Stedile: La crisi? È una breccia per i movimenti popolari

La crisi? È una breccia per i movimenti popolari
intervista a Joao Pedro Stedile(*) di Maurizio Matteuzzi
Il manifesto. 1 febbraio 2009

Al Forum sociale di Belem è il giorno dei Sem Terra, nati un quarto di secolo fa. Parla il loro leader: la crisi globale, le aperture per i movimenti, i governi più o meno amici, il valore delle elezioni... Il leader dei Sem Terra João Pedro Stedile: "Borghesie senza progetti, ora tocca a noi. Lula? Non è un governo popolare. Votare? Non basta"
Otto di mattina, per molti è presto ma l'Npi, il complesso scolastico chiamato Nucleo Pedagogico Integrado che l'Mst, piovuto in massa al Forum social mundial, ha scelto come proprio accampamento qui a Belém, è un ribollire di gente e d'attività. Uomini, donne, bambini, di tutte le età, tende, amache e materassi piazzati ovunque, la cucina comune in piena attività per la colazione, l'andirivieni dal settore docce... In mezzo a quel brulichio c'è anche João Pedro Stedile, il leader più noto del Movimento dei Senza terra.

Come mai all'incontro di giovedì pomeriggio con Chavez, Morales, Correa e Lugo non avete invitato Lula?
Quello di giovedì pomeriggio era un incontro, una riunione con compagni con cui siamo in contatto da molti anni, uno scambio di opinioni su come uscire in avanti dalla attuale crisi. La resistenza non basta più, ora dobbiamo fare un passo avanti per fare fronte alla crisi e proporre misure che implichino cambi strutturali.

Ci sono molti che credono e temono che la crisi butti a destra. Qui non è così?
Nella crisi del '29 le borghesie criollas approfittarono dell'occasione per imporre i loro progetti di sviluppo nazionalisti e capitalisti grazie anche all'impreparazione delle classi lavoratrici incapaci di presentare un progetto alternativo. Ora sono le borghesie nazionali latino-americane a non avere un progetto di sviluppo interno. Perciò la maggioranza dei governi propongono misure che sono in realtà solo medicine per il recupero del capitale. Questo può aprire una breccia ai movimenti popolari per imporre un loro progetto alternativo. Che ancora non è "il socialismo del secolo XXI" di Chavez però è quello che noi chiamiamo un "progetto popolare" che potrebbe essere la transizione a un modello economico basato sul recupero della sovranità popolare sulle nostre risorse, sulla garanzia del lavoro, della terra, dell'educazione per tutti. Per sperare di vincere, bisogna avviare un grande processo di unità popolare dei movimenti sociali, dei partiti e dei governi progressisti. Ma sopratutto che nasca nel nostro continente un ciclo storico di ripresa dei movimenti di massa. Solo in Bolivia, secondo me, si può parlare un movimento di massa divenuto un protagonista politico del cambio. In altri paesi ci sono lotte popolari ma non un movimento di massa. Neanche in Venezuela.

In questo quadro nuovo ha ancora senso chiedere la riforma agraria?
La riforma agraria classica che è stata la ragione della nascita dell'Mst e di altri movimenti campesinos dell'America latina aveva come obiettivo la distruzione del latifondo e la ripartizione della terra. Questo tipo di riforma agraria, in alcuni paesi d'Europa, negli Stati uniti e in Giappone, era perfino funzionale agli interessi della borghesia industriale. Questo tipo di riforma agraria è stata spazzata via dal neo-liberismo. I latifondisti si sono trasformati in moderni capitalisti e la loro produzione è destinata al mercato esterno in stretta alleanza con le transnazionali. La crisi ha aperto una breccia in cui noi dobbiamo batterci per una riforma agraria che sia una "riforma agraria popolare". Un movimento cooperativo, una piccola agro-industria sotto il controllo dei campesinos, nuove matrici tecnologiche in favore di un modello agro-ecologico. È per questo che noi riponiamo speranze in questa crisi.

Voi avete avuto fin dall'inizio un rapporto di amore-odio con Lula. Se non ha mantenuto l'impegno sulla riforma agraria, è innegabile il carattere "sociale" di almeno una parte della sua azione di governo. Ora che si avvicina la fine della presidenza Lula, qual è il bilancio?
Per dare un giudizio sul governo Lula bisogno considerare tre aspetti.
Primo: l'Mst difende e pratica il principio che ogni movimento sociale per essere tale deve essere autonomo da governi, partiti e stato. E a questo principio noi ci siamo sempre attenuti in questi 25 anni.
Secondo: il governo Lula non è un governo popolare, non è un governo di sinistra. Non lo dico io, lo dice Lula. È un governo inter-classista con settori della borghesia neo-liberista brasiliana, della borghesia nazionalista, della classe media e anche settori della sinistra. Logico che un simile governo prenda misure ambivalenti. Noi seguiamo la stessa logica della destra anche se invertita: la destra brasiliana, che si esprime attraverso i media, quando Lula annuncia qualcosa che favorisce la borghesia applaude, quando decide qualcosa per i poveri critica. I due settori che hanno tratto maggior beneficio dal governo Lula sono stati il grande capitale, nazionale e trans-nazionale, e le banche, e poi quel 20-30% di popolazione più povera che faceva la fame e che ora ha recuperato un minimo di livello di vita. Buono, ma attenzione perché questa non è la soluzione del problema della povertà. I programmi sociali del governo raggiungono 17 milioni di famiglie, ossia 50-60 milioni dei 185 milioni di brasiliani. Un recente studio rivela che il 79% dei componenti di quei 17 milioni di famiglie sono disoccupati e non cercano più lavoro, gente che se ne sta in casa a guardare la tv aspettando dal governo l'assegno della "Borsa famiglia". Questo è un pericolo perché ha tolto ai poveri la dignità di lottare. Ma presto o tardi questa contraddizione esploderà.
Terzo punto: cosa accadrà domani? Noi crediamo che le soluzioni per i problemi del Brasile e dell'America latina non sono soluzioni elettorali. La lotta di classe non si muove con le scadenze elettorali ma con la correlazione di forza fra le classi. L'unica soluzione per il Brasile è che le classi popolari riescano ad accumulare forze, a costruire una unità intorno a un programma d'azione e che così si acceleri il recupero di un movimento di massa. L'unico in grado di imporre cambi strutturali. Io personalmente, che mi aggrappo alla dialettica e allo spirito santo in quanto religioso e cristiano, sono ottimista: in Brasile le contraddizioni sono molto grandi e a un certo momento si produrrà il cortocircuito perché con i voti e la televisione non si risolvono i problemi di questo paese.


(*) João Pedro Stedile è membro del Coordinamento Nazionale del MST e della Vía Campesina Brasile.