Hong Kong non ripete Cancun:
salvo il WTO, condannati i poveri
Fonte Adista, Dicembre 2005
HONG KONG-ADISTA. Era un'occasione unica per assestare un colpo decisivo all'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), già in forte crisi di credibilità dopo i fallimenti di Seattle e di Cancun: bastava che a Hong Kong, alla sesta Conferenza ministeriale del Wto, svoltasi dal 13 al 18 dicembre, i Paesi poveri, la cui forza negoziale era ultimamente in ascesa, si mantenessero uniti di fronte all'arroganza di Stati Uniti e Unione Europea. Così, però, non è stato. E non solo a causa delle pressioni dei Paesi ricchi: Brasile e India, che a Cancun avevano guidato la ;quot;resistenza;quot; del Sud del mondo e che, da allora, avevano giocato un ruolo da protagonisti nelle famigerate green room (gli incontri informali aperti a pochi Paesi in cui, alle spalle di tutti gli altri, si portano avanti di fatto i negoziati), hanno rotto il fronte comune del G90, la coalizione dei Paesi poveri, a vantaggio esclusivo delle proprie élite esportatrici. L'accordo finale è indubbiamente modesto, ma sufficiente a mantenere in piedi il ciclo negoziale noto come Doha round, e a sospingerlo verso una sua prevedibile conclusione, probabilmente entro la fine del prossimo anno. Un accordo che vede gli Usa come i veri vincitori, e che lascia solo parzialmente soddisfatti gli altri protagonisti dei negoziati, Unione Europea ed economie emergenti. Ma che, soprattutto, segna la sconfitta senza appello dei Paesi più poveri, condannati a una subordinazione totale e forse definitiva nel quadro dell'economia globale.
Una ricetta per il disastro
Rispetto al tema dei sussidi all'esportazione - a causa dei quali i mercati del Sud vengono inondati dai prodotti a basso costo dei grandi produttori del Nord - l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno accettato di tagliare entro il 2013 i sussidi all'export, ma in termini ancora assai vaghi. E non solo perché nessun impegno è stato preso per le sovvenzioni statunitensi al settore cotoniero, ma anche perché la maggior parte di quei sussidi cambierà appena di collocazione, finendo nella cosiddetta ;quot;Cassa verde;quot;, quella dei sussidi interni non toccati dall'accordo. In cambio, i Paesi del Sud si sono piegati ad aprire i propri mercati ai prodotti industriali e ad accettare modalità più aggressive nell'accesso al mercato dei servizi, come l'obbligo di assicurare agli investitori stranieri gli stessi diritti dei fornitori locali.
La Dichiarazione ministeriale, ha commentato l'economista Walden Bello del Focus on the Global South, ;quot;è una ricetta per il disastro;quot;: ;quot;l'unica cosa che ha ottenuto il mondo in via di sviluppo è un termine vuoto per l'eliminazione dei sussidi in cambio di un cattivo accordo nel resto dei negoziati sull'agricoltura, di un cattivo accordo nell'industria e di un cattivo accordo nei servizi;quot;. Senza contare che, come ha spiegato Ibrahima Coulibaly, portavoce dei produttori di cotone del Mali, ;quot;se anche gli Stati Uniti tagliassero i loro sussidi all'export di cotone, non saremmo noi africani, che riusciamo a vendere solo la fibra grezza, a beneficiare di questa concessione. India, Brasile, Cina e tutti quei Paesi che possono trasformare la fibra all'interno dei loro confini assorbirebbero tutti i benefici potenziali, e a noi entrerebbe in tasca il solito prezzo stracciato della semplice materia prima;quot;.
Negativo anche il commento di Tradewatch, l'Osservatorio italiano sul commercio internazionale: ;quot;la delusione - ha dichiarato Ugo Biggeri - è profonda per come le economie emergenti del Sud del mondo, a partire dal Brasile di Lula e dal governo indiano, abbiano abbandonato la causa dei Paesi poveri per sposare una fallimentare logica liberista;quot;. Lo spiega bene Peter Rosset, ricercatore del ;quot;Centro Studi per il cambiamento nel Campo Messicano;quot;: quello che vogliono il Brasile e gli altri Paesi agroesportatori è ;quot;aprirsi uno spazio al tavolo dei grandi, dove, a fianco degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, potranno anch'essi inondare i mercati locali di Paesi terzi con i prodotti a basso prezzo delle proprie élite agroesportatrici;quot;. Come dimostra, tra tanti, ;quot;il caso del Mozambico, la cui agricoltura è al collasso grazie a un accordo commerciale che permette al Sudafrica di inondare il suo mercato con prodotti a basso costo;quot;. Ma la crescita delle esportazioni non favorisce neppure gli stessi contadini del Brasile, del Sudafrica, della Cina, degli Usa e della Ue, sacrificati, nei rispettivi Paesi, all'agrobusiness e al latifondo industrializzato, che avanza a spese dei piccoli produttori tanto nel Sud come nel Nord del mondo: nella Ue, sottolinea Rosset, ogni tre minuti perde il lavoro una famiglia contadina. Tuttavia, la risposta alle pacifiche proteste dei contadini di Via Campesina è stata a Hong Kong quella degli arresti (500 le persone fermate) e delle violenze (circa 70 i feriti).
E la sinistra resta a guardare
Duro e non privo di autocritica anche il commento dell'europarlamentare Vittorio Agnoletto: ;quot;Ha vinto - ha dichiarato - l'egoismo del nord del mondo, delle multinazionali statunitensi ed europee. Ma soprattutto abbiamo perso noi. I sindacati che non sono riusciti a spiegare che le masse povere dei contadini e dei lavoratori del sud del mondo non sono gli avversari degli agricoltori e dei lavoratori europei; i nostri movimenti, poiché non abbiamo saputo trasformare la forza accumulata nei Social Forum di Porto Alegre, di Mumbay, di Firenze nella capacità di organizzare vertenze mondiali sui temi quali la difesa dei beni comuni come l'acqua e la terra, l'accesso ai servizi pubblici come diritti; hanno perso i partiti di sinistra che non hanno saputo, ammesso che vi credano, spiegare ai propri elettori che il destino del pianeta è uno solo e che, se oggi è il sud del mondo a pagare il prezzo più alto di questo modello di sviluppo, presto arriverà anche il nostro turno;quot;. Sarebbe già qualcosa, conclude Agnoletto, ;quot;se questa consapevolezza fosse di casa nelle stanze delle segreterie dei partiti di sinistra, in Europa e nel mondo;quot;.
(Claudia Fanti per Adista)