Il Verdetto sul debito internazionale

Il verdetto del tribunale del debito estero
Fonte: Nigrizia
Il debito va condannato alla sospensione immediata perché ingiusto e insostenibile dal punto di vista etico, giuridico e politico, così recita il verdetto pronunciato al Tribunale del debito estero, che ha visto la partecipazione di circa 1.700 persone venute da varie parti del Brasile e di altri paesi del mondo.
Il processo simulato, che s'inserisce nella campagna internazionale Jubilee 2000, è stato promosso da un pool di enti, associazioni e movimenti sociali autorevoli, come la conferenza episcopale cattolica, il Consiglio nazionale delle chiese cristiane, il Movimento dei senza terra, la Centrale dei movimenti popolari ed altri.
Il verdetto di condanna recita chiaramente: Il debito è stato costituito al di fuori dei marchi legali nazionali e internazionali e senza la consultazione della società, oltre ad aver favorito quasi esclusivamente l'élite a scapito della popolazione.
La giuria popolare è stata composta da otto rappresentanti della società brasiliana, tra cui il cardinale Paulo Evaristo Arns, il presidente della Centrale unica dei lavoratori (Cut) Vicentinho, l'indio Pataxó Wilson Hã-hã-hãe, il calzolaio disoccupato Manuel Rodrigues, l'attrice afrobrasiliana Zezé Mota, la senza terra Maria de Fátima.
Il verdetto propone ancora l'unione di tutti i popoli in favore del cancellamento totale dei debiti esteri dei paesi a basso reddito più indebitati e, nel caso brasiliano, la sospensione del pagamento degli interessi e ammortamenti e l'instaurazione di un ufficio di difensore civico per portare avanti un processo giuridico e amministrativo del debito.
Il tribunale si è mostrato opportuno proprio perché il Brasile, considerato un paese a medio reddito e emergente, ostenta uno dei peggiori profili della distribuzione di reddito del pianeta. Un quarto della sua popolazione – ben 40 milioni di persone – è al di sotto della soglia della povertà. Per cui gli organizzatori hanno voluto identificare il rapporto tra debito estero e la situazione d'ingiustizia e di miseria. In questo senso, hanno fatto vedere che si assomiglia molto, ad esempio, il quotidiano di un'indigente brasiliano e di un abitante dello Zambia, paese con 10 milioni di persone e più di 7 miliardi di dollari di debito; proporzionalmente, uno dei più alti del mondo.

Oggi ogni brasiliano nasce con un debito di circa 1.300 dollari, senza che i soldi che sono stati prestati al paese abbiano ridotto la crescita della povertà e la sofferenza della maggioranza della popolazione.
Dunque un misto di denunce e sensibilizzazione sul tema. E non solo.
L'iniziativa ha voluto anche definire delle politiche alternative e strategie per superare, di forma sostenibile, la crisi dell'indebitamento estero e le sue conseguenze sociali e ambientali, come si legge nel documento finale. E ciò si è fatto dopo una ampia ricerca e l'ascolto di testimonianze e esperti brasiliani e stranieri in quattro sessioni centrate sul sistema finanziario internazionale, sull'indebitamento brasiliano, sui casi esemplari di indebitamento di altri paesi e sulle prospettive di interventi per affrontare la crisi brasiliana.

I partecipanti hanno qualificato il problema come di un cancro nelle viscere del Brasile. Nel 1964, il debito estero ammonta a 3 miliardi di dollari. Nove anni dopo, in pieno regime militare, arriva a 14 miliardi. Nel 1978 passa a 52 miliardi, saltando a 72 nel 1980 e a 115 nel 1989. Nel 1994, con l'inizio del primo mandato del governo dell'attuale presidente Fernando Henrique Cardoso, raggiunge 146 miliardi. Quattro anni dopo arriva a 235 miliardi.
Il lato più curioso di questa storia è che, soltanto tra 1989 e 1997, il Brasile ha sborsato, a titolo di interessi e ammortamenti, 216 miliardi di dollari. Ossia il paese doveva 115 miliardi nell'89, ne ha già pagati 216, ma continua ad avere un debito di 235 miliardi.

