Con questo testo il Comitato Amig@s MST Italia vuole dare un proprio apporto alle numerose riflessioni che sono emerse e stanno emergendo in questo periodo sulle cause della pandemia da Covid-19 e sulle prospettive future a livello globale.

Il nostro impegno, ormai ventennale, è nato dall’incontro con il Movimento Senza Terra del Brasile, dalla conoscenza delle lotte, delle riflessioni e delle analisi da loro prodotte.

Il nostro vuole essere un contributo alla comprensione dell’attuale crisi mondiale, una crisi sistemica e irreversibile, che il coronavirus ha solo evidenziato e di cui è necessario conoscere le cause per individuare soluzioni efficaci che richiedono cambiamenti radicali a livello mondiale. Perché non sarà un vaccino a fermare questo virus agilissimo e mutevole, o i prossimi, che di certo ci troveremo ad affrontare, se non smetteremo di deforestare e di concentrare animali in allevamenti ed esseri umani in megalopoli.

Visti i nostri ambiti di interesse abbiamo pensato di concentrare l’attenzione su due paesi: il Brasile e l’Italia (come parte dell’UE).

Un breve cenno storico sul Brasile e la terra…

Il Brasile possiede da sempre tutte le condizioni, in termini di acqua, di terra e di clima, per assicurare il benessere a tutta la sua popolazione. Ha un territorio di 850 milioni di ettari (27 volte quello dell’Italia), il 42% del quale è costituito dall’Amazzonia.

In esso vivono solo 210 milioni di abitanti, che erano 190 milioni 10 anni fa e 60 milioni nel 1960 (ben pochi rispetto all’Italia, nel cui territorio, di 30 milioni di ettari, vivono 60 milioni di persone), con un’alta percentuale di giovani, considerando che il 40% della popolazione ha meno di 30 anni.

La storia del Brasile, come quella di tutta l’America Latina, è segnata dalla ferita del colonialismo, in questo caso portoghese, non meno feroce di quello spagnolo e anch’esso benedetto da papa Alessandro VI, il quale nel 1494 divise in due l’America Latina, assegnando una parte al re di Spagna e l’altra a quello del Portogallo. L’indimenticato Eduardo Galeano evidenzia, nello splendido libro “Le vene aperte dell’America Latina” (1971), come i conquistadores impugnassero spade sulla cui elsa c’era la croce.

Si stima che nel 1500, nel territorio dell’odierno Brasile, vivessero, all’arrivo dei portoghesi, tra i 6 e gli 11 milioni di indigeni, divisi in circa 2.000 tribù. Ma i conquistadores, portando nelle loro terre morbillo, vaiolo, TBC e influenza, provocarono un genocidio inaudito: nel 1880, su un totale di 3.500.000 abitanti, gli indios erano ridotti a 250.000. Erano loro a lavorare come schiavi le materie prime da inviare in Europa: prima il legno della Mata Atlantica (pau brasil) nel XVI secolo, poi la canna da zucchero piantata nel Nordest (XVI-XVIII secolo), quando la capitale era Salvador de Bahia, e infine l’oro, durante la prima corsa all’oro avvenuta in Brasile (a Ouro Preto, in Minas Gerais) all’inizio del XVIII secolo, oltre 100 anni prima di quella più nota negli Stati Uniti.

L’importazione di schiavi africani (4,9 milioni di persone dal 1501 al 1866) iniziò verso la metà del XVI secolo, ma la schiavitù degli indigeni, seppur decimati, proseguì per tutto il XVII e XVIII secolo.

In seguito, a partire dal 1793, venne intensificata la monocultura di caffè nel Sud del Brasile, con relativa deforestazione della Mata Atlantica negli Stati di San Paolo e Rio de Janeiro.

E, alla fine del XIX secolo, sarà la volta della “febbre della gomma”, del caucciù che cresceva spontaneo nella foresta amazzonica, per la cui estrazione vennero sfruttati migliaia di indigeni, i seringueiros. Il caucciù verrà impiegato su larga scala a partire dal 1839, quando l’americano Goodyear introdurrà il processo di vulcanizzazione della gomma. Poi, però, nel 1873, un inglese riuscirà a trafugare alcuni semi della pianta e a trasportarli nelle colonie asiatiche, rendendo la produzione brasiliana sempre meno importante.

Una storia, quella del Brasile, legata quindi alla produzione e all’esportazione di materie prime per l’Europa, dall’inizio della “nostra relazione” ad ora: se in passato il Brasile esportava canna da zucchero e importava zucchero in polvere, oggi, ad esempio, esporta petrolio greggio e importa benzina.

L’immensa terra brasiliana, in mano ai nobili portoghesi fino al 1850 e poi passata ai grandi latifondisti locali, è rimasta per la maggior parte inutilizzata, senza mai conoscere una vera riforma agraria.

Negli ultimi 10 anni, si è affermato progressivamente il modello di sfruttamento agrario detto agrobusiness, quell’alleanza tra latifondo, capitale finanziario e transnazionali che ha conquistato alla sua causa l’intera struttura dello Stato, appropriandosi violentemente di tutti i beni della natura, attraverso l’incremento delle monoculture, specie di soia OGM, e degli allevamenti estensivi e intensivi, determinando deforestazione e espulsione di contadini dalle campagne verso le megalopoli.

La feroce dittatura brasiliana (1963-1983) è stata anche una reazione alle prime lotte del movimento contadino, che rivendicava l’uso delle terre incolte e che, alla fine della dittatura, nel 1984, ha dato vita all’MST (Movimento dei contadini senza terra).

Un cenno merita anche l’enorme immigrazione italiana in Brasile, il cui apice si è verificato tra il 1880 e il 1930. In Brasile, ultimo paese dell’America Latina ad aver abolito la schiavitù nel 1888, gli emigranti poveri italiani sono arrivati quasi in sostituzione dei neri, concentrandosi principalmente negli stati del Sud e del Sudest del Brasile. Oggi i discendenti di immigrati italiani sono intorno ai 30 milioni, pari a circa il 15% della popolazione brasiliana, di cui 5 milioni vivono nella Grande San Paolo, una megalopoli di 21 milioni di abitanti.

