| Documenti: di Stedile | Movimento
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Sono molto felice di incontrarvi ancora una volta in questo
"porto" che, oltre che "allegro", ha bisogno
di diventare sempre di più radicalmente rivoluzionario.
Sono contento anche del fatto che il nostro movimento di Via Campesina,
abbia insistito perché vi fossero questi spazi di dibattito
popolare, aperti al massimo numero di persone. Questo ha un grande
significato psicologico, perché i mutamenti sociali non
scaturiranno da discussioni da salotto, ma avverranno quando i
popoli si organizzeranno e si assumeranno la responsabilità
del loro destino. E tutti questi compagni presenti qui sono già
un indice che i tempi stanno cambiando, perché quando la
discussione delle idee comincia ad entrare negli stadi, è
segno che è possibile costruire un mondo nuovo.
Parleremo di un tema di cui generalmente la stampa si occupa poco
e male: il tema della terra, della sovranità alimentare
e dei semi transgenici. I giornali lo mettono sempre nelle ultime
pagine e lo considerano un tema che interessa solo ai senza terra.
Ma il problema della terra, della sovranità alimentare
e dei semi è in realtà un problema dell'umanità,
di tutte le persone che vogliono vivere meglio. Per questo siamo
contenti che un tema considerato settoriale da tutta la stampa
sia stato incorporato nei dibattiti centrali del Terzo Forum di
Porto Alegre.
Riporterò qui alcune riflessioni su quello che significa
la lotta per la terra e sui cambiamenti necessari in questa lotta.
Il capitalismo ha trasformato la terra in pura merce, in un mero
strumento di potere e lucro, ma non sempre è stato così,
durante la storia dell'umanità. La terra, come ha detto
il nostro amato dom Pedro Casaldáliga, "è molto
più che terra soltanto": la terra è ciò
che rende possibile la nostra vita, ciò da cui riceviamo
il nostro sostentamento, che ci permette di organizzare le nostre
abitudini alimentari, su cui costruiamo i nostri gruppi sociali,
in cui sviluppiamo la nostra cultura. Purtroppo, quando l'umanità
è caduta sotto il dominio del modello di produzione capitalistico,
la proprietà e l'uso della terra hanno cominciato ad essere
subordinati agli interessi del capitale. Vorrei rapidamente riepilogare
come la questione della terra sia stata trattata dal capitalismo
in questi cinquecento anni di dominazione. Il capitalismo è
riuscito a trasformare la terra in merce e a imporre per la prima
volta nella storia dell'umanità la proprietà privata
della terra. Il capitalismo si è appropriato di un bene
della natura che avrebbe dovuto essere di tutti, come l'aria o
il sole, e lo ha trasformato in merce e oggetto di lucro, con
un suo prezzo, per quanto tutti sappiano che la terra in sé
non ha prezzo perché essa non è frutto del lavoro
umano, è il risultato di ciò che è stato
prodotto dalla natura in milioni di anni.
Quando il capitalismo ha raggiunto la sua tappa industriale, si
è reso conto che il monopolio della terra, la sua concentrazione
in poche mani, impediva in un certo modo lo sviluppo delle forze
produttive. È per questo che, nel secolo diciannovesimo,
praticamente in tutto l'emisfero nord, la stessa borghesia industriale
ha sollecitato per politiche di distribuzione della terra che
hanno ricevuto allora il nome di riforme agrarie. L'obiettivo
principale era ristrutturare la proprietà della terra,
dando ad essa un carattere un po' più democratico, non
perché si volesse renderla un bene comune, ma per trasformare
i contadini in produttori capitalisti. È per questo che
il capitalismo, per tutto il diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo, ha assunto
l'iniziativa di realizzare riforme agrarie, diverse da Paese a
Paese.