Come mai si è arrivati a un debito così mostruoso? Alla fine degli anni '60, i paesi ricchi avevano le loro casseforti strapiene. Siccome denaro fermo è denaro perduto, hanno iniziato ad applicarlo nella forma di prestiti a bassi interessi. La dittatura militare ci ha pensato a passare il cappello per finanziare il cosiddetto ''miracolo brasiliano''. Poi è venuta la crisi del petrolio nel 1973, e sono saliti gli interessi assieme al barile. Il debito è quindi cresciuto fino a scoppiare durante la recessione che ha colpito il Brasile all'inizio degli anni '80, spiega Frei Betto, uno dei principali esponenti della Teologia della liberazione nel paese.
Negli anni '90 – aggiunge il teologo – i ricchi hanno fatto dei paesi poveri, come il Brasile, la loro cassa di risparmio. Hanno finanziato l'aumento delle nostre riserve cambiali, prestandoci denaro perché comprassimo il loro prodotti. Così s'importava di più e si esportava di meno. Quanto più prodotti importati, tanto più le industrie fallite e l'aumento della disoccupazione. Così siamo diventati ostaggi degli strozzini internazionali.

Tornando di nuovo ai numeri della vergogna, solo lo scorso anno, a titolo di interessi, il paese ha pagato l'equivalente al bilancio annuale del Ministero della sanità, cioè 16 miliardi, scrive João Pedro Stédile sul quotidiano Folha de São Paulo.
Economista e membro della direzione del Movimento dei sem terra, Stédile considera che bisogna prendere in considerazione anche l'indebitamento interno: Oggi i due tipi di debiti sono come carne e unghia, e costituiscono un ostacolo alla vita nazionale. Il debito interno, o debito in titoli, era di 62 miliardi di dollari nel 1993 e ha raggiunto 324 miliardi poco prima della svalorizzazione della moneta brasiliana il gennaio scorso.
L'iniziativa di Rio, vista come un marco simbolico di un lungo cammino di mobilitazione popolare, è servita anche come messa a punto della raccolta di firme in Brasile, che verrano quindi presentate al prossimo G8 di Colonia. Fino a quella data erano già state raccolte circa mezzo milione di firme.

Che dice il verdetto I
Considerando che... secondo i dati presentati al tribunale, il debito dei paesi più poveri e più indebitati è già stato pagato e, nella forma contabile attuale, è impagabile; la decisione unilaterale degli Stati Uniti alla fine degli anni '70, di aumentare il tasso degli interessi dal livello storico del 4 a 6 per cento a più del 20 per cento in pochi mesi, ha significato un tradimento dei contratti e ha obbligato i paesi debitori a prendere prestito per pagare gli interessi; che esiste un vincolo esplicito tra debito estero, l'eccessivo indebitamento interno e la ricerca di capitale estero a breve termine, impondo al paese una politica di altissimi tassi di interessi; che il governo, al concepire il sistema finanziario come assoluto e un fine, ha sacrificato la parte del bilancio dedicata alle spese con politiche sociali. Questo ha provocato l'abbandono della sanità e dell'istruzione, delle politiche di occupazione, di abitazione popolare, di demarcazione delle terre indigene, di realizzazione della riforma agraria; che le politiche economiche e di aggiustamento del Fmi si sono mostrate disastrose per i paesi che le applicano, nonché servono a aumentare ancora di più il debito e altri passivi esteri di questi paesi; che gli USA strumentalizzano l'ONU, l'Omc, il Fmi, la Banca mondiale e la Nato in funzione delle loro strategie di egemonia e controllo dei popoli della terra; che l'espansione del debito estero è rapportata alle élite brasiliane che sono conniventi con le istituzioni finanziarie dell'estero, tanto private e officiali quanto multilaterali; che il debito estero costituisce una violazione continuata del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, fissati dall'ONU il 16 dicembre 1966;

Che dice il verdetto II
I membri del tribunale del debito estero per unanimità: condannano il processo dell'indebitamento brasiliano, che implica sottomissione agli interessi del capitale finanziario internazionale e dei paesi ricchi; responsabilizzano i governi e politici che appoggiano e promuovono il progetto di inserimento sottomesso del Brasile all'economia globalizzata; propongono a tutti i brasiliani i seguenti impegni e strategie di azione: per una moratoria sovrana e il rompimento dell'accordo con il Fmi; per il fermo controllo del cambio, che sia uno strumento del governo per frenare la speculazione e stimolare l'investimento produttivo; per il rafforzamento delle mobilitazioni e campagne come l'Attac, che esigono la creazione di meccanismi di regolazione e di tassazione della circolazione del capitale speculativo internazionale; per l'unione dei popoli dell'America Latina e del Caraibi attorno a politiche alternative e strategie comuni nel continente per affrontare assieme il circolo vizioso dell'indebitamento e altri fattori d'impoverimento; per la partecipazione alla Jubilee 2000, del Consiglio mondiale delle chiese e di altre istituzioni nazionali e internazionali, in una mobilitazione che porti gli stati democratici a proporre all'assemblea generale delle Nazioni Unite un'azione presso il tribunale internazionale dell'Aia, per giudicare i processi che hanno sviluppato il debito estero dei paesi impoveriti e altamente indebitati e i loro responsabili.


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