Il mondo sono io, il delirio americano nella riflessione di Enrique Dussel. Porto Alegre - 2002

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2002. Fonte Adista
 

Il mondo sono io.
il delirio americano nella riflessione di Enrique Dussel

DOC-1177. PORTO ALEGRE-ADISTA. (dall'inviata) Si chiudevano in bellezza le fittissime giornate di Porto Alegre: dopo le conferenze della mattina e i seminari e workshop del pomeriggio, i delegati potevano, in serata, ascoltare le testimonianze di grandi personalità impegnate nella lotta per la costruzione di un altro mondo possibile. Adista riporta qui la testimonianza del filosofo della liberazione argentino Enrique Dussel, tratta da una registrazione e non rivista dall'autore.

Sono nato in un paese molto piccolo, di duemila abitanti, con meno acqua del deserto del Gobi, secco secco. Quando vado in Israele o in Mongolia penso che somigliano al mio paesino, La Paz. Si trova in Argentina, sulle montagne. Mio padre era un medico di campagna: andavamo a cavallo a visitare i contadini. Non avevo paura di loro, li ho sempre considerati i depositari della saggezza.
Nel 1945 mi sono trasferito a Mendoza, una piccola cittadina. Qui sono entrato nell'Azione Cattolica, sono diventato dirigente della Democrazia cristiana - peccati di gioventù - e segretario generale della Federazione universitaria della mia città. Sono stato catturato mentre dimostravo contro Perón. Si trattò di una profonda esperienza politica. Nel '57 sono andato in Europa: era la prima generazione che se ne andava, e siccome avevo dei contatti in Spagna ho iniziato da lì, dove c'era il franchismo. Ci sono rimasto due anni per prendere un dottorato, girando nel frattempo in autostop l'Europa: Francia, Italia. Poi Israele, per due anni. Siccome ero filosofo desideravo disintossicarmi dall'ellenocentrismo (la scuola greca, Atene, Platone Aristotele), ho imparato l'ebraico, ho lavorato con i palestinesi a Nazareth.
All'epoca ero un mistico e così facevo il falegname a Nazareth; ero materialista, avevo il martello: ho chiesto a mia moglie di mettermelo nella tomba quando morirò perché almeno a reclamarmi verranno colleghi dello stesso sindacato. Mia moglie non crede nella resurrezione, però mi ha promesso che mi seppellirà col martello nazareno. Da lì sono tornato in Europa, in Francia, poi in Germania, sempre come studente ma sempre legato a movimenti popolari e operai. Ho preso un altro dottorato e nel 1967 sono tornato in America Latina. In quegli anni tornare in Argentina significava andare a vivere sotto la dittatura militare. Un filosofo che aveva un'esperienza popolare, operaia non poteva non integrarsi nel movimento popolare che si stava formando in Argentina negli anni '67-'68. È da lì che nasce il pensiero della filosofia della liberazione. Uno degli slogan di allora era "dipendenza o liberazione", il titolo di un mio libro del 1970. Ci siamo impegnati nel movimento popolare e allo stesso tempo nell'elaborazione di un pensiero profondamente critico nei confronti della filosofia accademica.
Nel 1973, il 9 ottobre, alle 2 e mezza del mattino, l'orologio a pendolo comprato in Germania, che ho portato con me in tutti i miei spostamenti, si è fermato perché una bomba ha fatto saltare la parete della mia biblioteca nella casa di Mendoza. Ho pensato subito al terremoto, poi al giudizio finale; sono corso in cucina ed era tutto distrutto: è esploso il gas, mi sono detto. Ma quando sono arrivato in soggiorno ho capito che era stata una bomba, che si trattava di un attentato. C'era un biglietto: "Per aver avvelenato la mente e il cuore dei giovani con la dottrina marxista". Guarda caso in quell'epoca già si criticava Marx. Per i nostri fratelli del Nord, quelli che formano quel noto servizio di intelligence - la Cia -, il male a quell'epoca era il marxismo; oggi sono i terroristi, anche se sono loro a decidere chi è terrorista e chi no.
