Musica della resistenza dei popoli. Porto Alegre - Gennaio 2001

Musica della resistenza dei popoli.
Interventi al Forum Sociale Mondiale

Gennaio-Febbraio 2001
DOC-1054. PORTO ALEGRE-ADISTA. Il suo intervento, cominciato con un'ora di ritardo a causa delle proteste di quanti erano rimasti fuori, e non si rassegnavano (finché, in un modo o in un altro, non sono riusciti ad entrare tutti, occupando ogni centimetro disponibile), Eduardo Galeano l'ha concluso così: "C'era un volta un mago dell'arpa. Nelle pianure della Colombia non c'era una festa senza di lui. Perché la festa fosse festa, Mesé Figueredo doveva star lì, con le sue dita ballerine che rallegravano l'aria e agitavano le gambe. Una notte, in un sentiero perduto, lo aggredirono i ladroni. Andava, Mesé Figueredo, ad un matrimonio, a dorso di mula, su una mula lui, sull'altra l'arpa, quando dei ladroni si gettarono su di lui e lo picchiarono di santa ragione. Il giorno successivo, qualcuno lo trovò. Stava buttato sulla strada, uno straccio sporco di fango e sangue, più morto che vivo. Ma anche così disse con un filo di voce: si sono portati via le mule. E disse: si sono portati via l'arpa. E riprese fiato e rise: ma non si sono portati via la musica". Così vale anche per i ladroni neoliberisti: si sono portati via tutto, ma non la forza di resistere, la certezza che "un altro mondo è possibile", la capacità di pensarlo, la volontà di costruirlo insieme.
Lo ha ribadito anche il leader della sinistra messicana ed ex candidato presidenziale Cuauhtemoc Cardenas, in uno degli incontri con i "testimoni", tenuto in coppia con il leader della sinistra brasiliana Lula: "Il Forum è una dimostrazione in più che possiamo e sappiamo pensare". È in questo Forum che "conosciamo e analizziamo centinaia di proposte alternative", ha detto, presentandone una egli stesso, alternativa all'Alca, l'Area di libero commercio americana con cui gli Stati Uniti vogliono porre un freno al Mercosul: una proposta di accordi economici e sociali tra i Paesi del continente, ma che conducano a "soluzioni giuste e solidali" e in cui si rispettino le necessità di ciascuno di essi. In cui magari trovi riconoscimento, e venga valorizzato, quello che, secondo Lula, tutti i partecipanti al Forum avevano in comune già prima di conoscersi: "un cuore che sente - ha detto il leader storico del Pt - che un altro mondo è possibile, un mondo giusto, solidale, fraterno, un cuore che ci dice che non possiamo accettare che mezza dozzina di persone ci dica quello che dobbiamo fare come Paesi e come persone". Un cuore che riscatti l'onore di appartenere al Terzo Mondo, all'America Latina, a una storia che vanta personalità come Emiliano Zapata, come José Martí, e Sandino, e Oscar Romero, e Che Guevara e tanti e tanti ancora; che vanta movimenti come la Rivoluzione messicana, quella cubana, quella sandinista e, chissà, magari anche quella a cui darà vita "la gente di questo Forum", trasformando il continente "in una terra giusta, libera, fraterna".