Un breve cenno storico sull’Italia: accesso alla terra e produzione agricola

Venendo all’Italia, l’industrializzazione legata al miracolo economico degli anni ’60 ha provocato l’esodo di 10 milioni di contadini dal Sud al Nord, con la Fiat al comando non solo economico, ma anche politico, e Torino diventata un ghetto di immigrati dal Sud del paese.

Mentre la trasformazione dell’agricoltura nel dopoguerra, in particolare nella Pianura Padana, ha comportato una fortissima diminuzione delle colture di grano tenero e un aumento delle monoculture di mais, ad uso mangimi. E, come in tutta l’Europa occidentale, si è registrata anche in Italia una diminuzione della popolazione rurale: dal 40% al 2-3% attuale.

L’Italia è in deficit di sovranità alimentare; importa numerose materie prime agricole, per un totale di 42 miliardi di euro all’anno: quasi tutta la soia (compresa quella OGM dal Brasile), grandi quantità di grano tenero e grano duro (dal Canada, con il glifosato), latte, carne fresca e congelata, pesce, ecc.

In cambio, esporta pasta, salumi, formaggi, vino, più o meno IGP e DOC.

Per quanto esistano importanti nicchie di produzione, vendita diretta e consumo di cibo biologico, è il modello agroindustriale, l’agrobusiness, quello dominante, con conseguente crescita del consumo di cibo spazzatura e pieno di veleni.

La Grande Distribuzione (GDO), in ulteriore espansione con la pandemia grazie alla chiusura dei piccoli mercati di vendita diretta, controlla le aste e i prezzi delle materie prime agricole e quindi l’intero mercato del lavoro agricolo, incluso, indirettamente, il lavoro nero e stagionale, dominato dalle mafie.

Così, mentre il Brasile esporta, anche verso Italia e la UE, materie prime agricole a basso valore aggiunto, con grandi quantità di veleni e di OGM, l’Italia esporta, sì, prodotti alimentari made in Italy, ma nascondendo, con il permesso della legislazione UE, la filiera non italiana, cioè la provenienza delle materie prime utilizzate. Questa ipocrisia del “made in”, garantisce profitti reciproci ai colossi dell’agrobusiness (produttori e trasformatori) che governano il mercato globale del cibo.

Ovunque il modello è quello “estrattivista”

Allo stesso modo non è sostenibile, nei due paesi, quel modello estrattivista, dilagante in tutto il mondo, che consiste nell’accaparramento, da parte di grandi interessi privati, nazionali ed esteri, delle risorse presenti sui territori, a scapito delle comunità locali e dell’ambiente da cui esse dipendono.

Un processo, quindi, che non comprende solo l’industria propriamente estrattiva, quella, cioè, degli idrocarburi e dei metalli preziosi, ma anche le monocolture – di soia, mais, palma, canna da zucchero, eucalipto – che avanzano in maniera inarrestabile a scapito di foreste e di comunità indigene e contadine, come pure le grandi infrastrutture necessarie all’esportazione delle materie prime.

Un fenomeno, quello dell’estrattivismo, il cui impatto sta diventando sempre più grave anche in Italia, depredando il sottosuolo a scapito delle economie locali e della valorizzazione paesaggistica, sacrificando i terreni a vantaggio delle colture intensive, privatizzando i beni comuni (per esempio l’acqua) o costruendo grandi opere inutili che sottraggono risorse sia naturali che economiche all’intera cittadinanza. Cosicché, tra grandi opere, cementificazione, salinizzazione dei suoli (4 metri quadrati ogni secondo, stando all’ultimo rapporto dell’Ispra), inquinamento del suolo, dell’aria e delle falde acquifere, il consumo di territorio strappato alla natura non fa che crescere. La superficie agricola utilizzata è passata da i quasi 18 milioni di ettari degli anni ’60, ai 12,7 attuali, con il risultato che, secondo i dati del Ministero per le Politiche agricole alimentari e forestali, il nostro Paese è in grado oggi di produrre appena l’80-85% del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92% del 1991.

E se non mancano gli esempi di resistenza civile – dalla lotta contro la costruzione di nuovi impianti per estrarre gas naturali in mare (No-Triv) a quella contro il treno ad alta velocità Torino-Lione (NoTAV), da quella contro pesticidi ed erbicidi (a partire dal glifosato), a quella contro gli inceneritori – è evidente che questi non sono ancora sufficienti a imporre un cambiamento profondo delle politiche economiche e sociali.

PARTE I – Il modello Brasile

Il Brasile oggi: fora Bolsonaro!

Possiamo non essere d’accordo con il grido dei movimenti popolari e di buona parte dei brasiliani? L’attuale presidente Jair Bolsonaro riassume tutti i peggiori difetti che può avere un uomo di potere: è fascista, maschilista, razzista, corrotto, prepotente, presuntuoso… lui, suo figlio, i suoi collaboratori.

Ma Bolsonaro non è l’unico responsabile della situazione disastrosa del Brasile, sia dal punto di vista sanitario (non solo in questa fase di emergenza virus), sia dal punto di vista ambientale.

Responsabili della situazione attuale sono anche i governi precedenti, con i loro “modelli di sviluppo”, incuranti della progressiva caduta della solidarietà sociale e del deterioramento del rapporto uomo-natura, hanno favorito sia l’estrattivismo minerario sia la diffusione di un modello agricolo distruttivo della natura. Lula, durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2003, dichiarava che, eletto presidente, per prima cosa avrebbe fatto la riforma agraria. Una promessa immortalata sui manifesti elettorali, nei quali Lula appariva con in testa il berretto rosso dei Senza Terra, che però, secondo il leader del MST Gilmar Mauro, dopo 8 anni di governo non era ancora stata realizzata: “tutto era rimasto come prima, avendo ancora l’1% dei proprietari il controllo del 46% delle terre”.

La deforestazione del Brasile

Accanto alla mancata riforma agraria, altra questione molto spinosa per il paese e non solo è sicuramente la deforestazione e le sue molteplici cause. Due ci sembrano quelle più importanti: la coltura della soia e gli allevamenti di bestiame.