Tra le macerie della biblioteca ho raccolto un libriccino: il dialogo di Socrate con i suoi alunni. Il filosofo chiede loro: perché volete uccidermi? L'ho applicato al mio caso: è stata l'unica volta che ho insegnato filosofia seriamente. Perché mi hanno voluto uccidere? Ho pensato: almeno quelli che mi hanno messo la bomba hanno capito quello che dico.
L'11 settembre del 1973 c'è stato il golpe in Cile. In Argentina il peronismo voleva ripulire a sinistra e ha ripulito anche me. È stato molto difficile, ma ho continuato a scrivere: per cinque anni, dal 1970 al 1975, ho lavorato all'opera "Per un'etica della liberazione latinoamericana".
Colleghi professori a accademici dicevano che lavoravo a Hegel, a Levinas, ad altre opere filosofiche: nessuno ha pensato che quest'opera è stata scritta col sangue, sotto il rischio di essere ucciso o torturato.
Questa bomba è il simbolo di tutto un periodo: la dittatura iniziò realmente a fare pressioni, e nel '75, nella lista delle persone da eliminare, c'ero anche io. Ho detto a mia moglie: bene, è il tempo dell'esilio. E sono sparito. Sono andato in Egitto, al Cairo. Gesù è stato in Egitto, ma perché? Perché lo volevano uccidere, e lo volevano uccidere perché sembrava fosse della famiglia di David ed Erode era un complice dell'impero romano. Fu una persecuzione politica, non religiosa. Gesù visse profondamente anche l'esilio. Dicono che quando Giuseppe, il padre, arrivò in Israele seppe che Pinochet, scusate, Erode era molto inquieto, perché sapeva che la cosa gli si sarebbe ribaltata contro. E fuggì in una regione più a nord.
Uno capisce dall'esperienza la durezza della storia. In questo tempo di esilio ho conosciuto molte realtà diverse, mi sono messo in dialogo con l'Africa, l'Asia e l'America Latina. È stato un arricchimento grandissimo. Credo che sia questa la via concreta in cui si esprime una filosofia. Dico sempre ai miei alunni: non perdete la bussola. La bussola è l'impegno che uno ha verso gli esclusi, gli oppressi. Loro sono la negatività del sistema. Dato il sistema come positività, ogni sistema ha la sua negatività, le sue vittime. Bisogna mettersi al posto dei poveri e da lì fare la diagnosi della patologia dello Stato. Questo è il punto.
A Mendoza, un anno prima che scoppiasse la bomba, avevamo una Comunità di Base, dove spiegavo Levinas e discutevamo i temi che venivano individuati dagli stessi studenti, si facevano domande, nascevano dibattiti. Era il movimento sociale che stava sorgendo: per questo allora ci espulsero dall'Argentina.
I militari, poveri utili idioti, in nome di una ideologia appresa dalla Cia, dicevano: bisogna salvare i valori della cultura occidentale cristiana per evitare il marxismo.
Tre settimane fa sono stato a Cuba in un seminario filosofico. In questa isola, sottoposta all'embargo, primo: uomini e donne possono andare in giro alle 4 e alle 5 della mattina in completa sicurezza (sarebbe l'ideale per il Messico o Miami); secondo: la sanità è garantita al massimo, tanto che i nordamericani vanno lì a togliersi i denti e a farsi alcuni interventi perché costa molto meno; terzo: l'istruzione è garantita a tutti e obbligatoria fino a 18 anni; quarto: il lavoro ce l'hanno tutti, si deve lavorare, non si può andare in giro a bighellonare; quinto: la casa è sicura per tutti. Cosa manca a Cuba, il lusso?, alcuni comfort? Ecco, lì non puoi fare una fotocopia perché non ci sono fotocopiatrici. Però è interessante notare che l'Argentina è stata distrutta perché si salvassero i valori occidentali cristiani messi in pericolo dal marxismo comunista. E se ora confronto l'Argentina con Cuba, pur essendo argentino, dico che preferirei stare a Cuba. Un'isola piccola, di 10/12 milioni di abitanti, a poche miglia dagli Stati Uniti e sotto l'embargo dell'impero, accerchiata, ma non umiliata, perché non sta in ginocchio come tutti i nostri Paesi.