Innumerevoli i temi proposti e affrontati. Ma, alcuni, con un risalto maggiore che altri, come quello della comunicazione, riconosciuta come uno dei fattori centrali del processo di globalizzazione e come uno dei terreni in cui si esprime con forza maggiore la dittatura del mercato. "Nel considerare il diritto all'informazione - ha affermato Ignacio Ramonet - è cruciale tenere conto che il 92% delle proprietà dei mass media appartiene a imprese del cosiddetto mondo sviluppato e che l'informazione che somministrano è quella che vogliono i proprietari". In questo quadro - che vede già iniziata, secondo Ramonet, la tappa "della concentrazione della concentrazione dei mass media, cioè la fusione di grandi imprese con altre simili o di minore dimensione" - la libertà di informazione diventa, ha affermato l'esperto statunitense Norman Salomon, "di una relatività impressionante", perché è un'informazione "su quello che vogliono i padroni dei mezzi". Che poi altro non è che "venderci la cultura del denaro". È quello che Salomon chiama "l'insegnamento dell'economia", ossia una costante informazione su quello che avviene in Borsa, sulla necessità della stabilità fiscale, e via dicendo: "una scuola di apprendimento di quello che conviene ai proprietari". Da qui la necessità di orientare la propria lotta non tanto al diritto di informare, considerando "il muro che non permette di dire nulla di diverso da quello che i proprietari dicono", ma al "diritto di essere ascoltati".
Non potevano mancare, considerando la massiccia presenza dei militanti del Movimento dei Senza Terra (che hanno organizzato diverse iniziative all'interno del Forum e visite guidate a vari insediamenti del Mst) e di Via Campesina (una coalizione che riunisce le più importanti organizzazioni contadine dei cinque continenti, con 40 milioni di affiliati), i temi relativi alla terra, alla riforma agraria, agli organismi geneticamente modificati (gravissime, ha affermato il dirigente del Mst, Egidio Brunetto, sarebbero per i contadini le conseguenze dell'introduzione di semi transgenici utili per una sola semina). Proprio a quest'ultimo tema è stato dato il massimo risalto, dopo che un gruppo di senza terra, con l'appoggio di Via Campesina e la partecipazione di José Bové (costata al militante francese l'espulsione dal Brasile), ha distrutto due ettari e mezzo di soja e miglio transgenici prodotti dalla multinazionale Monsanto, ad una cinquantina di chilometri da Porto Alegre, proprio in apertura del Forum. "A Porto Alegre, con i movimenti contadini venuti da tutto il mondo - aveva scritto non a caso il dirigente del Mst João Pedro Stedile - alzeremo la bandiera della democrazia delle sementi. Allargheremo la nostra campagna contro gli organismi geneticamente modificati e per il diritto di ogni agricoltore a coltivare i suoi semi. I semi sono un patrimonio dell'umanità.
E non devono essere solo fonte di profitto per poche imprese multinazionali che vogliono monopolizzarle". Mentre Rafael Alegría, segretario operativo di Via Campesina, ha invitato l'Organizzazione mondiale del commercio a "togliere le unghie dall'agricoltura", perché "l'agricoltura è produzione di alimenti e non può essere considerata come una merce tra le tante, come se fosse una fabbrica di produzione di beni". Non esiste libero mercato, ha affermato Alegría: il mercato è libero solo per le transnazionali, appoggiate dagli Stati più industrializzati, "che sussidiano inoltre le proprie esportazioni inondando con il loro prodotti i Paesi del Terzo Mondo", con la conseguenza che la produzione contadina di mais, fagioli, soia, ecc. non trova più sbocchi nei mercati locali.

Quanto agli altri temi e alle altre voci, le tante intervenute al Forum e le tante intervenute sul Forum, offriamo qui di seguito una breve rassegna, come un piccolo assaggio della straordinaria varietà dell'evento, chiudendola con degli stralci dell'ampio intervento scritto per il Forum da François Houtart, presidente del Centro Tri-Continentale, che ha presieduto la conferenza sul tema "Come rafforzare la capacità di azione della società civile e la costruzione dello spazio pubblico?".

Subcomandante Marcos (dal messaggio inviato al Forum di Porto Alegre): "La globalizzazione è una guerra mondiale, la quarta, e dà luogo a un meccanismo di distruzione/ricostruzione/risistemazione che si estende a tutto il pianeta. (...) L'"inevitabile" ha un nome: "pensiero unico", vale a dire: "La traduzione in termini ideologici e con pretese di universalità degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare quelle del capitale internazionale". Non è necessario che l'intellettuale di destra sia originale. Segue il pensiero unico. Un pensiero che trova le sue "fonti" principali nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale, nell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nell'Organizzaizone mondiale del commercio. Il compito dei pensatori progressisti, quelli della speranza scettica, non è proprio facile. Essi hanno capito il funzionamento delle cose e devono svelarlo, smontarlo, denunciarlo, comunicarlo. Ma, per fare ciò, devono affrontare la teologia neoliberista, e, dietro a questa, i media, le banche, le grandi società, l'esercito, le polizie".