La prima foresta disboscata dai portoghesi, per oltre l’85% della sua superficie originale, è stata la Foresta Atlantica, che si estendeva lungo la costa atlantica, dal Rio Grande do Norte al Rio Grande do Sul. Si è passati dal taglio dell’albero Pernambuco (Pau do Brasil), alla creazione delle piantagioni di canna da zucchero (dagli anni ’70 del Novecento anche per produrre etanolo come carburante) e di caffè. Infine, a partire dagli anni ’60, sono state impiantate le monoculture di eucalipto, una pianta a rapida crescita, che “succhia acqua” e produce “deserto verde”; monoculture iniziate nel Nord del Minas Gerais e nel Sud di Bahia, e poi dilagate a Nord-Est e nel Sud, perfino in zone semiaride. Con il legno dell’eucalipto si produce il carbone utilizzato nelle acciaierie da varie multinazionali, tra cui il colosso mondiale Arcelor Mittal, proprietario anche dell’Ilva di Taranto. Ma il suo legno è usato molto anche per l’estrazione di cellulosa a fibra corta e morbida, migliore, per gli usi igienico-sanitari, di quella da legno duro dei paesi del Nord Europa e Canada (per esempio la betulla). È un materiale che viene importato dalle aziende cartacee di molti paesi, compresa l’Italia. Il Brasile è al 2° posto, dopo gli USA, nella produzione mondiale di pasta carta di origine legnosa.

La deforestazione si è in seguito spostata verso il Cerrado, la savana tropicale brasiliana.

Il Cerrado (in portoghese significa “chiuso, compatto”), copriva in origine 200 milioni di ettari, il 23% della superficie del Brasile e l’85 % del grande altopiano (Planalto) del Brasile centrale.

Il Cerrado comprende gli Stati del Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Goiás, Minas Gerais, Piauí, il Distretto Federal (con la capitale Brasilia), Tocantins e una piccola porzione di altri 10 Stati.

Dopo la Foresta Amazzonica, è il 2° maggior bioma del paese, la savana biologicamente più ricca del mondo secondo il WWF.

Questa zona ospita le tre principali riserve idriche del Brasile: il Rio delle Amazzoni, il Rio Paraná-Paraguay e il Rio São Francisco.

Circa la metà del Cerrado è già stato deforestato: negli ultimi 11 anni sono stati disboscati circa 1,75 milioni di ettari, soprattutto per lasciar spazio alle piantagioni di soia.

Dal 2006 esiste una moratoria volontaria, la Amazon Soy, firmata dalle aziende internazionali di cereali, tra cui Cargill, Bunge e la brasiliana Amaggi, dai produttori di soia e dalle ONG ambientaliste, che vieta la conversione delle foreste amazzoniche in colture di soia, ma questa moratoria non riguarda il Cerrado.

Deforestazione e utilizzo massiccio di acqua per le colture, hanno provocato negli ultimi decenni l’estinzione di alcuni fiumi minori e la riduzione della portata di fiumi maggiori, come il Rio São Francisco.

La città di Brasilia, che si trova nel centro del Cerrado, soffre di siccità e di frequenti razionamenti di acqua corrente, ancor peggiore è la situazione nei villaggi che circondano le aree a maggiore produzione di soia.

Dal 1990 sono stati distrutti circa 25 milioni di ettari di foresta Amazzonica brasiliana. I tassi di deforestazione (fonte PRODES, con monitoraggio satellitare) hanno raggiunto il massimo nel 2003 con 27.772 Km2/anno, per scendere al minimo di 4.571 nel 2012, e risalire a 6.202 nel 2015 e a 9.702 nel giugno 2019.

Quindi c’è stata una grande riduzione durante i due governi Lula (quando Marina Silva, siringueira e allieva di Chico Mendes, era Ministro dell’Ambiente, dal 2003 al 2008) e nei primi due anni del 1° Governo Roussef, per risalire con i Governi Temer e soprattutto con Bolsonaro.

Nell’estate 2019 l’opinione pubblica mondiale è stata scossa dai grandi incendi amazzonici, che hanno distrutto 170 mila ettari di foresta, con un aumento del 223% rispetto all’agosto 2018.

Si deforesta con la tecnica del “taglia e brucia”, per liberare la terra dalla vegetazione e dalle persone che la abitano. Gli alberi sono abbattuti tra luglio e agosto, lasciati lì a perdere umidità e infine bruciati, affinché le ceneri fertilizzino il terreno. Col ritorno della stagione delle piogge nasce nuova vegetazione per il pascolo. Quando i pascoli sono degradati dagli allevamenti estensivi, i terreni sono seminati a OGM, principalmente a soia, e si deforestano altre zone.

Brasile: Il Censimento agricolo del 2017 e le monoculture di soia OGM

È interessante confrontare i dati dei due Censimenti agricoli e degli allevamenti: quello del 2006 e quello del 2017 (https://www.ibge.gov.br/estatisticas/economicas/agricultura-e-pecuaria/21814-2017-censo-agropecuario.html).

Le aziende agricole e di allevamento sono 5.073.324 e occupano un’area di 351.289.816 ettari (il 42% della superficie del Brasile). Di queste, le aziende di agricoltura familiare (secondo la classificazione dell’ultimo censimento agrario brasiliano) sono circa 3.900.000 e si estendono su una superficie di circa 81 milioni di ettari. Le restanti 1.176.000 aziende di “agricultura patronal” (ossia che producono per il mercato nazionale e internazionale e dotate di un’organizzazione di impresa più o meno estesa ma comunque non familiare) occupano più di 270 milioni di ettari. Dunque le aziende agricole familiari – ossia il 77% – occupano il 23% delle terre destinate all’agricoltura e all’allevamento, mentre le aziende di agricoltura “patronal” – 23% – ne sfruttano il 77%.

Il problema della concentrazione della proprietà fondiaria appare con evidenza se si considera che le 2.450 grandi aziende con estensione superiore ai 10 mila ettari (che rappresentano lo 0,05% del totale) possiedono da sole 51.6 milioni di ettari (circa il 15% delle terre coltivate).

L’area coltivata nel 2017 era di 63 milioni di ettari, il 7,6% del territorio del paese, solo un quinto della superficie sfruttata dal settore agropecuario! Nel 2006 erano coltivati 55 milioni di ettari. È la stessa superficie coltivata da Francia e Spagna, che insieme sono però 8 volte più piccole!

