Stedile: L'organizzazione mondiale dei popoli, via privilegiata al socialismo

L'organizzazione mondiale dei popoli,
via privilegiata al socialismo

Intervista a João Pedro Stedile di Claudia Fanti
da Adista n. 16

D: Hai scritto recentemente che i rapporti tra governo e Mst vivono una fase di stallo: il governo non riesce a distruggere il movimento e il movimento non riesce a far avanzare la riforma agraria. Quali strategie state mettendo a punto per sbloccare questa situazione?
JP: È una situazione difficile da risolvere. Perché nel modello economico seguito dal governo non c'è spazio per l'agricoltura familiare e la riforma agraria. E perché, d'altro canto, la tattica adottata dal governo per distruggerci politicamente attraverso la persecuzione e altre misure repressive si è rivelata inefficace. La nostra strategia, delineata nell'ultimo incontro nazionale del Mst, prevede, per prima cosa, di ampliare la nostra lotta contro il modello economico. Perché se non riusciamo a cambiare il modello economico, difficilmente potremo superare l'impasse. E per cambiare il modello economico dobbiamo impegnarci sempre più nelle lotte popolari che rappresentano lo scontro con il modello. Per esempio, la lotta contro l'Alca, l'Area di Libero Commercio delle Americhe, o contro i prodotti transgenici, attraverso i quali il modello impone un nuovo pacchetto tecnologico sotto il controllo delle multinazionali. O, ancora, la lotta per la sovranità alimentare, che è il diritto di ogni popolo a produrre i propri alimenti contro le importazioni di prodotti alimentari. Quest'anno ci troviamo di fronte ad una congiuntura interessante, perché si svolgeranno le elezioni presidenziali e nel corso della campagna elettorale sarà possibile discutere con la società la necessità di cambiare il modello economico. Vogliamo politicizzare la campagna, affinché il dibattito non sia centrato solo su quale sia il miglior candidato, perché quello di cui ha bisogno il Brasile è prima di tutto un progetto popolare che muti radicalmente il modello esistente. La seconda strategia indicata dal nostro movimento per tentare di uscire dall'impasse è ampliare il numero di occupazioni di terra. Anche se il latifondo non è più il nemico principale, anzi è addirittura un settore debole, noi dobbiamo promuovere grandi occupazioni per dimostrare alla società che il governo non ha risolto il problema dei senza terra, che, al contrario, è un contingente sempre più grande di senza terra ad attendere che il governo compia le sue promesse. La nostra terza strategia è quella di rafforzare all'interno del movimento la formazione dei militanti, di consolidare la nostra organizzazione, perché la lotta per la riforma agraria è diventata molto più complessa e non è più sufficiente mobilitare le persone per occupare il latifondo. È necessario avere anche un'ideologia, un progetto alternativo.

D: Qual è ora il nemico principale?
JP: È questo modello economico comunemente chiamato neoliberismo, che per il Brasile rappresenta la subordinazione della nostra economia agli interessi del capitale internazionale. È questo il nemico più forte: il capitale internazionale con tutto ciò che lo rappresenta: le transnazionali, l'Fmi, la Banca Mondiale, le multinazionali che controllano le sementi, come la Monsanto, la Cargill, la Novartis. Il governo brasiliano di Fernando Henrique Cardoso è un mero capataz che applica le politiche dettate da altri.

D: Si parla molto della necessità di eliminare i sussidi che Stati Uniti ed Europa concedono ai propri agricoltori, per favorire così i Paesi del Sud del mondo. Ma rappresenterebbe sul serio una soluzione?
JP: Che i governi dei Paesi ricchi concedano o meno sussidi ai loro agricoltori è un problema loro. Quello che vuole Via Campesina è che gli Stati garantiscano le condizioni perché i contadini possano produrre nella logica della sovranità alimentare. Che, cioè, ogni Paese produca quello di cui il suo popolo ha bisogno ed esporti solo l'eccedente. Che anche in Europa e negli Stati Uniti la produzione agricola sia orientata sostanzialmente a soddisfare le necessità alimentari del popolo, senza che il governo incoraggi le esportazioni, perché la politica di esportazione agricola degli Stati Uniti e dell'Europa verso il Terzo Mondo colpisce i nostri mercati, distruggendo i piccoli agricoltori, e crea una dipendenza non necessaria. Il caso del Brasile per esempio è vergognoso: un'economia grande come quella brasiliana, con un enorme potenziale di produzione alimentare, importa ogni anno 400mila tonnellate di latte in polvere dall'Europa. E questo latte in polvere arriva in Brasile a prezzi bassi solo a causa dei sussidi.

