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Economia e cittadinanza

Frei Betto, Marzo 2002

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le nazioni industrializzate hanno conosciuto lo Stato di benessere sociale, sostenuto da una politica di pieno impiego che, a sua volta, ha incrementato la raccolta dei tributi capaci di espandere la sicurezza sociale.
Quel nuovo ordine economico non ha permesso, tuttavia, che la politica del pieno impiego si estendesse alle nazioni periferiche. Spinte dall'atteggiamento neocolonialista dei centri finanziari, queste nazioni sono diventate esportatrici di prodotti e royalties, prosciugate delle loro ricchezze e risorse. Pertanto, solo una piccola parte dell'umanità, ha conquistato il diritto ai 40: lavorare 40 ore alla settimana; per poco più di 40 settimane all'anno; per un po' meno di 40 anni di vita.
Con l'avvento del neoliberismo, nei paesi periferici, a milioni di persone escluse dalle opportunità di lavoro è stato impedito l'accesso ai diritti economici e sociali e, quindi, alla cittadinanza. E, nei paesi centrali, lo Stato di benessere sociale si è ridotto, mentre le imprese private si lamentavano della riduzione dei profitti.
È cominciato quindi il tutto è lo stesso. Beni statali e pubblici sono stati saccheggiati dalla politica delle privotizzazioni. Si è smesso di proteggere la sfera produttiva e si è favorita quella speculativa, che assicura ritorni immediati e esige meno assorbimento di forza lavoro. Nell'ottica keynesiana, c'era una stretta connessione tra il lavoro e i diritti di cittadinanza. Ora, quanto maggiore è la disoccupazione o il rischio di essere inghiottiti da lei, minore l'esercizio della cittadinanza.. Di fronte agli esorbitanti diritti delle compagnie transnazionali, i cittadini smettono di essere soggetti dotati di diritti. Il peso smisurato delle persone giuridiche schiaccia i diritti della persona fisica. Si salva solo chi ha il privilegio di proteggersi sotto il tetto di una persona giuridica. Al di là di questo abbiamo un'umanità privata dalla cittadinanza. Keynes non considera il diritto alla cittadinanza come un principio a priori, come fa la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Per lui, la cittadinanza dipendeva dall'inserimento della persona nel mercato, ossia, dalla possibilità di accesso a prodotti e servizi.
Oggi, l'accesso alla cittadinanza è, per miliardi di persone, tanto stretto quanto quello al mercato.
Come uscire dalla impasse? Una alternativa postcapitalista dovrà combinare politiche di ampliamento dei posti di lavoro (impieghi) con politiche di valorizzazione di lavori senza vincolo impiegatizio come quelli che sono realizzati in casa, nella comunità, in attività di studio e in attività culturali e ricreative. Si elimina, così, la discriminazione tra lavoro produttivo per la sua forma (lavoro remunerato) e lavoro produttivo per il suo contenuto (lavoro volontario), entrambi necessari alla riproduzione e alla realizzazione della vita umana Si supera così l'associazione tra pieno impiego e cittadinanza.
Tutti hanno diritto alla cittadinanza, abbiano o non abbiano un lavoro remunerato. Nel superare il criterio del vincolo impiegatizio, si include nel concetto di cittadinanza il tempo dedicato alla collettività, sia delle persone che delle imprese. L'impresa-cittadina è quella che investe nel beneficio collettivo senza percepire profitti finanziari. Essa semplicemente paga il suo debito sociale.
In questa prospettiva, la fine dell'esclusione sociale non si misurerà soltanto attraverso l'inserimento nel mercato, ma anche attraverso l'inserimento nella vita collettiva, in attività che contribuiscano alla promozione del benessere sociale. Cittadinanza diverrà sinonimo non di uno status conferito dalla posizione all'interno del mercato, ma dall'esercizio del mio dovere in relazione a tutti e del dovere di tutti in relazione a me, includendo la natura, in funzione della pienezza della vita.
Di fronte all'abuso di autorità, la domanda non sarà più: Sa con chi sta parlando? Ma piuttosto: Lei chi pensa di essere? Il rispetto dei diritti umani sosterrà il paradigma della cittadinanza, universalmente concepita e rispettata.
Questa prospettiva sarà raggiunta solo se a tutti sarà assicurato un reddito minimo capace di permettere loro l'accesso a prodotti e servizi. Qui entrano due questioni fondamentali: definire, in un dato contesto sociale, di quale reddito minimo una persona ha bisogno per vivere una vita dignitosa e felice; e limitare il tetto dell'accumulazione delle persone giuridiche, in modo da favorire la distribuzione del reddito.
Dal punto di vista economico, questa equazione animerebbe la domanda e la produttività riducendo in modo significativo la disuguaglianza. Ma dai punti di vista soggettivo ed etico, essa esige un profondo senso di giustizia a cominciare dal principio biblico di riconoscimento dell'altro come mio simile e espressione dell'immagine divina.

Frei Betto é frate domenicano e scrittore, consigliere della Central de Movimentos Populares e consulente del MST.

 
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