La crisi brasiliana dice il sociologo Sader è economica, sociale, politica, ma è anche culturale non solo perché i grandi mezzi di produzione di cultura sono nelle mani della minoranza che detiene gran parte della ricchezza e si avvale del potere per perpetuarsi come classe dominante, ma anche perché l'insieme di queste crisi espropria i brasiliani della capacità di pensare a se stessi, di ragionare come popolo e come paese. La cultura serve, tra le altre cose, perché le persone possano pensare il significato delle cose.
Chi produce cultura impone il significato che vuole ai fenomeni, alle cose, alle stesse persone.
Il capitalismo vuole che i beni culturali siano merci come le altre, che possano essere comprate e vendute e che quelli che hanno più ricchezza possano essere i signori del significato delle cose.
Per esempio, possono far credere che le persone valgono quanto il "mercato" dice che loro valgono e che i salari o i profitti che ciascuno riceve rappresenterebbe "il valore" di ogni persona. Così quando una persona è disoccupata, è come se la società gli dicesse che "non vale niente", poiché nessuno è disposto a pagare per lei.
Ma i beni culturali non sono merci come le altre. Sono loro che permettono che una persona si pensi come essere umano, che un paese possa riflettere sul significato della propria storia, che il mondo possa riflettere sul significato del passato e della vita delle persone.
La crisi brasiliana è culturale perché le identità, i significati che vogliono imporci - quelli del mercato - non spiegano il valore della vita umana, il valore degli affetti, il valore della solidarietà. della società, della musica, della letteratura e dell'arte. Ci danno solo i prezzi, dicendo che loro definiscono il valore di ogni cosa. Invece, la cultura di un popolo è il bene che può permettere che le persone pensino il significato di quel che fanno, delle relazioni tra gli esseri umani, la traiettoria storica che costruisce un paese e una nazione. Sono quindi beni inalienabili, che nessun denaro può comprare. Per questo fa parte della nostra lotta democratica e popolare e per una società giusta e umana, appropriarci del diritto di scrivere e pubblicare il risultato della riflessione sulla nostra vita e la nostra storia. Per questo dobbiamo difendere la nostra cultura come uno dei beni fondamentali che danno senso alla nostra vita, a noi come esseri umani, a noi come popolo, come paese e come membri dell'umanità.