui molti di noi non trovano un soffio di vita. Sono morti a mucchi.
Di malattie veneree nei postriboli di Tucuruí, di alcol e proiettili, nella strage di Marabá.
Nelle fazendas, nel lavoro schiavo, nell'abbattimento della foresta, nei vicoli dei piccoli paesi creati ai margini delle maledette autostrade che mai indicano la via del ritorno.
Neanche dieci anni dopo è apparsa una quantità di giovani che impugnavano una bandiera. Dio, come sembrava fatta per noi.
Aveva una enorme carta geografica del Brasile e sopra questa un uomo e una donna con la falce in mano. Un fondo rosso che ci ricordava il sangue, il passato.
E il sogno della terra, che era rimasto, dopo decenni di ricerca.
Allora ci siamo ritrovati. Ci siamo scoperti popolo con diritto di cittadinanza, per quanto ancora poco cittadini. Credevamo che negli accampamenti il ritrovare le famiglie, il lavoro, il cameratismo, tutto sarebbe stato differente.
Siamo arrivati persino a credere che la morte maledetta che durante tutto questo tempo aveva portato migliaia di noi all'altro mondo non ci avrebbe
mai più trovato.
È durato poco il nostro sogno. Il 17 aprile 1996, con un vile
attacco, la polizia del nostro Paese ha massacrato 19 persone del
nostro popolo. La raffinatezza della crudeltà
ci ha ucciso, durante e dopo aver visto i nostri morti. Quando già
erano passati quasi due anni dall'accaduto, il 26 marzo 1998, ormai a meno
di due anni dal prossimo millennio, hanno ucciso Doutor e Fusquinha. Fusquinha
era un giovane che ci aveva mostrato un cammino per ritrovare la nostra
dignità. Li hanno uccisi a sangue freddo. Oggi, 4 maggio 1998, i
150 uomini che hanno ucciso i nostri 19 sono liberi; di questi 150, undici
erano coinvolti nella morte dei nostri due militanti e anch'essi sono liberi.
Il fazendeiro e commerciante Carlos Antônio da Costa, mandante
dell'assassinio, unico arrestato, sarà liberato oggi, quattro giorni
dopo che questi signori della vita e della morte hanno assassinato il compagno
Antônio Vicente, autista del camioncino che ha portato via Fusquinha
e Doutor, testimone diretto del crimine. Essi continuano ad uccidere, e
così continua anche l'impunità.
Direte: sono solo coincidenze della vita. Noi diciamo: è il
dominio della morte, del latifondo, del potere delle oligarchie, della
giustizia dei ricchi, della polizia dei ricchi, dei politici dello Stato
dei ricchi. Negli ultimi 15 anni sono state assassinate più di 500
persone, tutti poveri, contadini, senza terra...
Ci direte: allora che fate lì? E noi domandiamo: dove andare?
Che spazio ci attende in città? Le favelas? I marciapiedi? Il crimine
e le prigioni? La disoccupazione? L'ignoranza?
Questo è il nostro Paese, diremo al mondo che ci aiuti. Diremo
finché sarà possibile dire, parlare: vogliamo terra, lavoro,
pace. Almeno parlare. E poi fare. Cammineremo insieme ad altri del nostro
popolo. Faremo della nostra unione la nostra arma di difesa. Faremo come
fa un popolo che ha imparato ad essere degno: lottare. E se la morte ci
abbatterà, non dicano che ci siamo suicidati per paura del terzo
millennio. Se essa verrà, che non venga come uccello da rapina,
che ci guardi in faccia, e allora sapranno, la morte e i suoi signori,
quanto siamo disposti a lottare per la vita.