Ahmed Ben Bella, ex presidente algerino: "Il Che starebbe qui".

Noam Chomsky: "La globalizzazione contemporanea viene descritta come un'espansione del libero commercio, ma questa definizione è ingannatrice. La maggior parte del commercio mondiale è, di fatto, governata centralmente attraverso i contratti tra grandi imprese. Oltre questo, vi è una forte tendenza alla formazione di oligopoli e di alleanze strategiche tra grandi imprese in molti settori dell'economia. Questo processo generalmente può contare su un ampio appoggio da parte dello Stato, al fine di socializzare i rischi e i costi delle imprese. Questa caratteristica ha segnato l'economia statunitense negli ultimi decenni. (...) Gran parte di questo commercio consiste nel flusso di prodotti per i Paesi ricchi ed è controllato dalle grandi imprese. Queste pratiche, ben oltre la costante minaccia delle imprese di trasferire le loro produzioni da un Paese all'altro, rappresentano un'arma potente contro i lavoratori e contro la stessa democrazia. Il sistema emergente può essere classificato come mercantilismo delle corporations, in cui decisioni su relazioni sociali, economiche e politiche sono sempre più concentrate in istituzioni private, senza nessun meccanismo di controllo sociale".

Frei Betto ("Pro-sociale, anti-Davos"): "Il panorama mondiale, oggi, non merita celebrazioni, eccetto che per il 20% della popolazione mondiale che, nell'emisfero Nord, assorbe l'80% della produzione industriale del pianeta. Secondo la Banca Mondiale, su sei miliardi di abitanti, 2.8 miliardi di persone sopravvivono con un reddito mensile inferiore a 60 dollari, e 1.2 con meno di 30 dollari. Più di un miliardi e mezzo di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Circa 125 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola. Al vertice, appena quattro cittadini statunitensi - Bill Gates, Paul Allen, Warren Buffett e Larry Ellison - possiedono insieme una fortuna equivalente al prodotto interno lordo di 42 nazioni povere con una popolazione di 600 milioni di abitanti. E 447 miliardari hanno un reddito equivalente a quella della metà della popolazione mondiale. Appena 200 imprese transnazionali controllano il 28% della ricchezza mondiale. Alla fine, si privatizza la ricchezza e si globalizza la miseria. Non c'è un solo Paese controllato dal Fmi che abbia almeno raggiunto gli indici sociali di Cuba. Suona ironico sentir parlare che si ricorre al Fmi per salvare il Paese dalla crisi, soprattutto in America Latina, la cui crisi è cronica e non presenta il minor segnale di superamento finché perdurino queste strutture che provengono dalla disuguaglianza sociale".

Eduardo Galeano: "La globalizzazione, attraverso il commercio internazionale, ci impone una cultura universale fondata sulla paura. Questo è un mondo paralizzato dalla paura, che ci impedisce di muoverci e perfino di prendere decisioni che non vengano accettate dal Fondo Monetario Internazionale. Mai il mondo è stato tanto ineguale rispetto alle opportunità che offre e tanto uguale nelle abitudini che impone. L'uguaglianza dovrebbe fondarsi sul rispetto delle differenze. In un certo senso i poveri mangiano meglio dei ricchi che accettano il cibo di plastica di McDonald's, un simbolo perfetto con la sua mcdonaldizzazione del mondo".