D: Una delle mobilitazioni decise qui a Porto Alegre è quella per il prossimo vertice della Fao. Che ruolo gioca la Fao in questa congiuntura?
JP: Con tutto il rispetto per i tecnici della Fao, che in generale sono benintenzionati, la Fao non è altro che un pagliaccio nel circo delle Nazioni Unite. Tutti sanno che il governo degli Stati Uniti sta manipolando gli organismi internazionali come l´Onu o l'Omc per imporre la sua volontà ai Paesi del Terzo Mondo. Rispetto al tema dell'alimentazione, che è quello di cui si occupa la Fao, gli Stati Uniti, però, non intervengono neppure, perché il problema della fame, della povertà, della miseria che sono proprio loro a provocare è per loro un problema sociale di nessun interesse. La Fao finisce così per essere un organismo senza potere alcuno, senza risorse, senza alcuna capacità di intervento, né nei Paesi ricchi, né nei Paesi poveri. Se avesse qualche potere reale, indurrebbe i Paesi ricchi ad eliminare i sussidi per l'esportazione, a finanziare programmi di riforma agraria, a sostenere programmi per garantire la sovranità alimentare. Ma la Fao non ha alcun potere, perché non interessa agli Stati Uniti.

D: Se il Pt vincesse le elezioni, pensi che in Brasile cambierebbe davvero qualcosa?
JP: La vittoria di un candidato di opposizione in Brasile, che sia Lula o un altro, è una necessità. Noi vogliamo che l'opposizione vinca le elezioni. Purtroppo però ci stiamo rendendo conto che nessuno dei candidati ha assunto, di fatto, l'impegno a cambiare il modello economico.

D: Neppure Lula?
JP: Neppure lui, come sta a dimostrare il programma economico che ha presentato. Quanto avvenuto in Argentina mostra che un'opposizione che va dal governo senza mutare il modello economico non produce che un acutizzarsi della crisi. Se Lula o un altro candidato di opposizione vincesse le elezioni, a cambiare non sarebbe il progetto ma la correlazione di forze politiche. Noi crediamo che la vittoria dell'opposizione darebbe nuova energia alle forze popolari, in modo che riprendano a fare grandi manifestazioni, e a credere che il cambiamento è possibile. Perché oggi, in Brasile, stiamo vivendo una congiuntura di riflusso dei movimenti di massa. Il popolo è scoraggiato. La lotta di classe funziona come una spirale: abbiamo sofferto una grande sconfitta nell´89 e dall´89 in poi il movimento di massa è entrato in crisi. Ma la campagna sull'Alca, la possibilità di vincere le elezioni, ecc. possono alterare la correlazione di forze, creando le condizioni perché il movimento di massa torni ad essere attivo. Quello che serve è la creazione di un grande movimento nazionale che lotti per i mutamenti radicali di cui il Brasile ha bisogno.

D: A livello internazionale, però, il movimento antiliberista è cresciuto molto.
JP: Nell'ultimo anno c'è stata una ripresa delle manifestazioni popolari, specialmente in alcuni centri del Nord del mondo: Seattle, Barcellona, Goteborg, Genova. Ma nel nostro emisfero non si può ancora parlare di ripresa. Non è sufficente realizzare manifestazioni, è necessario moltiplicare movimenti e organizzazioni che vadano conquistando posizioni nuove. La lettura che abbiamo fatto di quelle manifestazioni è che sono state un grido di allarme, l'annuncio di una ripresa del movimento di massa che tuttavia ancora non si è data. Nell'emisfero Sud, purtroppo, il neoliberismo ha provocato tante difficoltà materiali, tanta disoccupazione, tanta povertà da creare nella maggior parte dei Paesi un clima di sfiducia. Anche se in alcuni Paesi si registra una vera ripresa del movimento di massa, come nel caso dell'Ecuador o dell'Argentina e in parte anche in Perù e in Bolivia.

D: Cosa è cambiato in America Latina dopo gli attentati dell´11 settembre?
JP: L'economia nordamericana, che è il vagone guida del capitalismo mondiale, vive una fase di recessione. La soluzione individuata è stata quella di investire grandi volumi di denaro nel complesso industriale militare. Gli attentati dell'11 settembre hanno avuto come conseguenza nefasta, oltre a quella di causare vittime, di produrre una giustificazione per gli investimenti nel settore militare. In America Latina la versione di questa soluzione militare non è necessariamente una guerra classica come quella che gli Stati Uniti hanno combattuto contro l'Afghanistan e probabilmente combatteranno contro altri Paesi. L'offensiva nordamericana qui si presenta sotto altre forme: sottomette la nostra economia, il nostro territorio, la nostra ricchezza, la nostra moneta agli interessi delle imprese nordamericane. E queste forme sono rappresentate dall'Alca, che è la grande strategia di domi-nazione sul nostro territorio, e dal Plan Colombia, con il suo obiettivo fondamentale (perseguito anche attraverso la creazione di basi militari in Ecuador, in Bolivia e ora in Alcantara qui in Brasile), di garantire alle imprese nordamericane l'accesso alla biodiversità dell'Amazzonia. Perché il nuovo polo di accumulazione del capitale in questo secolo sarà la biotecnologia. E la materia prima per la biotecnologia è la biodiversità esistente in alcune regioni del pianeta, più specificamente in Amazzonia e in altre regioni tropicali del Sudest asiatico e dell'America centrale. E gli Stati Uniti tentano di controllare questa ricchezza in qualunque maniera. Ma non siamo pessimisti. Tutto presenta contraddizioni in questo mondo. E noi crediamo che questa offensiva nordamericana creerà tra i popoli latinoamericani un'unità come non si è mai avuta. Per questo è strategico realizzare il plebiscito popolare contro l'Alca in tutti i Paesi, affinché il popolo si coscientizzi, si politicizzi e si organizzi nella difesa del proprio Paese e dei propri diritti.