Piccola riflessione filosofica sul cuore stesso dell'impero: anche gli anglosassoni (inglesi e nordamericani) hanno avuto alcuni filosofi moderni: non tanto Hobbes, che era un conservatore, un monarchico assoluto, ma John Locke, il grande liberale, l'uomo che amava la libertà e la tolleranza. Locke dice che c'è uno stato di natura, in cui tutti sono liberi, non come Hobbes, per il quale l'uomo mangia l'uomo. "Homo hominis lupo" esprime una visione propriamente capitalista, dove la concorrenza porta a sbranarsi reciprocamente; Locke dice invece che esiste una forma di Stato civile che è lo Stato di diritto, e ci sono dei giudici. Riguardo all'America, Locke diceva: non c'è uno stato mondiale, non c'è un giudice, e quindi occorre prendere una decisione previa; voi decidete chi è il vostro nemico e, una volta stabilito il nemico, gli fate guerra, una guerra giusta. È un argomentazione puramente tautologica: io individuo chi è il mio nemico. Poiché non risponde ai requisiti della mia civiltà, dei miei valori, allora è un barbaro, un incivile. Dice Locke: i barbari che si oppongono alla civiltà bisogna ucciderli come cani rabbiosi. Locke che è aperto alla tolleranza!
Come si applicava questo rispetto agli indigeni? Se gli indigeni lavorano la loro terra, non bisogna rubargliela, ma poiché la maggior parte della loro terra non viene lavorata allora si può occupare. Dio lo esige e dunque egli santifica la conquista dell'America. Perché non è uno Stato civile. Allora si tratta di una guerra giusta. Così passiamo da John Locke a George W. Bush: usano esattamente la stessa argomentazione. Con la differenza che oggi gli Stati Uniti non dicono come Locke: non c'è uno Stato mondiale, non c'è un tribunale internazionale e dunque io me la vedo con Dio; no, gli Stati Uniti dicono: se c'è uno Stato mondiale io lo distruggo. Ci sono le Nazioni Unite che vogliono apparire come uno Stato mondiale? Io non pago la mia quota, e così hanno cominciato a liquidarle. C'è un Tribunale penale internazionale? Io non lo appoggio. C'è un protocollo di ecologia? Io non lo firmo. Perché gli Stati Uniti sono contro tutte le istituzioni internazionali? Ce lo spiega John Locke: se il mio Stato non fa riferimento ad uno Stato internazionale, io decido ciò che è civile e solo Dio mi può giudicare. Così Bush dice: facciamo la guerra contro i terroristi. Chi definisce il terrorismo? Il Tribunale internazionale dell'Aia, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza? No, lo dice Colin Powell (segretario di Stato Usa, ndt) e gli altri sono d'accordo. È un'argomentazione irrazionale. Parlando filosoficamente, è tautologico, come dire: io sono io e pertanto sono io, non c'è altro termine di confronto. E l'altro è terrorista perché è contro di me, perciò posso fargli guerra ed è una guerra giusta. Loro sono il male e io sono il bene. E chi lo dice che tu sei il bene? Io! Siamo nella totale irrazionalità.
Questo atteggiamento non ha nulla del cristianesimo: questo è fondamentalismo cristiano. In Israele abbiamo il fondamentalismo ebraico: io sono dalla parte di Levinas, dei profeti di Israele, parlo ebraico, ma Sharon è un fondamentalista ebreo e Bush è un fondamentalista cristiano, e i talebani sono fondamentalisti islamici. Tre fondamentalismi. Allora un'etica della vita si deve opporre a questa etica della morte, tautologica, di una razionalità strumentale, poiché se lasciamo che continui così sarà un suicidio per tutta l'umanità.