Tra il 2006 e il 2017 le colture permanenti (caffè, cacao ecc.), sono scese da 11 a 7 milioni di ettari occupati, cioè del 34%. Le colture stagionali (soia, mais, canna da zucchero, grano, riso, fagioli, ecc.) sono salite da 48 a 55 milioni di ettari occupati, un aumento complessivo del 14%, che nasconde, però, una forte diminuzione (2,6 milioni di ettari, cioè il 21,5%) delle aree di agricoltura familiare.

In tutto il mondo più di un milione di chilometri quadrati di terreni agricoli (100 milioni di ettari) sono coltivati a soia.

Secondo dati Wwf (https://www.worldwildlife.org/industries/soy), USA, Brasile e Argentina producono l’80% della soia nel mondo.

Negli allevamenti intensivi i bovini, animali erbivori, ingurgitano enormi quantità di soia e mais OGM per aumentarne il peso e la resa di carne e latte. Tutto ciò è contro natura, ma questa è ormai la prassi dell’agrobusiness. D’altra parte non è naturale neanche allevare, con soia OGM, “maiali magri” (più proteici).

La nuova era della soia in Brasile è iniziata negli anni 2000 con l’introduzione della soia RoundUp Ready (RR) della Monsanto la cui commercializzazione era già stata autorizzata nell’Unione Europea nel 1996. Si tratta di una varietà di soia transgenica resistente al RoundUp (nome commerciale dell’erbicida, secondo l’OMS potenzialmente cancerogeno, glifosato). La messa a coltura della soia RR segue dunque il modello della “Rivoluzione Verde”: monocoltura, uso intensivo di input agrochimici (glifosato), industrializzazione dell’agricoltura, dipendenza dalle grandi transnazionali e produzione per l’esportazione.

Nel 2003 a Ponta Grossa, in Paranà, la Monsanto ha piantato illegalmente una coltura a semi OGM: subito 150 contadini Senza Terra del MST hanno occupato questa fazenda e hanno distrutto la piantagione. Ma nell’ottobre 2004, una misura provvisoria del governo Lula ha liberalizzato la coltivazione e la commercializzazione della soia OGM: è stato l’inizio di un’epidemia, che è poi dilagata in Brasile.

Le colture di soia occupavano nel 2006 circa 18 milioni di ettari, saliti a oltre 30 milioni nel 2017.

Nel 2017 la produzione e la vendita totale brasiliana di soia è stata di 103 milioni di tonnellate (erano 46 milioni nel 2006), di queste il 90,7% viene prodotto e commercializzato dall’agrobusiness e solo il 9,3% è in mano all’agricoltura familiare.

Leader nella produzione è lo Stato del Mato Grosso, dove si producono quasi 30 milioni di tonnellate all’anno di soia, su una gigantesca superficie a monocoltura di nove milioni di ettari, seguito poi dal Rio Grande do Sul (5,1 milioni di ettari per la produzione di 17 milioni di tonnellate l’anno) e dal Paranà (4,2 milioni di ettari, per 15 milioni di tonnellate l’anno).

La soia ha anche un ruolo politico fondamentale: Blairo Maggi, il re della soia brasiliana, è stato governatore del Mato Grosso e poi Ministro dell’Agricoltura del Governo Temer (occupando, tra il 2016 e la fine del 2018 il posto di Kátia Abreu, una leader dell’agrobusiness, dal 2015 ministra dell’agricoltura nel governo Rousseff). Dopo l’elezione di Bolsonaro, Maggi ha addirittura contestato la politica ambientale del Brasile definendola confusa e potenzialmente lesiva degli interessi dell’agrobusiness brasiliano sul piano del commercio internazionale, in particolare con l’Unione europea.

Il Brasile è ormai diventato il primo produttore di soia al mondo, scavalcando gli Stati Uniti.

La maggior parte della soia brasiliana è esportata: l’80% in Cina e quasi tutto il resto in Europa.

La soia esportata è utilizzata negli allevamenti come mangime, ma in Brasile una parte viene utilizzata anche per produrre biodiesel.

Allevamenti, produzione e export di carne

Molti studi scientifici, tra gli ultimi uno di Lancet del 2019, confermano l’insostenibilità per il pianeta dell’attuale modello di produzione (e consumo) di carne responsabile di una quota rilevante delle emissioni di gas serra, del consumo delle riserve di acqua dolce e delle deforestazioni. Siamo 7,5 miliardi di persone al mondo, figuriamoci cosa potrà avvenire nel 2050, quando, secondo le previsioni dell’Onu, saremo 9 miliardi (11 miliardi nel 2100…).

Il 70% dei terreni rurali del pianeta è utilizzato per il pascolo degli animali.

Nel Censimento agropecuario brasiliano del 2017, i pascoli naturali si estendevano su 47,3 milioni di ettari (-17,9% rispetto al 2006). Quelli piantati occupavano 112 milioni di ettari (+ 9,5% rispetto al 2006). Di questi 85 milioni di ettari appartengono a imprese agropecuarie, solo 26 milioni sono quelli relativi alle aziende di “agricoltura familiare”.

Gli allevamenti più grandi sono nel Mato Grosso con 31 milioni di capi, nel Minas Gerais con 23,8 milioni, in Goias con 23,2 milioni, nel Mato Grosso do Sul con 22,4 milioni, nel Parà con 20,4 milioni, nel Rio Grande do Sul con 13,78 e in Rondonia con 13,76 (dati 2018).

Il Brasile è uno dei principali leader mondiali nella produzione di alimenti di origine animale, il 1° di carne bovina (173 milioni di capi circa), il 3° di carne di pollo (circa 1miliardo 350milioni di capi), il 4° di carne suina (circa 40 milioni di capi) dopo Cina, USA e Canada.

È il primo esportatore di carne bovina (di 2,2 milioni di tonnellate prodotte, il 20% della produzione mondiale, la maggior parte va a finire in Cina); il secondo è l’India (le vacche sono sacre, difatti la carne esportata è quella di bufalo!).