D: E in questo quadro, il Forum Sociale Mondiale cosa rappresenta?
JP: Il Fsm è un punto di incontro, un incrocio che serve come una pausa di riflessione sulla congiuntura, sulla strategia, come occasione per ricaricare le batterie, come opportunità offerta ai movimenti sociali per articolare lotte comuni. Un evento al termine del quale ognuno torna al suo campo di battaglia per continuare la lotta con molto più vigore e con molta più chiarezza. E trattandosi di un incrocio, dove tutti possono incontrarsi, e ciascuno tende a creare coalizioni intorno ai propri interessi, può avvenire che alcuni non vogliano coalizzarsi con nessuno, che altri parlino della luna, che altri ancora sostengano che l'incrocio non ha vie di uscita. Ma io penso che i movimenti sociali presenti al Fsm siano venuti a caricarsi di energia per ampliare ancora di più le lotte nei loro Paesi. E noi del Mst abbiamo un sogno: che all'interno del Forum, o intorno al Forum, noi riusciamo ad articolare processi di lotta per riuscire a medio termine a costruire quella che potrebbe essere un'organizzazione mondiale dei popoli. L´Onu è fallita, non rappresenta niente, serve a legittimare le azioni di guerra. Il Fmi, la Omc, la Fao, la Oit sono fallite. Ma i popoli non hanno ancora la capacità di costruire organismi propri. Perché è un lavoro duro, è molto difficile.

D: E quali dovrebbero essere i primi passi di questo processo?
JP: Il primo passo è riuscire ad arrivare ad un'agenda comune, con alcuni punti condivisi da tutti, attorno a cui organizzare grandi lotte di massa. Il primo punto dovrebbe essere la lotta contro il capitale. Il capitalismo non ha risolto i problemi dell'umanità. Al contrario, li ha solo aumentati: la povertà, la concentrazione di ricchezza, la disoccupazione, la disuguaglianza sociale non hanno fatto altro che crescere. Allora, noi dobbiamo costruire una società centrata sul lavoro e la giustizia sociale, e non sul capitale e sul profitto. Il secondo punto è quello di garantire a tutti i popoli i diritti umani fondamentali: terra, lavoro, abitazione, educazione, cibo; cinque diritti fondamentali che in Europa avete già ottenuto, ma che per due terzi dell'umanità rappresentano ancora un miraggio. Noi siamo convinti che la globalizzazione sia una cosa buona. Se nel nostro pianeta nessuno è straniero, la globalizzazione va bene, ma su altre basi: quelle del rispetto ambientale, dell'autosostenibilità, della solidarietà tra i popoli. La storia della civiltà umana, da quando l'uomo è sceso dagli alberi, è un cammino verso società più giuste, eque, solidali.

D: Che ne è del socialismo?
JP: Noi confondiamo il socialismo con un modo di produzione, e con la conquista del potere da parte dei lavoratori. Il socialismo, però, è ben più ampio di questo. E in una congiuntura difficile come l'attuale, in cui si registra un'offensiva del capitale, in cui la guerra è sinonimo di potere, evidentemente è più difficile per i lavoratori conquistare il potere e costruire un modo di produzione socialista. Gli stessi partiti di sinistra hanno fatto retromarcia nella difesa del socialismo. Ma noi pensiamo che è necessario recuperare l'idea del socialismo nella sua origine, come idea di una nuova società basata su nuovi valori, con una base economica diversa dal capitalismo, ma soprattutto con un diverso tipo di relazioni sociali. Questa è la storia dell'umanità a cui il capitalismo ha posto una barriera. Ma noi, i socialisti, i lottatori del popolo, i sognatori e gli idealisti dobbiamo abbattere questa barriera perché si riprenda a costruire una società fondata su altri valori: la solidarietà, la giustizia sociale, l'uguaglianza.