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Parte pronunciata da Frei Betto
Michael Lowy diceva che metà dell'umanità è formata da donne. L'altra metà sono
figli di donne!
Che significa uguaglianza? Nelle prime costituzioni rivoluzionarie si scrisse di
questa esigenza dell'uguaglianza di fronte alla legge: è un'esigenza assolutamente
necessaria che è ben lontana dall'esistere nel mondo di oggi, ma insufficiente.
Il problema di fondo è oggi la mostruosa disuguaglianza tra Nord e Sud del pianeta
e, in ogni Paese, tra la piccola élite che monopolizza il potere economico e i
mezzi di produzione, e la grande maggioranza della popolazione che vive della sua
forza lavoro, ma oggi anche questo diventa un privilegio considerando l'aggravarsi
della disoccupazione e l'esclusione dalla vita sociale. È curioso osservare il
cambiamento nel linguaggio: 10 anni fa si parlava di emarginazione. Nessuno più
impiega questo termine. Oggi si parla di esclusione. Stare ai margini rappresenta
la possibilità di tornare al centro, essere esclusi è più complicato. Le cifre che
esemplificano questa disuguaglianza sono note: quattro cittadini degli Stati Uniti
- Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffet e Larry Ellison - concentrano nelle loro
mani una fortuna equivalente al prodotto interno lordo di 42 Paesi poveri, con una
popolazione di 600 milioni di abitanti. Il sistema del debito estero, la logica del
mercato mondiale e il potere illimitato del capitale finanziario hanno aggravato
questa disuguaglianza, soprattutto negli ultimi 20 anni. L'esigenza di uguaglianza
e di giustizia sociale, che sono due valori inseparabili, ispira i vari progetti
alternativi oggi all'ordine del giorno, soprattutto i progetti dibattuti nel Forum
Sociale Mondiale, tanto nella prima edizione quanto in questa seconda edizione. E
in una prospettiva più ampia questo implica un altro modo di produzione
distribuzione di beni economici.
Ma la disuguaglianza economica non è l'unica forma di ingiustizia nella società
capitalista liberista: bisogna elencare anche la persecuzione dei clandestini in
Europa, l'esclusione dei discendenti degli schiavi neri e degli indigeni nelle
Americhe, l'oppressione di milioni di individui che appartengono alle caste
"intoccabili" in India, e tante altre forme di razzismo o discriminazione per
ragioni di colore, religione o lingua, onnipresenti dal Nord al Sud del pianeta.
Una società ugualitaria significa la radicale soppressione di queste
discriminazioni. Implica anche una diversa relazione tra uomini e donne, rompendo
il più antico sistema di disuguaglianza della storia, che è il patriarcato,
responsabile della violenza contro le donne, della loro emarginazione dalla sfera
pubblica e della loro esclusione dal lavoro. La grande maggioranza dei poveri e dei
disoccupati del mondo sono donne.
E questa è una questione che abbiamo dibattuto qui in altri momenti: il fatto che
la sinistra abbia ignorato le relazioni di genere o anche le questioni soggettive
ha determinato che in strutture che si volevano nuove, come avvenuto nei Paesi
socialisti dell'Est europeo, queste radici nocive come il patriarcato non
arrivarono ad essere sradicate.
L'ultimo dei tre valori della Rivoluzione Francese è la fraternità. Che significa
fraternità? È la traduzione civica, moderna del vecchio principio
giudaico-cristiano dell'amore per il prossimo. È la sostituzione delle relazioni di
competizione, di concorrenza feroce, di guerra di tutti contro tutti, che fanno
dell'individuo nella società attuale un homo homini lupus, cioè un lupo per gli
altri esseri umani, con relazioni di cooperazione, condivisione, aiuto reciproco,
solidarietà. Oggi è molto comune contrapporre l'attuale modello di globalizzazione
a quello che noi vogliamo, che non è negare la globalizzazione, ma realizzare la
globalizzazione della solidarietà. Una solidarietà che include non solo i fratelli,
da cui fraternità, ma anche le sorelle, per cui dobbiamo cominciare a parlare di
sororità, e che superi i limiti della famiglia, del clan, della tribù, dell'etnia,
della comunità religiosa, della nazione per diventare autenticamente universale,
mondiale, internazionale, globale. In altre parole, internazionalista, nel senso
che hanno dato a questo valore generazioni intere di militanti del movimento
operaio e socialista.