Il Brasile è anche il maggior esportatore mondiale di carne di pollo, tramite i due campioni nazionali, JBS e BRF. La JBS, con sede a San Paolo, è la più grande multinazionale del mondo di lavorazione della carne, produce carne di manzo, pollo e maiale. L’azienda si è molto sviluppata tra il 2007 e il 2013, con il forte appoggio dei governi e della BNDES (la Banca governativa per lo Sviluppo); ha 150 stabilimenti industriali in tutto il mondo, 35 in Brasile, dove si macellano 80 mila bovini al giorno. Ha importanti sedi in Usa, Canada e Australia, ed è largamente controllata, attraverso quote di debito, dai gruppi finanziari creditori: la JP Morgan (Usa), la Barclays (GB) e le finanziarie della Volkswagen e Daimler (Germania). Dal 2015 JBS è anche proprietaria di Rigamonti, lo storico marchio della bresaola valtellinese, che utilizza la carne degli Zebù amazzonici, come quasi tutta la bresaola made in Italy.

Contro JBS sono state formulate un mare di accuse: deforestazione illegale in Amazzonia, controlli fasulli sulla qualità della carne, schiavismo, corruzione, frode nell’ottenimento di finanziamenti bancari, insider trading in operazioni borsistiche.

Il famoso quotidiano inglese Guardian l’ha accusata di aver esportato nel 2017 milioni di polli infetti da salmonella nell’Ue (Italia compresa).

Correlazioni tra consumo di carne e incidenza delle malattie cronico-degenerative

È noto che un minor consumo di carne e di latticini, rispetto agli standard europei e nordamericani, metterebbe un freno alla diffusione di obesità, diabete di tipo 2 e di malattie cardiovascolari nel mondo.

In Brasile, il 54% della popolazione è in sovrappeso, il 57% degli uomini e il 51% delle donne.

Negli USA si consumano in media 115 Kg di carne pro-capite all’anno, in UE i chili sono 90, ma anche nel Sud America non si scherza, in Brasile si arriva a 97,5 Kg e in Argentina a 107,5 Kg (fonte FAO).

L’attuale uso negli allevamenti di massicce dosi di antibiotici (il 73% della produzione mondiale di antibiotici) ha già provocato l’aumento di batteri antibioticoresistenti, con serie ripercussioni anche sulla salute dell’uomo. In Brasile e nella UE, gli antibiotici come promotori di crescita sarebbero proibiti, ma la rivista Science ha affermato che il Brasile nel 2013 era terzo nella classifica di utilizzo, dopo USA e Cina. Secondo il Censimento agropecuario del 2017, l’1,7% delle spese per la produzione sostenute dalle imprese agropecuarie brasiliane è destinato ai medicinali veterinari, il 9,9% all’acquisto di pesticidi (32 miliardi di reais all’anno). Gli erbicidi glifosato e acido 2,4-diclorofenossiacetico (noto come 2,4-D, uno dei componenti del famigerato “agente arancio”, il defoliante usato durante la guerra del Vietnam dall’esercito USA) sono i prodotti più venduti, entrambi potenziali cancerogeni.

700 milioni di litri all’anno di pesticidi sono utilizzati nei 50 milioni di ettari di colture OGM.

Negli ultimi 15 mesi il governo Bolsonaro ha autorizzato altri 604 pesticidi, in parte proibiti in Ue.

Megalopoli e Campagne

Secondo i dati del Censimento 2017, la popolazione brasiliana è di 208 milioni di persone, con un aumento di circa 20 milioni rispetto al 2006. Nel 2017 la popolazione rurale ammontava a 28,6 milioni di persone (il 13,8% del totale), con una diminuzione di 3,2 milioni rispetto al 2006.

I lavoratori agricoli nel 2017 erano 15,1 milioni, 1,4 milioni in meno rispetto al 2006 (-8,8%), i lavoratori impegnati nell’agricoltura familiare sono scesi di 2,2 milioni, passando da 12,3 a 10,1 milioni (-18%). Tra questi 441.000 hanno un’età inferiore ai 14 anni, 6,8 milioni sono maschi, 3,3 milioni donne. Questo calo si è verificato prevalentemente nel Nord-Est, -1,6 milioni (- 26%) e nel Sud, -600 mila (-28%.) Queste variazioni sono determinate dalla crescente meccanizzazione e dall’utilizzo di trattori, anche giganteschi (da 820 mila a 1,2 milioni, 800 mila nel Sud e Sud-Est), ma anche dalla mancata Riforma Agraria in un Paese con una grande quantità di terra ancora disponibile, con la conseguente espulsione dalle terre dei contadini verso le megalopoli.

Per contro, con l’espansione dell’agrobusiness – specialmente nella regione amazzonica – è sensibilmente aumentato il numero dei lavoratori di queste aziende (+700 mila unità) con un incremento del 64,5% nel Nord del paese e 32,1% nel Centro-Ovest.

Il Brasile ha una storia enorme di migrazioni interne: la città di San Paolo nel 1850 aveva 60 mila abitanti, 2 milioni nel 1950, oggi ne ha 12 milioni, e 22 milioni vivono nella Grande San Paolo. Gli abitanti della Grande Rio de Janeiro sono 10 milioni, 7 milioni in città e oltre 3 milioni nella Baixada Fluminense, con le sue 736 favelas in cui vivono 1,4 milioni di persone (dal censimento del 2010).

Si stima che nelle 6.329 favelas brasiliane, situate a ridosso delle principali città (Rio de Janeiro, San Paolo, Belem, Salvador Bahia ecc) vivono 13,5 milioni di poveri, con un reddito di 145 reais al mese (24 euro) e sotto il controllo di bande mafiose e della polizia.

Come ha affermato Waldemar Boff, se i Sem Terra non hanno la terra, gli abitanti delle favelas sono solo “sem”: non solamente non hanno la terra, “non hanno nulla”.

Nel 2008 è avvenuto un fatto epocale, la popolazione urbana del pianeta ha superato quella rurale.Questo fatto si è verificato molto prima in Brasile, ma il Movimento Senza Terra non si rassegna e continua a organizzare i “senza” nelle lotte per la riforma agraria popolare.