Nel frattempo, nell'emisfero Sud il capitalismo non ha permesso
che si realizzassero riforme agrarie, perché i Paesi dipendenti
non erano organizzati per sviluppare le proprie forze produttive
e il mercato interno, né per rispondere alle necessità
dei popoli; al contrario, le economie dei nostri Paesi erano state
organizzate per rispondere alle necessità di Europa e Usa.
Qui, nell'emisfero sud, invece della riforma agraria, ci è
stato imposto un modello perverso, basato sul monopolio della
proprietà della terra unito alla forma di produzione della
piantagione, con manodopera schiava. Questo ha impedito che la
terra, nei nostri Paesi, potesse avere un'utilità sociale,
che le persone potessero produrre i beni di cui avevano bisogno.
E ha generato una tremenda disuguaglianza sociale in tutte le
società dell'emisfero Sud. Il motivo per cui le società
dell'emisfero nord sono un po' meno diseguali delle nostre sta
proprio nella forma con cui il capitalismo ha organizzato, nel
nostro emisfero, il monopolio della proprietà della terra
durante i 400 anni di colonialismo. La disuguaglianza e la povertà
attuali affondano qui le loro radici.
Nel ventesimo secolo, molti dei Paesi del terzo mondo si sono
liberati della dipendenza politica dal colonialismo e della schiavitù,
ma quasi ovunque questo processo è stato diretto dalle
borghesie nazionali, con la conseguenza che a cambiare è
stata solo la forma dello sfruttamento, non il monopolio della
proprietà della terra.
Uniche eccezioni, le rivoluzioni sociali avvenute in diversi Paesi,
le cosiddette rivoluzioni socialiste: per quanto ciascuno possa
esprimere critiche personali su ciò che ha rappresentato
quel processo storico, queste rivoluzioni hanno segnato un passo
avanti nello sviluppo delle idee e delle forze produttive del
mondo. Nell'ambito di quelle rivoluzioni sociali, che aspiravano
al socialismo, è emerso un nuovo concetto: quello della
necessità di nazionalizzare la proprietà della terra,
non in senso sciovinista o statalista, ma sulla base del principio
fondamentale della proprietà collettiva e sociale della
terra, secondo cui nessun individuo può rivendicare il
diritto assoluto di fare quello che vuole sullo spazio di terra
che utilizzerà.
Se da un punto di vista teorico quelle esperienze hanno rappresentato
un passo avanti, dal punto di vista delle tecniche di produzione
e del modo in cui l'uomo si è relazionato con la terra,
i Paesi socialisti hanno adottato purtroppo lo stesso modello
produttivista di quelli capitalisti, ponendo come principale obiettivo
l'accumulo e non lo sviluppo di una produzione equilibrata al
servizio del benessere sociale. E il risultato è stato
il fallimento del processo sociale verso il socialismo.
Alla fine del ventesimo secolo il capitalismo è entrato
in una nuova fase, che nella maggioranza dei nostri Paesi ha preso
il nome di neoliberismo. Il nuovo capitalismo subordina l'uso
e la proprietà della terra agli interessi del capitale
finanziario e delle grandi imprese multinazionali. In questa fase,
le multinazionali non hanno più interesse a comprare la
terra, ma puntano al controllo del commercio agricolo, cercando
di trasformare tutta la catena alimentare dell'umanità
in mera merce standardizzata. Il capitale vuole ora controllare
l'agroindustria. I contadini non producono
più alimenti, ma materie prime; e il capitale controlla
la trasformazione degli alimenti, che è l'agroindustria.
È fondamentale avere chiaro tutto questo per capire quali
tattiche i movimenti contadini e la società nel suo complesso
devono adottare.
Perché nella tappa attuale della lotta per una società
più giusta non basta più una riforma agraria di
tipo classico, capitalista, legata alla distribuzione della terra
ai contadini. Per questo in tutte le riforme agrarie di tipo capitalista,
riformista, assistenzialista, realizzate anche grazie alla pressione
dei movimenti sociali nei Paesi del terzo mondo, i cosiddetti
insediamenti della riforma agraria non sono andati bene: perché
al lavoratore rurale non basta più il controllo della terra,
in quanto questo non cambia le relazioni sociali esistenti. Bisogna
pensare a una riforma agraria di nuovo tipo, di cui la democratizzazione
della proprietà della terra rappresenta solo l'inizio.
