Prime difficoltà per Lula:
troppo ortodossa la politica economica del suo governo
Claudia Fanti - Adista
31779. BRASILIA-ADISTA. Se la speranza che aveva suscitato
la vittoria elettorale di Gutiérrez
in Ecuador non sembra in alcun modo trovare riscontro nei primi
atti del suo governo , anche in Brasile è possibile cogliere
una, sia pur assai più blanda, insoddisfazione. Un entusiasmo
così grande come quello che ha accompagnato la nascita
del governo Lula facilmente potrebbe, del resto, lasciar posto
alla delusione. Di più: come scrive su "Resumen latinoamericano"
Miguel Urbano Rodrigues, "l'atmosfera quasi messianica"
che circonda Lula "non lo favorisce"
affatto: se il Brasile imprimerà una svolta alla sua storia,
non sarà, infatti, per intervento di "un
salvatore provvidenziale", ma solo grazie a "una politica
democratica e progressista sostenuta dal
popolo".
Di certo, mentre il progetto "Fame zero" stenta ancora
a decollare e la riforma della previdenza
sociale sta provocando un forte malessere tra i lavoratori del
servizio pubblico (proprio quelli tra
cui Lula ha fatto il pieno alle elezioni), pur nell'estrema disponibilità
al dialogo manifestata dal
presidente, la politica economica seguita nei primi mesi di governo
appare totalmente sotto il
segno della continuità. L'équipe economica, non
a caso di chiara impronta neoliberista, "non si è
limitata - scrive Rodrigues - a tranquillizzare la destra statunitense",
ma "ha cercato di conquistare
la fiducia del grande capitale internazionale".
È il peso dell'"eredità maledetta" di
Fernando Henrique Cardoso: otto anni di neoliberismo
sfrenato che hanno donato al Brasile un debito immane e tre accordi
"pesanti" con il Fondo
Monetario Internazionale. "L'ortodossia della politica economica
della nuova gestione - scrive sul
"Correio da cidadania" Luiz Antônio Magalhães
- sta impressionando persino gli esperti che già
scommettevano sulla moderazione del Pt light e del presidente
Lula, secondo quanto
preannunciava la campagna elettorale. C'è quasi unanimità
tra gli economisti, d'altro lato, sul fatto
che il presidente non aveva molta scelta in questo inizio di mandato:
o seguiva il ricettario del
quale l'ex presidente Fernando Henrique Cardoso era adepto o perdeva
il controllo dell'economia,
con la conseguente minaccia alla governabilità". Tale
ortodossia economica da parte del governo
Lula si spiega, secondo Magalhães, oltre che con l'eredità
di Cardoso, con la persistenza
dell'inflazione e con la minaccia della guerra in Iraq, che ha
già obbligato a rivedere gli obiettivi di
crescita per quest'anno in tutto il pianeta. È quando sarà
venuta meno la pressione di questi due
fattori che per il governo Lula giungerà finalmente l'ora
della verità. Ma c'è già chi, fin da adesso,
contesta l'affermazione che non c'è in questo momento alternativa
possibile: "il Brasile - scrive
ancora Rodrigues - non è l'Ecuador, Paese in cui la paura
del gigante del Nord ha condotto Lucio
Gutiérrez a capitolare appena assunta la presidenza".
E "in Brasile la destra, screditata dagli effetti
catastrofici della sua politica, non disporrebbe delle condizioni
minime per imitare la sua omologa
venezuelana e rispondere con uno sciopero di grandi dimensioni
a una strategia prudente ma
attenta alle sofferenze del popolo e orientata alla difesa degli
interessi nazionali e della sovranità".
Invece, anche rispetto ai negoziati sull'Alca, l'Area di libero
commercio delle Americhe, "la
decisione di presentarsi di fronte a Washington in blocco con
i Paesi del Mercosur probabilmente
eviterà cedimenti più gravi, ma non cessa per questo
di essere un male minore. Perché la
negoziazione, articolo per articolo, implica l'accettazione del
progetto imperiale". Un progetto che
comporterebbe "la ricolonizzazione politica, economica e
culturale" di tutta l'America Latina. Con il
passare del tempo, conclude Rodrigues, cresce il timore che quanto
più andrà avanti la politica di
ispirazione neoliberista tanto più difficile sarà
la sua sostituzione con un'altra "orientata alla lotta
contro le disuguaglianze".
Nel frattempo, Lula dovrà far fronte alle voci critiche
alla sua sinistra. Quella, per esempio, del
Movimento dei Senza Terra, preoccupato del fatto che i primi 40
giorni di governo siano passati
senza che sia stata adottata alcuna misura rispetto alle circa
80mila famiglie di lavoratori rurali
accampate in tutto il Paese. "Questi giorni - ha dichiarato
all'Agenzia "Folha" João Paulo
Rodriguez della direzione nazionale del Mst - sembrano pochi per
chi è al governo, a causa della
burocrazia, ma per chi sta sotto una baracca coperta di sacchi
di plastica è un tempo molto lungo".
Tuttavia, aggiunge, "siamo ancora fiduciosi". E a giustificare
tale fiducia, sono intervenute le
nomine (non a caso aspramente criticate dal settore latifondista)
dei quadri del Ministero dello
Sviluppo Agrario e dell'Incra (l'Istituto per la riforma agraria),
tutte riconducibili al Mst, alla Cpt (la
Commissione pastorale della terra, organismo legato alla Conferenza
dei vescovi), alla Contag (la
Confederazione nazionale dei lavoratori dell'agricoltura) e all'ala
radicale del Pt.