Pochi giorni fa, in un’analisi sulla pandemia da coronavirus, Bárbara Loureiro e Luiz Zarref hanno scritto magistralmente sul sito del MST:

“Il massiccio avvelenamento della natura stimola la selezione naturale, facendo emergere varietà sempre più resistenti di vegetali, virus e batteri. Questa pandemia è profondamente associata alla rottura ecologica prodotta dal sistema capitalista, intensificatasi negli ultimi decenni. I 3 fenomeni di questa intensificazione sono:

1) La produzione industriale su larga scala di animali confinati (fabbriche proteiche);

2) l’aumento delle monocolture per la produzione di mangimi, con pesticidi e altri input associati;

3) la crescita urbana incontrollata e del tutto irregolare e la sua base alimentare dannosa”.

Nel loro articolo si chiedevano poi come poter cambiare questa marcia dell’umanità verso la malattia e la morte, rispondendo in questo modo: “per invertire la dinamica delle fratture ecologiche, che concentra milioni e milioni di persone in malsani agglomerati urbani, è necessaria la difesa dei territori contadini e indigeni, una riforma agraria popolare agroecologica e la cura dei beni comuni”.

Nelle città, soprattutto nelle periferie, la disuguaglianza sociale, l’abbandono da parte del potere pubblico e la migrazione delle famiglie contadine espulse dalle campagne hanno creato ambienti insalubri, che fanno ammalare le persone sia fisicamente che mentalmente.

La concentrazione di terre, dunque, deve essere superata da una massiccia ridistribuzione che consenta alla popolazione brasiliana una vita degna e di praticare un’agricoltura sostenibile che produca alimenti sani.

Dobbiamo piantare alberi, perché questo significa ripensare la relazione uomo-natura, aumentando la capacità di recupero di fronte a nuove pandemie. Ricordiamo il grande Eduardo Galeano, quando rimproverava Dio per aver dimenticato di dare a Mosè l’undicesimo Comandamento: “Amerai la Natura, di cui fai parte, come te stesso”.

PARTE II – Il modello Italia e la Pianura Padano-veneta

Riforma agraria, emigrazione e meccanizzazione dell’agricoltura

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si riaccesero in Italia le lotte contadine per una riforma agraria; questa venne finalmente approvata dal governo democristiano (appoggiato anche dalla destra liberale) solo nel 1950, ma interessò quasi esclusivamente le regioni meridionali; ebbe dimensioni ridotte attraverso una distribuzione di terre a famiglie contadine in piccoli lotti.

Questo non poté quindi arginare il massiccio esodo dei contadini meridionali che, tra gli anni ’50 e ’60, dapprima migrarono oltreoceano (Venezuela, Australia, Canada), poi verso le fabbriche tedesche e francesi, infine con il “boom economico” italiano verso le regioni del “triangolo industriale” del nord-Italia (Genova-Milano-Torino).

Tra il 1950 e il 1970 si sviluppò il processo di meccanizzazione a partire dalle aree ad agricoltura irrigua della Pianura Padano-veneta; in Italia si potenziò l’industria chimica di Stato (ENI) e la diffusione di fertilizzanti e pesticidi.

Questo processo portò al raddoppio della produzione agricola, ma anche al progressivo abbandono dell’agricoltura di montagna e quindi della cura del territorio su Alpi ed Appennini.

Le massicce industrializzazione ed urbanizzazione delle regioni del Nord tra gli anni ’60 ed ’80 interessò anche l’Emilia ed il Triveneto, e portò ad una forte riduzione delle superfici coltivabili. Anche le giovani generazioni del Nord lasciarono la terra per lavorare nei settori industriale e terziario in forte crescita.

La riduzione della piccola proprietà contadina e della manodopera bracciantile ha visto i lavoratori della terra passare da 8,6 milioni del 1950, a 3,7 del 1970, a 1,12 milioni nel 2019, di cui 375 mila dipendenti. Nel 2017 poco meno di 150 mila erano stranieri, di cui circa un terzo di provenienza UE (dati ISTAT).

Tra il 1970 e il 2003 il valore della produzione agricola è cresciuto da € 3 a 33 miliardi, arrivando nel 2019 a € 46,740 miliardi (fonte ISTAT).

Le superfici coltivate a cereali: le monocolture

In Italia le monocolture hanno trasformato in gran parte il paesaggio: in tutta la Pianura Padano-veneta, il territorio è dominato, grazie ancora agli incentivi della Politica Agricola Comunitaria (PAC) dell’UE, dalle monocolture, in particolare di mais. Per queste coltivazioni intensive sono necessarie notevoli quantità di acqua, ma anche erbicidi, pesticidi e fertilizzanti.

Ciò nonostante in Italia si devono importare notevoli quantità di cereali e quasi tutta la soia necessaria, per la maggior parte OGM, per sostenere gli allevamenti intensivi del Nord.

Mais e soia OGM arrivano in gran parte dalle sterminate e inquinatissime piantagioni brasiliane, argentine e nord-americane.

I grandi allevamenti industriali al Nord

Sono le regioni del Nord che vedono una maggiore presenza di allevamenti bovini, suini e avicoli. Il numero di bovini e bufalini allevati supera i 6 milioni di capi a livello nazionale: nelle regioni del Nord superano i 4 milioni (circa 2,4 milioni nel Nord-ovest e 1,6 milioni nel Nord-est).

Gli allevamenti industriali di grandi dimensioni di suini (5,5 milioni di capi) sono concentrati in particolare tra Lombardia ed Emilia (province di Brescia, Cremona, Parma, Modena e Reggio Emilia), e nel Nord-est (quasi 2 milioni di capi).

Gli allevamenti industriali avicoli sono presenti prevalentemente nel Nord-est, dove vengono allevati oltre 100 milioni di avicoli, a fronte di un totale nazionale di oltre 186 milioni.

Le emissioni di gas serra dal settore agricolo sono il 7% del totale; il 10% sono causate dall’uso dei fertilizzanti sintetici, quasi l’80% deriva dagli allevamenti: bovini (circa il 70%), suini (più del 10%). Per gli allevamenti, la maggior parte deriva dalla fermentazione enterica e dalla gestione delle deiezioni (stoccaggio e spandimento).