Anche noi contadini
dobbiamo superare l'ideologia piccolo borghese corporativista
che portava a desiderare la proprietà di 10 ettari di terra.
Un contadino con dieci ettari è uno schiavo.
1) Noi di Via Campesina stiamo elaborando una nuova visione. Ce
l'hanno trasmessa i contadini dell'India: dobbiamo trattare la
terra in un altro modo, perché noi non abbiamo ricevuto
la terra dai nostri padri, l'abbiamo ereditata dai nostri figli
Questo è il mutamento fondamentale di prospettiva: tenere
presenti le generazioni future.
2) È necessario che i contadini assumano il controllo dell'agroindustria.
Per questa ragione tutti i movimenti contadini stanno conducendo
una lotta ferrea contro la Nestlé, la Monsanto e le altre
grandi multinazionali.
3) Bisogna incorporare nella riforma agraria il concetto che la
terra deve essere, prima di tutto, utilizzata per la produzione
di alimenti per tutto il popolo. La fame non è un problema
di produzione di alimenti, ma il risultato della concentrazione
della produzione nelle mani delle multinazionali. La riforma agraria
va quindi collegata alla sovranità alimentare, alla lotta
alla fame. Tutti noi sappiamo che la fame non si combatte distribuendo
provviste alimentari di base.
4) Bisogna incorporare nella riforma agraria il diritto degli
agricoltori a produrre i loro propri semi.
5) È impossibile fare la riforma agraria senza democratizzare
le conoscenze. È necessario che il popolo abbia accesso
alle conoscenze scientifiche in tutti i loro significati. Non
si tratta solo di una scolarizzazione formale, quanto del diritto
di "apprendere", così come lo definiva il nostro
amato Paulo Freire. È impossibile costruire una società
democratica con persone analfabete. Non basta occupare latifondi,
bisogna occupare anche le scuole e le università.
Parlare della necessità di una riforma agraria di nuovo
tipo potrebbe sembrare utopico. Per questo tutti noi di Via Campesina
stiamo riflettendo su cosa deve cambiare nella lotta per la riforma
agraria. Lo stesso capitalismo finanziario internazionale, in
questa tappa, ha generato una contraddizione. Oggi i contadini
dell'India, del Sudafrica, del Messico, del Canada, del Brasile
sono tutti sfruttati dalla stessa Monsanto. Quindi non è
possibile sconfiggere la Monsanto solo qui in Brasile: è
indispensabile un'articolazione internazionale di tutti i movimenti
contadini per una lotta comune contro i nemici comuni, il capitale
internazionale e le multinazionali.
Cosa cambia nella lotta per la riforma agraria? È sempre
più chiaro che battersi contro il latifondo e contro questo
modello agricolo perverso è possibile solo con una grande
accumulazione di forze: milioni di persone che hanno un progetto
politico comune e che sulla base di questo progetto conducono
lotte di massa. Nessun mutamento sociale si è mai registrato
nella storia dell'umanità senza mobilitazioni di massa,
senza le lotte del popolo. E questa riflessione noi la stiamo
portando avanti anche rispetto al governo Lula. Molti dicono:
ora che il MST è arrivato al potere, smetterà di
lottare. Ma la nostra risposta è chiara: il ruolo del Mst
è continuare ad organizzare i lavoratori, i poveri delle
campagne, non per scontrarsi con il governo Lula né per
metterlo in difficoltà, ma per aiutarlo a fare la riforma
Altri documenti dal Forum Social Mundial:
Porto Alegre: Appello dei movimenti sociali
Lula a Porto Alegre e a Davos
Frei Betto a Porto Alegre
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