Perché tanta ingiustizia?
di Joao Pedro Stedile.
Jornal do Brasil di Rio de Janeiro, 22 giugno 2001
Siamo tutti indignati per il risultato del Tribunale del Juri realizzato il 18 giugno che ha assolto il latifondista mandante dell'assassinio della sindacalista Margarida Alves, avvenuto nello stato di Paraíba, nell' agosto del 1983. Dal 1985 ad oggi più di 1600 compagni e compagne, sindacalisti, religiosi, avvocati e deputati sono stati assassinati in ambiente rurale per motivi politici, per problemi legati alla terra. In meno di 100 casi ci sono stati processi e sentenze. In meno di 20 gli autori o i mandanti sono stati condannati. E, per quanto si sa, sono in prigione soltanto le persone coinvolte in tre crimini, che ovviamente hanno avuto una grande risonanza: gli assassini di Chico Mendes, del Padre Josimo Tavares e del sindacalista Canuto. Tutti gli altri colpevoli non sono stati puniti.
Nel caso dei poliziotti che hanno partecipato al massacr di Carajás, più di 5 anni fa, la certezza dell'impunità, ha spinto alcuni di loro a partecipare all'assassinio di altri due dirigenti del MST, a Paraupebas (PA).
Da più di un anno è fermo al Senato, dopo essere stato approvato in due votazioni alla Camera dei Deputati, un progetto di legge che modifica la Costituzione, di iniziativa dello stesso governo, che trasferisce alla Giustizia Federale i crimini commessi contro i diritti umani. Tutti i partiti sono d'accordo nell'approvare questo progetto. Ma, per una qualche ragione più forte della retorica dei partiti politici e del governo federale, il progetto non viene approvato dal Senato. Perché?
Purtroppo, al di là della stupida violenza fisica che falcia impunemente tante vite, ci sono molte altre ingiustizie nelle campagne. Instancabile e coraggioso il padre Ricardo Resende continua a denunciare l'esistenza del lavoro schiavo, ancora oggi, in pieno secolo XXI, in fazende del sud del Pará. Madri disperate non conoscono la dimora dei loro figli, portati via dai "gatos", senza la possibilità di dare più notizie, senza documenti, senza indirizzo, senza cittadinanza, trattati appena come una merce. Sarà questo il Brasile moderno che Cardoso ha promesso al popolo brasiliano sette anni fa, quando ha preso in mano il governo?
Siamo tutti indignati per la insensatezza e la irresponsabilità del governo federale di fronte alla crisi dell'energia elettrica. Ma nelle campagne ci sono ancora milioni di brasiliani che non conoscono l'energia elettrica. E non è perché abitano in grotte inaccessibili. Abbiamo una scuola, di un insediamento del MST, frequentata da 600 alunni, nell'antico cantiere della maggiore azienda idroelettrica del Paraná, Salto Santiago. Quindi è a fianco della centrale idroelettrica. E non ha la luce! Migliaia di contadini del Pará e del Maranhão vivono nell'oscurità, vicino alla linea elettrica di Tucuruí, che porta energia solo per una multinazionale canadese che esporta alluminio.
Quanti esempi ancora si potrebbero dare di tante ingiustizie, violenze sociali e della impunità esistente? Gli esempi non mancano. Basta andare in giro per il Brasile e osservare. Ma la domanda chiave è: perché persistono ingiustizia e impunità?
Persistono perché la nostra società è controllata da una minoranza, da una classe dominante di benestanti che pensa solo ad accumulare ricchezze, accumulare potere. Per questo, di fronte al capitale internazionale, sono estremamente sottomessi. Di fronte al popolo brasiliano, sono violenti e repressori. Questa minoranza si serve dello stato solo per garantire i propri privilegi e accrescerli sempre di più. Lo stato brasiliano non ha ancora assimilato neanche la Rivoluzione Francese del 1789, la separazione dei tre poteri e il voto libero e democratico.
Ma, oltre a tutto ciò, lo Stato brasiliano è organizzato, strutturato, per funzionare solo a favore di una minoranza.
Come ha detto di recente il vescovo di Caxias (RJ), Dom Mauro Morelli, "Lo Stato brasiliano è come un Van, fatto per trasportare solo dieci persone. Il popolo ammucchiato alle fermate, può arrivare a scegliere di cambiare l'autista, ma continerà a viaggiare solo il 10%"
La nostra società ha bisogno di cambiamenti radicali, che vadano alla radice dei problemi. E per questo non è sufficiente cambiare solo l'autista. Dobbiamo mutare il tipo di veicolo perché tutti i brasiliani possano "viaggiare" e non solo il 10%. Senza questi mutamenti, le ingiustizie sociali continueranno ad aumentare e l'impunità dei potenti continuerà ad essere parte delle regole del gioco.
João Pedro Stedile é membro della direzione nazionale del Movimento dos Sem Terra.