Emir Sader, sociologo: "La sovranità nazionale è molto debilitata. Il riscatto oggi deve darsi poggiando la sovranità nazionale sulla sovranità popolare. Vale a dire democratizzando il potere, lo Stato, nello stile del bilancio partecipativo. Creando una sovranità popolare, dal momento che la sovranità nazionale, con l'attuale grado di penetrazione del capitale internazionale, è difficilmente riscattabile come tale. La semplice sovranità nazionale oggi significa poter eleggere governanti. Bisogna cercare di cambiare con la democratizzazione politica il potere del capitale economico in questa società. Per questo dobbiamo fare un'alleanza di carattere perlomeno regionale, perché salvo in casi come quelli del Venezuela con Hugo Chávez, che tiene il petrolio sotto controllo, le grandi leve dell'economia sono nelle mani delle imprese private e internazionali. Si aprirebbe così una crisi: la base economica in mani straniere si ribellerebbe contro i governi che ottenessero un forte appoggio sociale (...). Qui si spiega la crisi della socialdemocrazia e dei populismi latinoamericani che si sono resi agenti delle politiche neoliberiste contraddicendo i loro progetti storici di carattere sociale. D'altra parte il neoliberismo erode gli Stati, debilita la loro capacità di prestazione sociale. I governi entrano nel facile tranello di offrire alla popolazione stabilità monetaria e aggiustamento fiscale come soluzione per tutto e così non solo si trovano con un problema di impoverimento della popolazione, ma entrano anche in crisi. La tendenza è la perdita dell'appoggio sociale, come è il caso paradigmatico del governo De la Rúa".

João Pedro Stédile ("Il Forum sociale mondiale e la necessaria alleanza dei popoli"): La fine del secolo scorso ci ha rivelato la debolezza dei meccanismi internazionali di coordinazione tra i governi. Essi non rappresentano gli interessi dei popoli, ma solo del capitale. Qualcuno, in tutta coscienza, può credere che le Nazioni unite rappresentino gli interessi di pace di tutta l'umanità? Qualcuno crede nell'Or-ganizzazione mondiale del commercio, nella Fao, nella Nato? Le riunioni dei governi del G7 decidono sui destini dell'umanità più di decine di vertici e forum internazionali. E il G7 rappresenta gli interessi dell'accumulazione del capitale delle grandi imprese transnazionali e del capitale finanziario internazionale, che controllano la maggior parte della ricchezza prodotta, il commercio e l'industria in tutto il mondo. L'umanità non è mai stata alla mercè del profitto e soprattutto della speculazione finanziaria come oggi. (...) Ma i popoli stanno davanti a grandi dilemmi. Molti dei nostri problemi nell'emisfero sud si risolveranno soltanto con rivolte popolari contro governi dispotici e neocoloniali, per realizzare ordinamenti politici di democrazia popolare che abbiano il coraggio di riorganizzare un'economia piegata agli interessi della popolazione. Altri problemi comuni si risolveranno solo se saremo capaci di creare meccanismi di coordinazione che costruiscano a livello internazionale alleanze tra i popoli. Mai più tra i governi. (...)
Abbiamo bisogno di costruire una grande alleanza internazionale tra i più differenti settori sociali che rappresentano i nostri popoli, e a partire da loro, una nuova relazione di forze a livello nazionale e internazionale che ci permetta di affrontare l'impero del capitale finanziario. L'impero del profitto. L'impero del militarismo. L'impero del neocolonialismo. L'impero della dominazione culturale. L'umanità non resisterà ad un altro secolo di dominio del capitale. Bisogna recuperare la traiettoria storica dell'umanità e costruire società poggiate realmente sui pilastri dell'uguaglianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Altri documenti sul Forum Mondiale Sociale:
Il primo forum sociale mondiale
Appello di Porto Alegre per le prossime mobilitazioni
Dichiarazione finale del Forum Parlamentare Mondiale
Musica della resistenza dei popoli
Le alternative credibili del capitalismo mondializzato
Il piccolo Davide contro il gigante Golia
Porto Alegre e movimento antiglobalizzazione
Stedile: Le persone sono più importanti del capitale