Le alternative credibili del capitalismo mondializzato. Porto Alegre - Gennaio 2001

Le alternative credibili del capitalismo mondializzato
di François Houtart
(...) Una delle basi del sistema economico capitalista è affermare e far credere che non ci sono alternative, che è necessario spingere la liberalizzazione in avanti con il fine di poter risolvere i problemi in sospeso e che il mercato è il vero regolatore della società. I più aperti tra i suoi seguaci diranno, nella linea dei neoclassici, che è necessario cercare di ristabilire le leggi della competizione per combattere i monopoli. Alcuni aggiungono persino (...) che un minimo di Stato è indispensabile per fondare efficacemente il quadro legale del mercato, assicurare i compiti di educazione e salute, realizzare le infrastrutture collettive e garantire l'ordi-ne pubblico. Infine, di fronte all'inquietante tasso di miseria, tutti sono d'accordo a realizzare programmi di lotta contro la povertà e a mobilitare gli organismi volontari, specialmente religiosi, per rimediare.
Ma quello che non è riconosciuto in questi ambienti, continua ad essere il fatto che il mercato è una relazione di forza che, nel quadro del sistema economico esistente, costruisce le disuguaglianze e le richiede per poter riprodursi. Questo appartiene alla sua stessa logica: la rivalità di interessi, la competizione, il migliore (il più forte) vince, aumentare il profitto, ridurre i costi di produzione, flessibilizzare il lavoro, privatizzare. (...) E ancora, la relazione mercantile tende a diventare la norma dell'insieme delle attività collettive dell'umanità (...).

I. La questione teorica delle alternative
(...) 1. La corrente neokeynesiana
Questo orientamento preconizza nel suo modello teorico l'accettazione della logica del mercato come motore dell'economia, ma a condizione di regolare il sistema, di limitare i suoi effetti perversi e impedire che non sfoci in abusi. Questa appare a molti una soluzione ragionevole e realista. (...) Questa corrente conosce numerose varianti, a seconda che i protagonisti pongano l'accento sulle regolamentazioni il cui fine è salvare il capitalismo o sulla fissazione dei limiti destinati a rispettare il principio di precauzione (ecologia) e a salvaguardare i diritti elementari (...). Quello che caratterizza l'insieme delle sue diverse posizioni è che esse non mettono in discussione la logica del capitalismo, ma cercano di rimediare ai suoi abusi e ai suoi eccessi. (...) La dottrina sociale della Chiesa si situa nettamente in questa linea.

2. La corrente postcapitalista
Qui (...) è messa in discussione la stessa logica del capitalismo, cioè di un'economia di mercato centrata su se stessa o di un'attività capace di generare un massimo di profitto che si traduce in accumulazione, fonte di attività produttrice e di crescita. A questa il postcapitalismo oppone una diversa definizione dell'economia: si tratta di una attività che permetta di assicurare le basi materiali del benessere fisico e culturale dell'insieme degli esseri umani. (...) Resta ben chiaro che, per questa corrente, le alternative si situano nel superamento del capitalismo. Una tale posizione implica anche un giudizio etico. Come già abbiamo detto, i sostenitori del neoliberismo pongono in rilievo da una parte lo stimolo dell'iniziativa individuale, che essi pensano valorizzi l'essere umano, e dall'altra parte la convergenza degli interessi contraddittori che si annullano nel mercato, il che conforma il carattere autoregolatore di quest'ultimo. Alcuni vanno anche più lontano, come Michael Novak, che negli Stati Uniti difende l'idea che il capitalismo sia la forma di organizzazione dell'economia più vicina al vangelo, in quanto terrebbe insieme il rispetto della persona con il bene comune, o, più ancora, Michel Camdessus, ex direttore del Fmi, il quale dichiarava una settimana prima delle sue dimissioni, in un simposio di Pax Romana a Washington, che il Fmi è uno degli elementi della costruzione del Regno di Dio. (...) La delegittimazione proposta dal postcapitalismo, prima di essere morale, poggia sull'incapacità del capitalismo di rispondere alle esigenze minime dell'economia, definita come un meccanismo sociale che deve garantire la sicurezza materiale di tutti gli individui e di tutti i popoli. (...) Poiché il mercato è una relazione sociale, in molti casi è il diritto del più forte che si impone. Nell'attuale congiuntura, anche se il polo centrale del capitalismo si trova diviso fra i tre elementi di una triade che comprende Stati Uniti, Europa e Giappone, che nel loro insieme godono di numerosi monopoli economici, scientifici e strategici, la forza militare che garantisce il sistema si trova nelle mani degli Stati Uniti. Thomas Friedman, consigliere della ex segretaria di Stato Madeleine Albright, scriveva nel "New York Times Magazine" del 28 marzo del 1999, un articolo intitolato: "Perché la mondializzazione funzioni, gli Stati Uniti non devono aver paura di agire come la superpotenza invincibile che sono in realtà", e aggiunge: "La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald's non può estendersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante dell'f-15. Il pugno invisibile che garantisce la sicurezza mondiale delle tecnologie della Silicon Valley si chiama esercito, forza aerea, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti".

II. Le alternative concrete
(...) Il concetto di alternativa è allora ambivalente, dal momento che si tratta di alternative che si situano all'inter-no dell'economia capitalista, o di quelle che preconizzano un'alternativa al sistema capitalista. (...) Coincidono su alcuni punti politici, raccomandando certe regolamentazioni, come per esempio quella dei flussi finanziari internazionali, ma la filosofia di base è molto diversa. D'altra parte, in entrambi i lati si parla oggi di alternative (al plurale), ma in senso ugualmente distinto. Per gli uni, non ci sono più obiettivi globali (...) ma esiste un insieme di soluzioni concrete che permettono di presentare alternative credibili alla soluzione contemporanea riconosciuta come insostenibile. (...) Per gli altri, le alternative concrete non sono credibili che nella misura in cui si inscrivono in una sostituzione progressiva del sistema capitalista, cioè come tappe di una transizione inevitabilmente lunga. Dopo tutto, non sono stati necessari più di quattro secoli al capitalismo per costruire le basi materiali della sua riproduzione (l'industrializzazione e la divisione del lavoro)? È normale allora che anche un altro modo di produzione impieghi il suo tempo per costruirsi. (...)

1. Il livello delle utopie
Parlando delle utopie, ricordiamo che non si tratta di un'illusione, ma di un progetto mobilitatore. (...) I due orientamenti, neokeynesiano e postcapitalista, si rifiutano di identificare l'utopia con un futuro mitico, allontanandosi radicalmente a livello di definizione dell'obiettivo ultimo. La prima lo concepisce come un mercato regolato, che obbedisce agli imperativi fissati fuori da se stesso e garantiti dalle autorità pubbliche, posizione abbastanza vicina - per certi aspetti - a quelle neoclassiche, desiderando soprattutto ricreare le condizioni della competizione, cosa che forse permette di comprendere l'avvicinamento tra liberali e socialisti della Terza via. Mentre per la logica postcapitalista si tratta di rovesciare la logica del capitalismo e quindi di stabilire le nuove regole del gioco economico: la sostituzione della nozione di guadagno con quella di necessità, la presa in considerazione del modo sociale di produrre nel processo di produzione e nello sviluppo delle tecnologie, il controllo democratico, non solo del campo politico, ma anche delle attività economiche, il consumo come mezzo e non come fine, lo Stato come organo tecnico e non come strumento di oppressione, ecc. (...).

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