| Documenti: di Stedile | Movimento Sem Terra www.comitatomst.it |
D: Qual è ora il nemico principale?
JP: È questo modello economico comunemente chiamato
neoliberismo, che per il Brasile rappresenta la subordinazione
della nostra economia agli interessi del capitale internazionale.
È questo il nemico più forte: il capitale internazionale con tutto ciò che lo rappresenta:
le transnazionali, l'Fmi, la Banca Mondiale, le multinazionali che
controllano le sementi, come la Monsanto, la Cargill, la Novartis.
Il governo brasiliano di Fernando Henrique Cardoso è un mero capataz che applica le politiche dettate da altri.
D: Si parla molto della necessità di eliminare i sussidi che Stati Uniti ed Europa concedono ai propri agricoltori, per favorire così i Paesi del Sud del mondo. Ma rappresenterebbe sul serio una soluzione?
JP: Che i governi dei Paesi ricchi concedano o meno sussidi ai loro agricoltori è un problema loro.
Quello che vuole Via Campesina è che gli Stati garantiscano le condizioni perché i contadini possano produrre nella logica della sovranità alimentare. Che, cioè, ogni
Paese produca quello di cui il suo popolo ha bisogno ed esporti solo
l'eccedente. Che anche in Europa e negli Stati Uniti la produzione
agricola sia orientata sostanzialmente a soddisfare le necessità
alimentari del popolo, senza che il governo incoraggi le
esportazioni, perché la politica di esportazione agricola degli
Stati Uniti e dell'Europa verso il Terzo Mondo colpisce i nostri
mercati, distruggendo i piccoli agricoltori, e crea una dipendenza
non necessaria. Il caso del Brasile per esempio è vergognoso:
un'economia grande come quella brasiliana, con un enorme potenziale
di produzione alimentare, importa ogni anno 400mila tonnellate di
latte in polvere dall'Europa. E questo latte in polvere arriva in
Brasile a prezzi bassi solo a causa dei sussidi.
D: Una delle mobilitazioni decise qui a Porto Alegre è quella per il prossimo vertice della Fao. Che ruolo gioca la Fao in questa congiuntura?
JP: Con tutto il rispetto per i tecnici della Fao, che in generale sono benintenzionati, la Fao non è altro che un pagliaccio nel circo delle Nazioni Unite.
Tutti sanno che il governo degli Stati Uniti sta manipolando gli organismi internazionali come l´Onu o l'Omc per imporre la sua volontà ai Paesi del Terzo Mondo. Rispetto al tema dell'alimentazione, che è quello di cui si occupa la Fao, gli Stati
Uniti, però, non intervengono neppure, perché il problema della
fame, della povertà, della miseria che sono proprio loro a provocare
è per loro un problema sociale di nessun interesse. La Fao finisce
così per essere un organismo senza potere alcuno, senza risorse,
senza alcuna capacità di intervento, né nei Paesi ricchi, né nei
Paesi poveri. Se avesse qualche potere reale, indurrebbe i Paesi
ricchi ad eliminare i sussidi per l'esportazione, a finanziare
programmi di riforma agraria, a sostenere programmi per garantire la
sovranità alimentare. Ma la Fao non ha alcun potere, perché non
interessa agli Stati Uniti.
D: Se il Pt vincesse le elezioni, pensi che in Brasile cambierebbe
davvero qualcosa?
JP: La vittoria di un candidato di opposizione in Brasile, che sia Lula o un altro, è una necessità. Noi vogliamo che l'opposizione vinca le
elezioni. Purtroppo però ci stiamo rendendo conto che nessuno dei
candidati ha assunto, di fatto, l'impegno a cambiare il modello
economico.
D: Neppure Lula?