La mondializzazione neoliberista produce e riproduce conflitti tribali ed etnici,
guerre di pulizia etnica, espansionismi bellicosi, integralismi religiosi
intolleranti, xenofobie. Le paure indotte dal sentimento di perdita di identità
sono l'altro lato della stessa medaglia, il complemento inevitabile della
globalizzazione imperiale. La civiltà che sogniamo, secondo la bella formula degli
zapatisti messicani, sarà "un mondo in cui entrano molti mondi", una civiltà
mondiale della solidarietà e della diversità. Di fronte a questa omogeneizzazione
mercantile e quantitativa del mondo, di fronte a questo falso universalismo
capitalista, è più che mai importante riaffermare la ricchezza della diversità
culturale e il contributo unico e insostituibile in questo processo di ogni popolo,
di ogni cultura e di ogni individuo. Nessuno di noi è portatore della verità.
Ricordo sempre un fatto che è avvenuto nella Cina dell'inizio del secolo XX, in cui
un prete dopo aver predicato per duemila cinesi, forse in una sala affollata come
questa, concluse: io vi ho annunciato la verità. E un cinese là in fondo disse:
padre, quello che ha detto non è la verità. Come non è? È chiaro che è la verità.
No, padre. Esistono tre verità: la sua, la mia e la verità vera che insieme
dobbiamo cercare. Allora questa fraternità, o se volete in una forma più
soggettiva, questa "fraternura" (da "ternura" che in portoghese significa
"tenerezza", ndt), che dovrà reggere le nostre relazioni, deve aiutarci a cercare
insieme la verità vera.
C'è un altro valore che dal 1789 è inseparabile dagli altri tre: la democrazia.
Non solo nel significato limitato che questo concetto ha nel discorso politico
liberaldemocratico, come il suffragio universale, le libere elezioni di
rappresentanti: realtà deformata e viziata dal controllo che esercita il potere
economico sui mezzi di comunicazione. Sappiamo come il presidente Bush sia stato
"eletto", così come sappiamo come si fanno le elezioni anche nel nostro Paese.
Grazie a Chico Whitaker, noi abbiamo oggi in Brasile, come risultato di una
mobilitazione popolare, una legge contro la corruzione elettorale, la legge n.
9.840, che speriamo quest'anno poter applicare in casi di corruzione evidente.
Questa democrazia rappresentativa, anch'essa frutto di molte lotte popolari e
costantemente minacciata dagli interessi dei potenti, come dimostra soprattutto la
storia dell'America Latina dal 1964 al 1985, è necessaria ma insufficiente. Abbiamo
bisogno di forme superiori, partecipative, che permettano alla popolazione di
esercitare direttamente il proprio potere di decisione e di controllo, come è il
caso del bilancio partecipativo nei municipi governati dal Partito dei Lavoratori,
come Porto Alegre e lo stesso Stato del Rio Grande do Sul.
La grande sfida, dal punto di vista di un progetto di società alternativa, è
estendere la democrazia al terreno economico e sociale. Perché permettere in questo
campo il potere esclusivo di un'élite, se rifiutiamo che questa élite abbia lo
stesso potere nel campo politico? Pertanto una democrazia sociale significa che le
grandi opzioni socio-economiche, le priorità degli investimenti, gli orientamenti
fondamentali della produzione e della distribuzione devono essere democraticamente
discussi e decisi dalla stessa popolazione e non da un pugno di sfruttatori o dalle
presunte leggi del mercato. O, ancora - la variante che avveniva nei Paesi
socialisti dell'Est europeo -, da un burò politico onnipotente. Nel socialismo
dell'Est europeo si tentò di costruire una casa nuova con materiali vecchi, perché
non si lavorò sufficientemente su questa questione della soggettività umana e di
valori che devono essere interiorizzati nella nostra esistenza. Con il risultato
che tutti noi conosciamo. La consolazione che regge la nostra speranza è che, se
questo socialismo è fallito dopo 70 anni, il capitalismo è fallito dopo 200 anni,
perché 4 miliardi di persone su sei che abitano il pianeta sono esclusi dai
benefici minimi di questo sistema.
A questi grandi valori, prodotti dalla storia rivoluzionaria moderna, dobbiamo
aggiungerne un altro, che è allo stesso tempo più antico e più recente: il rispetto
per l'ambiente. Questo valore di rispetto per l'ambiente lo troviamo nello stile di
vita delle nazioni indigene dell'America, soprattutto delle nazioni che rimangono
tribalizzate (è sintomatico che quest'anno in Brasile il tema della Campagna di
Fraternità della Cnbb sia fraternità e popoli indigeni), e delle comunità rurali
pre-capitaliste dei vari continenti, ma anche al centro dell'attuale movimento
ecologista. La mondializzazione capitalista è responsabile della distruzione e
dell'avvelenamento accelerati, in crescita geometrica, dell'ambiente: inquinamento
della terra, del mare, dei fiumi, dell'aria, effetto serra, con conseguenze
catastrofiche, pericolo della distruzione della fascia di ozono del pianeta che ci
protegge dalle radiazioni ultraviolette mortali, annichilimento delle foreste e
della biodiversità. Una civiltà della solidarietà non potrà essere se non una
civiltà della solidarietà con la natura, perché la specie umana non potrà
sopravvivere se viene rotto l'equilibrio ecologico del pianeta.
