Liberisti e predatori:
in America Latina gli europei non sono da meno degli Stati Uniti
Vertice di Vienna
Fonte Adista
Maggio 2006
VIENNA-ADISTA. Belle parole ma scarsi risultati al IV Vertice dei capi di Stato e di governo
dell'America Latina e dell'Unione Europea, svoltosi a Vienna dall'11 al 13 maggio. C'è stato,
sì, l'annuncio dell'avvio di negoziati per un accordo di associazione politico-commerciale tra Ue e
America Centrale, e della ripresa di contatti in vista di un negoziato tra Ue e Comunità Andina (in
stallo dal 2004, invece, i negoziati tra Ue e Mercosur, per il permanente rifiuto dell'Europa di aprire i
propri mercati ai prodotti rurali provenienti da Brasile, Argentina e Uruguay). Ma nessun passo concreto
è stato mosso verso la nascita di una vera associazione strategica biregionale, già annunciata
nel 1999. E non poteva essere diversamente: come ha affermato il vicepresidente del Consiglio di Stato cubano
Carlos Lage, tale associazione semplicemente non esiste e, "nelle attuali condizioni", non
è neppure possibile. "La Ue - ha dichiarato nel suo discorso al Vertice - perde peso e presenza
in America Latina e nei Carabi e si concentra in maniera evidente sulla sua recente espansione verso l'Est e
sulla sua relazione con gli Stati Uniti". Ed è proprio con gli Stati Uniti, "la potenza
egemonica e il gendarme dell'attuale ordine economico e politico internazionale", che la Ue ha in
realtà stabilito "la vera associazione strategica", come innumerevoli esempi (dalla politica
degli aiuti a quella sui diritti umani, passando ovviamente per quella della 'lotta al terrorismo') stanno ad
indicare. Un discorso duro, quello di Lage ("la colpa non è mia", si è giustificato:
"mi hanno dato solo cinque minuti e non c'era tempo di adornarlo"), ma totalmente in linea con
quanto emerso dal controvertice "Enlazando Alternativas 2" ("connettendo alternative",
che segue quello realizzato a Guadalajara nel 2004, in occasione del precedente vertice Ue-America Latina; v.
Adista n. 43/04), svoltosi a Vienna parallelamente al Vertice ufficiale, per iniziativa dell'Alleanza Sociale
Continentale, con la significativa partecipazione tanto di Lage quanto di Hugo Chávez e di Evo
Morales. Obiettivo del controvertice quello di costruire uno spazio politico e di mobilitazione biregionale
che unisca lotte, resistenze e visioni alternative dei popoli delle due sponde dell'Atlantico. "Ci
opponiamo a un'agenda di libero commercio a servizio degli interessi delle transnazionali europee e delle
élite esportatrici dell'America Latina", si legge nella Dichiarazione finale dell'incontro, ma
"vogliamo spazi di cooperazione tra le due regioni, che favoriscano il benessere dei nostri popoli, la
sovranità dei nostri Paesi, il rispetto della diversità culturale".
Che dietro la retorica del capitalismo "dal volto umano" - con cui l'Europa ha cercato di farsi
bella contro il capitalismo "cattivo" targato Usa - si nascondano i precisi interessi delle
transnazionali europee ("l'organismo più neoliberista della Terra" ha non a caso definito la
Ue l'economista Susan George), lo ha mostrato nella maniera più chiara il Tribunale permanente dei
Popoli "sulle politiche neoliberiste e sulle transnazionali europee in America Latina e nei
Carabi", svoltosi dal 10 al 12 maggio nell'ambito del controvertice. Sul banco degli imputati una
trentina di imprese attive nel settore dei servizi pubblici (la francese Suez in relazione all'acqua, la
spagnola Unión Fenosa per la fornitura di elettricità); in quello delle risorse naturali
(l'impresa petrolifera spagnola Repsol e quella italiana Agip, un'altra italiana, la Benetton, per la
questione delle terre sottratte ai Mapuche in Patagonia, l'Aracruz Cellulosa, il cui nome è legato
all'avanzata del deserto verde di eucalipto); nel settore della catena agroalimentare (la Bayer e la
Cargill), del mondo del lavoro (Unilever); delle finanze. Ma al di là dell'esame di casi concreti, il
Tribunale ha inteso avviare una riflessione sull'intero sistema di potere delle imprese transnazionali in
America Latina, raccogliendo elementi utili all'apertura di processi giudiziari contro le singole
transnazionali e segnando un primo passo nella formulazione di leggi e di norme di comportamento vincolanti
per le imprese. (claudia fanti)
Il grande capitale indica buoni e cattivi.