JP: Neppure lui, come sta a dimostrare il programma economico che ha
presentato. Quanto avvenuto in Argentina mostra che un'opposizione
che va dal governo senza mutare il modello economico non produce che
un acutizzarsi della crisi. Se Lula o un altro candidato di
opposizione vincesse le elezioni, a cambiare non sarebbe il progetto
ma la correlazione di forze politiche. Noi crediamo che la vittoria
dell'opposizione darebbe nuova energia alle forze popolari, in modo
che riprendano a fare grandi manifestazioni, e a credere che il
cambiamento è possibile. Perché oggi, in Brasile, stiamo vivendo una
congiuntura di riflusso dei movimenti di massa. Il popolo è
scoraggiato. La lotta di classe funziona come una spirale: abbiamo
sofferto una grande sconfitta nell´89 e dall´89 in poi il movimento
di massa è entrato in crisi. Ma la campagna sull'Alca, la
possibilità di vincere le elezioni, ecc. possono alterare la
correlazione di forze, creando le condizioni perché il movimento di
massa torni ad essere attivo. Quello che serve è la creazione di un
grande movimento nazionale che lotti per i mutamenti radicali di cui
il Brasile ha bisogno.
D: A livello internazionale, però, il movimento antiliberista è
cresciuto molto.
JP: Nell'ultimo anno c'è stata una ripresa delle manifestazioni
popolari, specialmente in alcuni centri del Nord del mondo: Seattle,
Barcellona, Goteborg, Genova. Ma nel nostro emisfero non si può
ancora parlare di ripresa. Non è sufficente realizzare
manifestazioni, è necessario moltiplicare movimenti e organizzazioni
che vadano conquistando posizioni nuove. La lettura che abbiamo
fatto di quelle manifestazioni è che sono state un grido di allarme,
l'annuncio di una ripresa del movimento di massa che tuttavia ancora
non si è data. Nell'emisfero Sud, purtroppo, il neoliberismo ha
provocato tante difficoltà materiali, tanta disoccupazione, tanta
povertà da creare nella maggior parte dei Paesi un clima di
sfiducia. Anche se in alcuni Paesi si registra una vera ripresa del
movimento di massa, come nel caso dell'Ecuador o dell'Argentina e in
parte anche in Perù e in Bolivia.
D: Cosa è cambiato in America Latina dopo gli attentati dell´11
settembre?
JP: L'economia nordamericana, che è il vagone guida del capitalismo
mondiale, vive una fase di recessione. La soluzione individuata è
stata quella di investire grandi volumi di denaro nel complesso
industriale militare. Gli attentati dell'11 settembre hanno avuto
come conseguenza nefasta, oltre a quella di causare vittime, di
produrre una giustificazione per gli investimenti nel settore
militare. In America Latina la versione di questa soluzione militare
non è necessariamente una guerra classica come quella che gli Stati
Uniti hanno combattuto contro l'Afghanistan e probabilmente
combatteranno contro altri Paesi. L'offensiva nordamericana qui si
presenta sotto altre forme: sottomette la nostra economia, il nostro
territorio, la nostra ricchezza, la nostra moneta agli interessi
delle imprese nordamericane. E queste forme sono rappresentate
dall'Alca, che è la grande strategia di domi-nazione sul nostro
territorio, e dal Plan Colombia, con il suo obiettivo fondamentale
(perseguito anche attraverso la creazione di basi militari in
Ecuador, in Bolivia e ora in Alcantara qui in Brasile), di garantire
alle imprese nordamericane l'accesso alla biodiversità
dell'Amazzonia. Perché il nuovo polo di accumulazione del capitale
in questo secolo sarà la biotecnologia. E la materia prima per la
biotecnologia è la biodiversità esistente in alcune regioni del
pianeta, più specificamente in Amazzonia e in altre regioni
tropicali del Sudest asiatico e dell'America centrale. E gli Stati
Uniti tentano di controllare questa ricchezza in qualunque maniera.
Ma non siamo pessimisti. Tutto presenta contraddizioni in questo
mondo. E noi crediamo che questa offensiva nordamericana creerà tra
i popoli latinoamericani un'unità come non si è mai avuta. Per
questo è strategico realizzare il plebiscito popolare contro l'Alca
in tutti i Paesi, affinché il popolo si coscientizzi, si politicizzi
e si organizzi nella difesa del proprio Paese e dei propri diritti.