Ci sarebbero molti altri valori di questa nuova società che cerchiamo, che già
stiamo costruendo nella pratica di movimenti sociali, di istituzioni, di ong, di
imprese. Infine, noi non stiamo parlando qui di un'utopia: chi ha partecipato ai
seminari e ai workshop in questi giorni ha potuto verificare quante pratiche
sociali alternative già sono in corso nel mondo. E pertanto alla nostra lista che
non pretende di essere esaustiva, ciascuno di noi potrà, in funzione della sua
propria esperienza e della sua riflessione, aggiungere altri valori.
Ma come riassumere in una parola questo insieme di valori presenti, in una o altra
forma, nel movimento contro la globalizzazione capitalista, nelle manifestazioni di
Seattle e di Genova, nei dibattiti del Forum Sociale Mondiale? Credo che
l'espressione civiltà della solidarietà sia una sintesi appropriata per questo
progetto alternativo. Questo significa non solo una struttura economica e politica
radicalmente diversa, ma soprattutto una società alternativa che valorizzi le idee
di bene comune, di interesse pubblico, di diritti universali, di gratuità. Michael
Lowy ed io proponiamo di definire questa società con un termine che riassume, da
quasi due secoli, le aspirazioni dell'umanità a una nuova forma di vita, più
libera, più egualitaria, più democratica e più solidale. Un termine che, come tutti
gli altri, come libertà, democrazia, è stato manipolato da interessi profondamente
antipopolari e autoritari, ma che non per questo ha perso il suo valore originario
e autentico. Questo termine è socialismo (socialismo ha avuto più applausi qui del
vecchio Marx. Io credo che il vecchio Marx meriti anche lui applausi, perché
confondere il vecchio Marx con il progetto socialista dell'Est europeo è confondere
Bin Laden con il Corano, che è un peccato imperdonabile). È curioso questo dato che
andiamo ora a presentare. In un recente sondaggio dell'opinione pubblica brasiliana
commissionato dalla Confederazione nazionale dell'industria - pertanto un sondaggio
non sospetto - il 55% degli intervistati ha affermato che il Brasile aveva bisogno
di una rivoluzione socialista. Alla domanda su cosa intendessero per socialismo,
hanno risposto citando valori come amicizia, comunione, condivisione, rispetto,
giustizia, solidarietà. Pertanto consideriamo che civiltà socialista e civiltà
della solidarietà sono sinonimi. In altre parole: lo sviluppo che vogliamo dovrà
essere necessariamente sostenibile e socializzabile o andremo verso la barbarie.
Per concludere: un altro mondo è possibile, basato su altri valori, radicalmente
antagonisti a quelli che dominano oggi. Non possiamo dimenticare che il futuro
comincia adesso: questi valori già sono prefigurati nelle iniziative che orientano
oggi il nostro movimento e che sono state tanto trattate, dibattute, affrontate e
propagate durante questo Forum. Questi movimenti ispirano la campagna contro il
debito del Terzo Mondo e la resistenza ai progetti dell'Organizzazione Mondiale del
Commercio, la lotta contro i prodotti transgenici e i progetti di tassazione della
speculazione finanziaria. Sono presenti nelle lotte sociali, nelle iniziative
popolari, nelle esperienze di solidarietà, di cooperazione e di democrazia
partecipativa, dalla lotta ecologica dei contadini indiani fino al bilancio
partecipativo del Partito dei Lavoratori, dalle lotte per i diritti sindacali in
Corea del Sud fino agli scioperi in difesa dei servizi pubblici in Francia, dai
villaggi zapatisti in Chiapas fino agli accampamenti ed insediamenti del Movimento
dei Senza Terra in Brasile.
Il futuro comincia adesso e qui, in questi semi di una nuova civiltà che stiamo
piantando nella nostra lotta e con il nostro sforzo per costruire uomini e donne
nuovi, a partire dai valori soggettivi ed etici che assumiamo nelle nostre vite di
militanti. Io ho la speranza che questi uomini e donne nuovi siano figli
dell'unione di Ernesto Che Guevara con Santa Teresa D'Avila.
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