L'unica liberta' duratura, il socialismo dal basso. Porto Alegre - 2002

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2002. Fonte Adista
 

L'unica libertà duratura, il socialismo dal basso
di Isabel Rauber
Costruire il socialismo con la forza, la dignità e la spinta della rivoluzione cubana.
Il nostro è il socialismo che potevamo avere e che abbiamo dopo anni e anni di embargo criminale da parte dell'imperialismo alla rivoluzione del popolo di Cuba. Questo ovviamente ha pesato sul processo della rivoluzione però ci ha resi più forti nelle nostre convinzioni e nelle nostre posizioni.
Non vorrei parlare in generale ma vorrei mettere a fuoco quello che bisogna fare, quello che deve fare questa generazione di uomini e donne per poter arrivare un giorno a dire: viviamo nel socialismo.
Nella situazione di esclusione, saccheggio e miseria crescenti, la logica vita-morte sembra imporsi come quella che decide le sorti di qualsiasi tentativo di trasformazione, immediata o a lungo termine. E qualsiasi forza in favore della vita dovrà far saltare radicalmente il modello neoliberista. Non c'è posto per compromessi o per una terza via. L'alternativa a questo modello implica necessariamente una rottura radicale, rivoluzionaria rispetto al sistema capitalista.

Dobbiamo innanzitutto capire qual è il senso del cambiamento, l'obiettivo. Questo ha a che vedere con il progetto e con i soggetti, gli attori sociali che lo portano avanti, e tutto questo è immediatamente connesso con la questione del potere. Affermare l'esigenza del socialismo presuppone tenere conto di almeno due aspetti: quello immediato e quello a lungo termine. Occorre valutare i processi di trasformazione sociale in un processo universale di lunga transizione verso il socialismo. Essi non hanno un carattere direttamente e immediatamente socialista. È necessario costruire questo processo per la maggioranza e con la maggioranza, cambiare l'asse della costruzione dall'avanguardia intellettuale verso i popoli, con egemonia ma senza egemonismo, per arrivare alla costruzione di una gestione socio-politica plurale.
Per avere la capacità di guidare i processi attuali per la sinistra è imprescindibile comprendere questa prospettiva del processo di trasformazione ultimo. Le trasformazioni sociali vanno intese come un processo, non come un atto, nemmeno come un fatto. Questo significa che il futuro è strettamente legato a quello che facciamo nel presente. Ossia quando parliamo di socialismo dobbiamo cominciare a praticarlo da ora nelle strade, tra la gente, perché questo socialismo possa diventare tangibile. In questo senso possiamo dire che la transizione è il processo stesso, ossia nel momento stesso in cui iniziamo il processo stiamo già costruendo il nuovo, e nulla cambierà nel cammino se non cambia da adesso; non c'è un essere umano nuovo né una cultura nuova, se non c'è l'avvio di una nuova pratica democratica, partecipativa, di una nuova condotta politica assimilata nella pratica quotidiana. Noi cubani sappiamo sulla nostra pelle che il socialismo è possibile come sistema sociale, che è impossibile un mondo diverso dal capitalismo che non sia quello socialista.
Socialismo, democrazia e lotta contro l'emarginazione sono tre elementi strettamente legati e non li possiamo separare. Riscattando una mozione fondamentale del marxismo, a volte dimenticata o ripetuta in maniera retorica, bisogna ricordare che la lotta all'emarginazione esige di fare dei popoli i protagonisti, con la capacità di decidere e creare la società del mondo in cui stanno vivendo e in cui vogliono vivere. Bisogna appropriarsi del processo della vita stessa a partire dalla propria partecipazione, e non lasciare nulla in mano a terzi, non delegare agli altri la responsabilità individuale di costruire. Ossia bisogna pensare collettivamente anche la trasformazione. Non solo nel mondo intellettuale si deve pensare la trasformazione, occorre pensarla congiuntamente con gli attori sociali e politici, senza perdere tempo; tradurre la teoria in pratica nelle strade, nelle piazze, nei posti di lavoro, tra i disoccupati. Il dialogo tra il mondo politico e quello sociale è indispensabile.
La rivoluzione cubana è un esempio. Non si deve imitarla ma tenerne conto, per capire ciò che è possibile fare non solo nel campo economico sociale e culturale, ma anche sul piano della democrazia, della partecipazione popolare nella costruzione di una nuova società. Tanto più coraggio darà al processo rivoluzionario quello che abbiano fatto e continuiamo noi a fare nonostante una guerra imperialista che dura da 40 anni.
La lotta contro l'emarginazione si riferisce generalmente all'economia e alla politica, ma non è solo questo: abbraccia tutto l'ordine della vita spirituale e sociale della persona ed è necessario che noi l'adottiamo concretamente. Ci sono esperienze di socialismo europeo in cui non c'era né uomo nuovo né donna nuova, né c'era una funzione spirituale e materiale che soddisfacesse e accompagnasse questo processo. Forse uno degli elementi che va messo maggiormente in rilievo è il tema dell'assenza della partecipazione politica in quei cittadini e cittadine.
Situazioni come queste non devono mai ripetersi perciò dobbiamo stare attenti e agire già da ora. E una tappa imprescindibile è quella di incorporare la lotta contro l'emarginazione, particolarmente contro l'emarginazione politica, fin dall'inizio. Renderla, come di fatto è, parte integrante di tutto il processo socio-trasformatore, uno dei segni della transizione verso la società futura. Democrazia e partecipazione popolare appaiono strutturali e connesse alla concezione della costruzione del potere e all'aspirazione a un nuovo tipo di società. E sono connesse fin dalla radice, dalla genesi del processo di trasformazione e segnano una stretta relazione tra mezzi e fini. Non possiamo con organizzazioni verticalistiche ed autoritarie costruire una società democratica e partecipativa.