D: E in questo quadro, il Forum Sociale Mondiale cosa rappresenta?
JP: Il Fsm è un punto di incontro, un incrocio che serve come una pausa
di riflessione sulla congiuntura, sulla strategia, come occasione
per ricaricare le batterie, come opportunità offerta ai movimenti
sociali per articolare lotte comuni. Un evento al termine del quale
ognuno torna al suo campo di battaglia per continuare la lotta con
molto più vigore e con molta più chiarezza. E trattandosi di un
incrocio, dove tutti possono incontrarsi, e ciascuno tende a creare
coalizioni intorno ai propri interessi, può avvenire che alcuni non
vogliano coalizzarsi con nessuno, che altri parlino della luna, che
altri ancora sostengano che l'incrocio non ha vie di uscita. Ma io
penso che i movimenti sociali presenti al Fsm siano venuti a
caricarsi di energia per ampliare ancora di più le lotte nei loro
Paesi. E noi del Mst abbiamo un sogno: che all'interno del Forum, o
intorno al Forum, noi riusciamo ad articolare processi di lotta per
riuscire a medio termine a costruire quella che potrebbe essere
un'organizzazione mondiale dei popoli. L´Onu è fallita, non
rappresenta niente, serve a legittimare le azioni di guerra. Il Fmi,
la Omc, la Fao, la Oit sono fallite. Ma i popoli non hanno ancora la
capacità di costruire organismi propri. Perché è un lavoro duro, è
molto difficile.
D: E quali dovrebbero essere i primi passi di questo processo?
JP: Il primo passo è riuscire ad arrivare ad un'agenda comune, con
alcuni punti condivisi da tutti, attorno a cui organizzare grandi
lotte di massa. Il primo punto dovrebbe essere la lotta contro il
capitale. Il capitalismo non ha risolto i problemi dell'umanità. Al
contrario, li ha solo aumentati: la povertà, la concentrazione di
ricchezza, la disoccupazione, la disuguaglianza sociale non hanno
fatto altro che crescere. Allora, noi dobbiamo costruire una società
centrata sul lavoro e la giustizia sociale, e non sul capitale e sul
profitto. Il secondo punto è quello di garantire a tutti i popoli i
diritti umani fondamentali: terra, lavoro, abitazione, educazione,
cibo; cinque diritti fondamentali che in Europa avete già ottenuto,
ma che per due terzi dell'umanità rappresentano ancora un miraggio.
Noi siamo convinti che la globalizzazione sia una cosa buona. Se nel
nostro pianeta nessuno è straniero, la globalizzazione va bene, ma
su altre basi: quelle del rispetto ambientale,
dell'autosostenibilità, della solidarietà tra i popoli. La storia
della civiltà umana, da quando l'uomo è sceso dagli alberi, è un
cammino verso società più giuste, eque, solidali.
D: Che ne è del socialismo?
JP: Noi confondiamo il socialismo con un modo di produzione, e con la
conquista del potere da parte dei lavoratori. Il socialismo, però, è
ben più ampio di questo. E in una congiuntura difficile come
l'attuale, in cui si registra un'offensiva del capitale, in cui la
guerra è sinonimo di potere, evidentemente è più difficile per i
lavoratori conquistare il potere e costruire un modo di produzione
socialista. Gli stessi partiti di sinistra hanno fatto retromarcia
nella difesa del socialismo. Ma noi pensiamo che è necessario
recuperare l'idea del socialismo nella sua origine, come idea di una
nuova società basata su nuovi valori, con una base economica diversa
dal capitalismo, ma soprattutto con un diverso tipo di relazioni
sociali. Questa è la storia dell'umanità a cui il capitalismo ha
posto una barriera. Ma noi, i socialisti, i lottatori del popolo, i
sognatori e gli idealisti dobbiamo abbattere questa barriera perché
si riprenda a costruire una società fondata su altri valori: la
solidarietà, la giustizia sociale, l'uguaglianza.
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