Tensioni e contrasti al vertice tra Unione Europea e America Latina
VIENNA-ADISTA. Se pochi e poco significativi passi in avanti sono stati compiuti, al Vertice di
Vienna, in direzione di una reale collaborazione tra Ue e America Latina (v. notizia precedente), tensioni e
conflitti di vario tipo si sono registrati tra gli stessi Paesi latinoamericani: tra Brasile e Bolivia, a
motivo della nazionalizzare degli idrocarburi da parte del governo di Evo Morales; tra Argentina e Uruguay,
per la costruzione, da parte di un'azienda spagnola e di una finlandese, di due fabbriche di cellulosa in
Uruguay, al confine tra i due Paesi, contro cui il governo Kirchner si è addirittura rivolto al
tribunale dell'Aja (e contro cui si è svolta, al momento della foto ufficiale del Vertice, la protesta
della ragazza in bikini che tanto divertimento ha provocato tra i presenti); tra Venezuela da un lato e
Perù e Colombia dall'altro nel contesto andino; tra soci maggiori (Brasile e Argentina) e soci minori
(Uruguay e Paraguay) nell'ambito del Mercosur. Il tutto sullo sfondo dello scoperto tentativo delle destre e
del capitale transnazionale di mettere gli uni contro gli altri: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi,
da una parte la sinistra riformista del brasiliano Lula, della cilena Bachelet e dell'uruguayano
Tabaré Vazquez, e dall'altra la sinistra estremista, o ancora meglio populista, di Chávez e
Morales. Perché è di populismo che parlano ora le destre delle due sponde dell'Atlantico, il
populismo come minaccia ai valori democratici, secondo quanto ha affermato il presidente della Commissione
Europea Manuel Durao Barroso, alludendo, senza nominarli, proprio a Venezuela e Bolivia.
Al centro di critiche aspre e di minacce neanche troppo velate (di ritirare gli investimenti, di trascinare
la Bolivia nei tribunali internazionali) è finito proprio il governo di Evo Morales, il cui peccato
capitale, o, per essere più precisi, il cui peccato contro il capitale, è stato quello di
nazionalizzare gli idrocarburi: una misura che ha colpito in particolare gli interessi della brasiliana
Petrobras e della spagnola Repsol (che in Bolivia, per ogni dollaro investito, ne guadagnava 10, quando
già un rapporto di 1 a 5 viene considerato ottimale). Critiche sono giunte persino dal segretario
generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, per il quale la misura boliviana metterebbe a rischio le relazioni
commerciali internazionali.
Ma Evo Morales non si è lasciato intimidire ed è, anzi, passato all'offensiva: ha difeso il
diritto sovrano dei boliviani di nazionalizzare le proprie ricchezze naturali, ha ribadito che le imprese
petrolifere non saranno indennizzate, e che i contratti con cui operano nel Paese sono incostituzionali, in
quanto non ratificati dal Parlamento. Di più: ha accusato le imprese di evasione fiscale e di
contrabbando, inclusa la Petrobras, che - ha detto Morales provocando la reazione "indignata" del
Brasile - avrebbe anch'essa lavorato illegalmente nel Paese. Nessun cedimento neppure rispetto alla protesta
di Lula, che avrebbe voluto essere avvisato prima rispetto alla nazionalizzazione: sulle politiche sovrane di
un Paese, ha replicato Morales, non si deve dar conto a nessuno. Solo "ammirazione e rispetto",
invece, per Cuba, un Paese, ha detto, che, pur sotto embargo economico, aiuta molti Paesi a riscattarsi
socialmente, per esempio inviando medici in tutto il mondo e promuovendo iniziative come la Missione Milagro,
grazie alla quale, in soli due mesi, sono stati operati alla vista settemila boliviani. Un segnale tra i
tanti, quest'ultimo, di qualcosa di nuovo che, in mezzo a tensioni e contrasti, si sta facendo strada in
America Latina, sia pure, finora, per iniziativa di appena tre Paesi - Cuba, Venezuela e Bolivia -: la
nascita di un diverso modello di sviluppo economico, di integrazione, di cooperazione dal significativo
acronimo di Alba (Alternativa bolivariana delle Americhe), che vuole essere, per l'appunto, l'alba di un
nuovo giorno per la Patria Grande latinoamericana. (c. f.)