Il Brasile, la nostra sfida

Il Brasile, la nostra sfida
Il manifesto - 1 Agosto '02
"Sem Terra" di Pasquale Scimeca e Roberto Torelli, racconta il movimento brasiliano tra storia e presente, tra il Forum di Porto Alegre 2002 e le prime occupazioni delle terre. Per esplorare la "mistica" di una religiosità che diventa rivoluzione. Sarà al Festival di Locarno, che si apre oggi
Cristina Piccino

ROMA - Tutto comincia quasi per caso, anche se poi l'occasione non è per nulla casuale. Porto Alegre, il Forum 2002 contro la globalizzazione, è lì che dopo Genova e il G8 si sono dati appuntamento i registi della "fondazione cinema nel presente" per un nuovo film collettivo sull'esperienza di Un mondo diverso è possibile (coordinato da Citto Maselli). Tra loro c'è anche Pasquale Scimeca che racconta, girovagando in città da turista incontra un accampamento di sem terra. "Conoscevo il movimento ma superficialmente e per me è stata una rivelazione - dice - Lì, in quei volti, negli sguardi dei vecchi e dei giovani ho incontrato il mio mondo che pensavo non esistesse più". Quel mondo è l'universo contadino che tante volte il regista ha esplorato nel suo cinema, da Un sogno perso all'ultimo Placido Rizzotto, la Sicilia alla quale ha cercato di restituire memoria e contraddizioni profonde e non per la retorica di una qualche nostalgia ma perché in quel nodo cancellato con grande cura dalle storie ufficiali c'è già tutto il futuro, oggi presente siciliano come anche la logica dei tanti "misteri" e rimozioni forzate che segnano la storia recente d'Italia. Sono le lotte contro i sistemi dei potenti, i latifondi, le mafie, le omissioni (se non la complicità) della politica che ad esempio firmano la morte del sindacalista Placido Rizzotto scomodo perché rivendicava diritti per i contadini contro i proprietari terrieri e uguaglianza.
Proprio come accade nel Brasile strangolato dalle multinazionali: stesse battaglie, stessi obiettivi, stessi morti ammazzati da un esercito e da una polizia arma speciale dei poteri. A Porto Alegre c'erano anche Roberto Torelli con alle spalle pure lui un film su Genova - Bella ciao firmato insieme a Marco Giusti e Carlo Freccero, che diventa poi un po' il simbolo di resistenza alla Rai omologata così come la vuole il governo Berlusconi, visto che è l'azienda di viale Mazzini ad averlo prodotto vietandone però categoricamente qualsia messa in onda. E Paulo Cesar Saraceni, un sem terra di quel cinema novo brasiliano danzante e viscerale nonostante i massacri della dittatura. I due l'anno prima, sempre durante il Forum, avevano filmato il movimento sem terra e l'occupazione della la Monsanto, la multinazionale di sementi accusata di produrre ogm.
Da questo incontro nasce Sem Terra, firmato da Scimeca e Torelli (producono Luna Rossa, Filef, Cinema nel presente), che sarà presentato al Festival di Locarno - da oggi fino all'11. Dice Scimeca: "pensavo che dopo Placido Rizzotto non avrei mai più parlato del mondo contadino ed ecco che all'improvviso me lo trovo di nuovo davanti, tante persone che sembrano essere state preservate per cento anni, che uniscono tecnologia e tradizione, che sono preti e ragazzi delle favelas".

Ci racconta Sem terra con immagini girate i giorni del secondo Forum, quelle di Saraceni e Torelli dell'anno scorso - è irresistibile il discorso di Saraceni alla Monsanto occupata, dichiarazione di indipedenza e di grande amore per il cinema - materiale d'archivio e le note maginfiche di Chico Buarque, storia e presente del movimento, le occupazioni negli anni Settanta, durante la dittatura e quelle di oggi attraverso la voce dei suoi protagonisti come Joao Pedro Stedile o di coloro che gli sono stati vicino come Salgado. E le battaglie, la fatica dell'occupazione che vuol dire vivere nel fango sotto un sacco di plastica scura dell'immondizia per anni, lavorare la terra senza quasi nulla, a mani nude finché l'accampamento non diventa insediamento, il diritto a restare lì insomma gli viene riconosciuto istituzionalmente - una legge stabilisce che la terra è di chi la rende produttiva. Che significa la costruzione di aziende agricole moderne e anche ricchezza con cui aiutare chi sta comin ciando. Non è facile, anzi i leader sono stati spesso uccisi e con loro tanti altri, gli hanno avvelenato i pozzi, bruciato gli accampamenti. La resistenza è politica e di vita quotidiana ci dicono le voci che si alternano sullo schermo, polverizza il fondamento della rassegnazione, lavora sulla consapevolezza, cerca di rendere tutti partecipi a quanto si sta facendo, per questo fa paura. "Con la violenza non si arriva da nessuna parte, Le nostre armi sono i nostri strumenti di lavoro" dice Stedile. E con questo il movimento è cresciuto anche altrove in America latina, a partire proprio dall'esperienza brasiliana. "Le occupazioni non sono soltanto una battaglia politica ma puntano al recupero della dignità dell'uomo - dice Scimeca - Si organizzano scuole, presidi medici, si costruisce una cultura del lavoro. Tra i sem terra ci sono molti contadini che arrivano dalle favelas dove vivono dopo avere perduto tutto". Anche se poi la metropoli è un altro mondo, qui il movimento sem terra, come ci spiega Torelli non c'è, i valori e i riferimenti sono molto diversi. "Per questo cercano di fermare chi vuole andare in città, finendo così nelle favelas. Il legame è più coi senzatetto".

Ma soprattutto Sem Terra prova a entrare in quel cortocircuito che è la religiosità, la mistica come la chiamano gli autori, del movimento nato comunque all'interno della teologia della liberazione- da cui poi la chiesa ufficiale ha preso le distanze - e la rivoluzione. Con leader che spesso sono frati come Oreste, incontrato mentre sta preparando l'occuapazione della Monsanto. O Frei Betto che ci parla - nell'intenso finale del film - di amore, concordia, dell'abbandono del piccolo capitalista che è in noi. E che pure non eslcudono altri riferimenti, uno spirito pure laico. "La religiosità in Brasile è una delle basi popolari - dice Scimeca - I sem terra a differenza della tradizione classica marxista non rifiutano la religione, anzi nascono nella teologia della liberazione, tra loro ci sono molti preti, cercano quindi di partire dalla religiosità come esigenza popolare per andare oltre". "I sem terra hanno unito San Francesco e Che Guevara" dice Torelli.
Una sfida complessa come è questo film.