Gli allevamenti intensivi sono responsabili in Lombardia della produzione di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca. Questa corrisponde mediamente “a un terzo delle polveri sottili rilevabili nella regione, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta”, solfato e nitrato di ammonio arrivano anche a superare il 50% della massa totale di PM10 e PM2.5. Infatti la nocività dell’aria dipende solo in parte delle emissioni dirette; sono i processi chimici che, oltre ad ossidi di azoto e di zolfo coinvolgono l’ammoniaca (NH3), che producono polveri sottili, combinandosi nell’atmosfera con altre sostanze presenti (da dossier di Greenpeace sulla base di dati ISPRA).

Per quanto riguarda il PM10, in Italia le emissioni sono scese dalle 231chilo tonnellate anno (kt/a) del 2010 alle 196 kt/a del 2017; quelle di origine agricola nel 2010 ammontavano a 23,33 kt/a e sono mantenute stabili: nel 2017 erano 23 kt/a, un valore superiore a quello delle emissioni da combustibili stradali scese a 21,9 (2017).

Quindi, mentre le emissioni totali sono calate del 6,7% (2010/2017), l’incidenza di quelle agricole sul totale è aumentata dal 10% del 2010 all’11,7% del 2017 (dati Annuario 2019 ISPRA).

Associazione tra decessi prematuri e inquinamento atmosferico

Il rapporto annuale (dati 2015) dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), indica in 422.000 le morti premature ogni anno per inquinamento atmosferico in Europa; l’Italia è uno dei paesi col peggior rapporto decessi/popolazione con 60.600 morti, sui 647 mila morti nel paese nell’anno 2019 (dati ISTAT).

Il progetto Valutazione Integrata dell’Impatto dell’Inquinamento atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute (VIIAS), finanziato dal Ministero della Salute, ha stimato il numero di decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico in Italia e ha quantificato i mesi di vita persi nell’anno di riferimento (2005) a causa dell’inquinamento da PM 2,5 (le polveri di dimensione inferiore a 2.5 microgrammi al metro cubo – µm3). Gli inquinanti studiati – il particolato atmosferico, soprattutto la sua frazione fine, PM 2,5, biossido di azoto (NO2) e ozono (O3) – vengono associati all’aumento dell’incidenza delle malattie respiratorie, all’aggravamento delle patologie croniche cardio-respiratorie, all’aumento dei casi di tumore polmonare, della mortalità e riduzione della speranza di vita.

Nello specifico sono stati stimati 19.945 decessi per patologie cardiovascolari, 3.197 per malattie dell’apparato respiratorio e 2.938 per tumore polmonare.

Al Nord si muore di più che nel resto d’Italia a causa del particolato fine, sia per patologie cardiovascolari (oltre 12.600 casi) sia per malattie dell’apparato respiratorio (2.112 casi) e per tumore ai polmoni (1.935 casi). Inoltre, sono stimati 12.400 nuovi casi di coronaropatie (infarto e angina grave) attribuibili ad esposizione a PM 2,5.

La normativa italiana prevede che i limiti quotidiani di emissione di inquinanti non possano essere superati per più di 35 giorni all’anno per il Pm10 e per più di 25 giorni per l’ozono. Nel 2018 questi limiti sono stati superati in 55 capoluoghi di provincia, in 24 di questi per entrambi i parametri.

Brescia per 150 giorni (47 per Pm10 e 103 per ozono), Lodi per 149 (78 per Pm10 e 71 per ozono), Monza e Cremona per 127 e Rovigo per 121. Tutte le città capoluogo di provincia dell’area padana (ad eccezione di Cuneo, Novara, Verbania e Belluno) hanno superato almeno uno dei due limiti.

Al 31 marzo 2019, 16 città capoluogo della Pianura Padano-veneta avevano già superato il limite annuale consentito dei livelli di Pm10: Torino (52); Rovigo (50); Verona (49); Cremona (48), Milano (48), Vicenza (47), Padova (45), Venezia (45), Pavia (44), Alessandria (43), Treviso (43), Ferrara (41), Mantova (41), Asti (39), Brescia (37), Lodi (37) (da rapporto Mal’aria di Legambiente su dati delle ARPA Regionali).

Associazione tra inquinamento dell’aria (PM2,5) e aumento di epidemie Covid

Uno studio dell’Harvard Data Science (USA) ha dimostrato che anche solo un piccolo aumento (1 µm3) nell’esposizione a lungo termine all’inquinamento da PM2.5 porta a un grande aumento (15%) del tasso di mortalità da Covid-19 (con dati che coprono il 98% della popolazione USA).

Queste particelle si sviluppano da impianti industriali, inceneritori, ma anche da allevamenti intensivi, a seconda dei macchinari usati, e da autoveicoli.

La compresenza di patologie, derivanti da esposizione al PM2,5, peggiora gli effetti del coronavirus.

Questa associazione testimonia una relazione precisa: ovvero un’interazione molto importante tra l’infiammazione sofferta, da chi è esposto a lungo alle polveri sottili, e il virus.

Infatti soprattutto le polveri PM 2.5 finiscono in profondità nei polmoni, provocando reazioni infiammatorie e possono entrare nel torrente circolatorio causando malattie cardiovascolari. Anche i dati delle ospedalizzazioni, provenienti dal nord Italia e dalla Cina, confermano questa associazione.

Un rapporto del Dipartimento di epidemiologia di Regione Lazio, su “Mortalità giornaliera ed analisi della mortalità cumulativa nelle città italiane in relazione all’epidemia di Covid-19”, ha evidenziato che, tra marzo ed aprile 2020, la mortalità, rispetto al quinquennio precedente, nelle città del Nord (Brescia 188%, Milano 105%), è aumentata del 72%, mentre nelle città del Centro-Sud solo del 9%.