È abbastanza frequente oggi sentire parlare della partecipazione popolare, della necessità di appellarsi ad essa per trovare le soluzioni stabili ai problemi attuali. Però quando si parla di partecipazione si è soliti enfatizzare il momento decisionale, la partecipazione delle amministrazioni, invece è importante esaltare la partecipazione popolare anche nel controllo dei risultati, nel controllo della gestione e nel controllo delle decisioni in discussioni collettive, settoriali, sociali, economiche o politiche. Un elemento fondamentale della partecipazione è partecipare anche al controllo del risultato. Non delegarlo agli altri. Nella democrazia di tipo nuovo, nella democrazia socialista, il controllo popolare è e deve essere autentico, pieno e coerentemente solidale. Allora si può parlare di democrazia. Quando parliamo di democrazia socialista, parliamo della necessità di rifondare un nuovo tipo di potere, un nuovo tipo di Stato. Trasformare dalle radici la relazione frammentata tra società civile e società politica.
Sappiamo che la società civile è organizzata per classi, sappiamo che non è omogenea, però questa relazione è anche storicamente frammentata. La società civile, in virtù del suo sistema economico, si autodetermina in un certo modo nella organizzazione della struttura politica in cui deve delegare tutta la rappresentanza ai partiti. Questa forma di rappresentazione è quella che mette in questione la democrazia partecipativa, la rappresentazione che trasferisce ai rappresentanti la capacità di decidere sul piano politico. Questa rifondazione parla invece di una nuova relazione tra la società politica e la società civile e della necessità di ricostruire un nuovo tipo di Stato.
Parliamo del potere dal basso, parliamo di democrazia partecipativa, della trasformazione del rapporto tra Stato e potere, di un nuovo modo di intendere l'impegno politico, ma non associamo questo allo spontaneismo, né al marxismo. Crediamo nella necessità dell'interazione, riscattando la metodologia dell'educazione popolare ed incorporandola alla pratica politica, alla tecnica della presa di coscienza. Questo si realizza agendo congiuntamente e simultaneamente con gli agenti sociali e nella formazione di questi soggetti. Tutto questo si innesta nella necessità di articolare i grandi con i piccoli, la politica con la lotta quotidiana, di rivalutare il ruolo della donna in politica. In questa situazione non sono tanto importanti i discorsi, le dichiarazioni, quanto agire, mettere in atto questa pratica politica nelle organizzazioni sociali, perché la forza dell'esempio è ciò che educa di più, e la pratica è l'esercizio di un modo differente di fare politica, di insegnare cosa si può fare e come farlo. Non è lineare, non è spontaneo ma il lavoro che si fa oggi domani frutterà. Non credo ci siano contraddizioni che si possano risolvere automaticamente domani . È oggi, è adesso che noi dobbiamo cercare di avviare la soluzione di questi problemi. La creazione di una nuova organizzazione politica, plasma anche un nuovo tipo di militante che non va a convincere le parti, la gente; che ha proposte politiche ma in primo luogo va ad ascoltare, a stimolare, a generare questa saggezza collettiva per collocarla dentro l'organizzazione in una forma di militanza di altro tipo, più aperta, dinamica, propulsiva. È l'esigenza che sta emergendo nelle organizzazioni sociali: costruire dal basso anche iniziando dal partito, dentro il partito, con il partito e per il partito. Rifondare l'organizzazione su questa nuova base.
Costruire dal basso vuol dire convocare i diversi attori sociali. È una chiamata ad investire anche il cuore, compagni e compagne. Non basta aprire la mente, occorre aprire il nostro cuore.