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Un'economia blindata
In Brasile si è avuto un grande processo di costruzione dell'economia nazionale,
accompagnato da misure di protezione dell'industria locale. Dal 1930 al 1980 si è sviluppato
nel Paese un parco industriale completo, finché la mondializzazione neoliberista non gli ha
inferto un colpo fortissimo. Nel 1989, Lula si presentò come candidato presidenziale
impegnandosi a portare avanti il processo di costruzione nazionale. Ma Lula venne sconfitto. E
iniziò così un processo di apertura irresponsabile dell'economia brasiliana, che poi è finito
nelle mani di Fernando Henrique Cardoso. Il governo Cardoso ha blindato l'economia brasiliana
in modo tale che se viene spezzato un elemento si rischia di rompere tutto.
A mio giudizio Lula ha compiuto un errore: quello di impegnarsi in campagna elettorale a
rispettare gli accordi internazionali firmati da Fernando Henrique Cardoso. L'équipe di
consiglieri di Lula evidentemente non conosceva la profondità della blindatura operata da
Cardoso. Se Lula viola uno di questi accordi la sua credibilità internazionale cade e il denaro
straniero che sostiene la macroeconomia si dilegua.
Io credo che Lula stia sbagliando a non affrontare il Fondo Monetario Internazionale. Adotta
una posizione prudente, nel timore che, se si scontrasse con la comunità finanziaria
internazionale, subirebbe una rappresaglia che avrebbe come conseguenza l'aumento
dell'inflazione e della disoccupazione: un problema molto serio di governabilità. Ma un Paese
non può vivere sotto ricatto. E credo che il popolo darebbe un fortissimo sostegno a Lula. (.)
Forzare il limite
Ho fatto parte del governo Goulart, progettando la riforma agraria del 1964. In quella
occasione ci fu uno scontro tra il popolo e le forze interne ed esterne che volevano impedire
il cambiamento. E la parola chiave era "limite". Io ero nella posizione di forzare il limite ma
con molto timore. Anche oggi ci chiediamo se non sia stato imprudente forzare quel limite,
perché a causa di ciò abbiamo avuto 20 anni di dittatura militare. Ma è anche vero che in
questi anni si è formata nella Chiesa cattolica una coscienza liberatrice, è nato un sindacato
vero come la Cut, è nato l'Mst. Oggi la situazione sociale del Brasile è molto più avanzata che
nel 1964. E il dramma è lo stesso. (.)
La mia posizione è che sarebbe necessario forzare il limite. Potrebbero esserci conseguenze
negative, fatto che giustifica la prudenza di Lula. Il problema è nel limite di quella
prudenza. Io credo che forse dovrebbe essere meno prudente. (.)
Un vuoto preoccupante
Lula aveva suscitato enormi aspettative e queste aspettative si stanno ridimensionando. Ma
per il popolo più povero Lula è ancora una speranza. Quando un addetto delle pulizie
dell'aeroporto ha trovato una borsa con 30mila dollari e l'ha restituita, il direttore gli ha
chiesto che premio avrebbe voluto: "Vorrei stringere la mano a Lula", ha risposto. Perché una
cosa è quello che penso io, uomo politicizzato, un'altra è quello che pensano i milioni di
brasiliani delle classi povere. Io penso che un giorno questa gente si solleverà e se noi
avessimo un pensiero articolato e alternativo da offrire potremmo andargli incontro. Perché una
cosa è certa: nessuna nazione può diventare indipendente senza affrontare problemi, senza
vivere momenti di crisi e di lotta. (.)
Se il popolo perdesse speranza in Lula, il vuoto sarebbe brutale. Nel 1954, quando Getulio
Vargas venne ucciso, il popolo brasiliano scese in strada. Ci riunimmo in una casa con un padre
domenicano che era stato consigliere di Giovanni XXIII al Concilio. Ed egli disse: "questo è un
popolo infantile che sta piangendo la morte di suo padre. Si lamenterà, si indignerà,
protesterà, ma, poiché non ha orientamento politico, non ha un'organizzazione capace di dare
una parola d'ordine, si stancherà e tornerà a casa. E se piove tornerà anche prima". E piovve!
"Questo popolo cercherà un nuovo padre e se non avrà risposta fra dieci anni si troverà sotto
una dittatura militare". Era il 24 agosto del '54 (il golpe contro Goulart avvenne il 31 marzo
del 1964, ndt). Si sbagliò di appena sei mesi. Oggi, se Lula non riuscisse a dare una riposta,
la forza capace di orientare politicamente il popolo esiste. E dunque il quadro istituzionale
del Paese si modificherebbe, verso destra o verso sinistra. Sarebbe un vuoto preoccupante,
perché non si sa quale direzione potrebbe prendere. (.)
Un progetto asfissiato
Il progetto Fame Zero si presenta come un programma non meramente assistenzialista: doveva
partire da un piano assistenziale per diventare poi un progetto strutturale. Si è però trovato
asfissiato per due motivi: la mancanza di risorse (quando un medico prescrive una dose di
penicillina, non serve a niente somministrare una dose di molto inferiore. Se però si volesse
dare la dose giusta ci si scontrerebbe con l'Fmi) e il tentativo di fare una cosa che è
impossibile con la miseria: quello di registrarla. Con una certa ingenuità, i responsabili del
progetto, preoccupati del clientelismo politico e della corruzione che hanno caratterizzato
tanti programmi assistenziali, volevano registrare tutto per dimostrare la loro correttezza. Ma
così per un anno hanno potuto fare solo questo.
La 25.ma ora
Ho scritto un articolo dal titolo "La 25.ma", in cui sostengo che Lula si sta avvicinando
alla 24.ma ora. Alla 25.ma non c'è più niente da fare. Lula deve fare qualcosa subito. E deve
essere qualcosa di forte. Io credo che dovrebbe cambiare l'équipe economica del governo. (.) La
politica è fatta di simboli, di gesti. Il popolo aspetta un gesto e questo gesto non arriva
ancora.
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