De-industrializzazione, gentrificazione e “monocolture della ripresa”: il caso di Milano

Al principio degli anni Sessanta Milano era l’unica delle grandi città italiane a detenere una struttura industriale articolata in diversi settori produttivi. Quasi la metà dei residenti attivi erano operai (484.000) e si verificava anche un forte pendolarismo in entrata. Nei primi anni Settanta la popolazione residente è salita a 1.740.000 unità (censimento 1951: 1.274.000). Ma gli operai che risiedevano in città diminuivano del 17%, pur rappresentando il 41% del totale; dagli anni Settanta fino al 2001, la popolazione residente si è ridotta, perdendo ben 560.000 unità. I ceti popolari sono stati via via espulsi per garantire la crescita degli spazi per il settore terziario, ben più remunerativi. Solo l’aumento degli immigrati ha compensato questa emorragia (2015 – stranieri “regolari” 254.522 su 1.345.851 di residenti); questi sono andati a riempire gli stabili degradati e periferici, anche di edilizia pubblica. Molti milanesi, lasciata la “costosa città” per i comuni della cintura metropolitana, si sono uniti alla massa di pendolari che si stima porti a due milioni la popolazione quotidianamente presente. Questa gentrificazione della città è avvenuta senza soluzione di continuità nell’alternarsi delle diverse maggioranze politiche, privilegiando la rendita immobiliare a scapito della vivibilità della città.

Nell’ultimo decennio, prima della paralisi odierna a seguito dell’epidemia Covid19, l’economia milanese, ormai depurata da impianti industriali di ogni dimensione, si è caratterizzata nello sviluppo di alcune particolari “monocolture”: manifestazioni espositive (design e mobile), moda, turismo e servizi. La forte crescita del turismo si è manifestata soprattutto con Expo 2015, come annunciato da Giuseppe Sala (amministratore bipartisan di Expo2015 spa e oggi sindaco della città).

Questa manifestazione era sorta sotto la nobile insegna della lotta alla fame del mondo, ma in realtà è stata costruita come una vetrina per le multinazionali del cibo industriale, in gran parte cibo spazzaturaipercalorico e contaminato da pesticidi. A questa mistificazione hanno preso parte anche le imprese della grande distribuzione organizzata (GDO), quelle che vendono i prodotti dei grandi marchi senza fornire informazioni sulla filiera, quelle che impongono prezzi insostenibili ai fornitori/produttori.

Le manifestazioni espositive e il turismo hanno generato profitti e posti di lavoro (un lavoro prevalentemente precario e scarsamente qualificato). Si trattava però, di una crescita priva di elementi di sostenibilità e di visione del futuro: la fase espansiva si è bruscamente interrotta a causa degli effetti della pandemia e nel breve periodo non si prevede alcuna ripresa.

L’ultimo decennio ha registrato anche un importante sviluppo immobiliare in alcune zone della città, anche questo in controtendenza con la crisi dilagante dopo il 2008. Sono state realizzate alcune impattanti e redditizie trasformazioni urbanistiche in aeree centrali (o semicentrali), che hanno visto noti fondi finanziari esteri, banche ed imprese investire nella costruzione di nuovi palazzi e grattacieli, che hanno mutato anche l’aspetto della città. In tale contesto si registra la presenza di 126 sedi direzionali; a queste vanno a sommarsi altre centinaia di piccole sedi direzionali di imprese, con sedi centrali allocate altrove ma comunque bisognose di una rappresentanza in città; e questo per un totale di circa 100.000 occupati.

Ma questo sviluppo esemplare rivela aspetti fortementeambigui: da una parte molto lavoro precario e sottopagato (per cui si attinge nel vasto bacino dei migranti, anche di II generazione), dall’altro una quota importante di lavoro impiegatizio certo più stabile, ma gestito anche con contratti a termine e quindi precari.

Inoltre anche per Milano lo sviluppo del turismo fai da te spesso è autogestito attraverso le piattaforme web; come in altre città turistiche, questo ha provocato una diminuzione delle case in affitto, con aumento dei costi per le locazioni stabili anche per i numerosi studenti fuori sede. Questo fenomeno è aggravato dall’assenza di seri interventi di edilizia residenziale pubblica, per la manutenzione dell’esistente e per il “riuso sociale” delle aree industriali dismesse.

Infatti il dato degli alloggi di proprietà nelle città grandi è molto inferiore a quello generale (a Milano, circa il 60 %, secondo l’Agenzia delle Entrate).

PARTE III – Nutrire le città: l’agricoltura in Italia e le esperienze neocontadine

Anche prima che prendessimo atto della devastante realtà cui ci ha messo di fronte il Covid-19, non era difficile osservare nei nostri territori la fragilità della presenza umana che però, allo stesso tempo, sempre di più sta compromettendo gli ecosistemi naturali su scala globale.

Basterebbe pensare, ad esempio, a come sia profondamente cambiata, nel breve periodo, la nostra distribuzione sul territorio.

In Italia fino al 1800 quasi il 90% della popolazione viveva in centri abitati sotto i 5.000 abitanti e non più del 3% in centri sopra i 15.000 abitanti. Dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, la popolazione urbana è salita dal 17% al 57% e è arrivata al 70% nel 2000. Oggi siamo al 75%. Questo significa che in tempi relativamente brevi la nostra distribuzione sul territorio si è radicalmente modificata.

Abbiamo abbandonato i territori rurali, in special modo quelli montani e marginali, e ci siamo ammassati nelle città. Siamo diventati un popolo che vive in città. Quindi urbanizzati e completamente separati dalla vita rurale e dal rapporto diretto con la produzione del nostro cibo. In poche generazioni si è completamente persa la capacità manuale ed esperienziale di produrre o anche solo conoscere chi produce il proprio cibo e quindi di poter soddisfare i nostri bisogni primari.

Dobbiamo essere nutriti, allevati, da un sistema che produce e distribuisce in maniera industriale il cibo per noi.

Questi cambiamenti, cosi radicali, sono il frutto di un sistema economico perverso, basato sul mito di una crescita senza fine e sulla mercificazione di tutto l’esistente.

Vediamo la natura come qualcosa di esterno a noi, qualcosa che possiamo dominare totalmente e spremere fino al midollo per sostenere un’economia globalizzata, neoliberista e asservita al capitalismo finanziario.

La catena della produzione e distribuzione industriale del cibo (oltre agli enormi problemi sociali e di salute che sta generando) è responsabile delle grandi crisi ambientali che sono drammaticamente in corso: l’estinzione di massa di molte specie viventi (vegetali e animali), il degrado dei terreni, la crisi idrica e la crisi climatica con il riscaldamento globale.

L’erosione genetica e la perdita della biodiversità sono conseguenze delle colture industriali che necessitano del supporto della chimica e delle energie fossili, coltivando sempre meno specie fino all’estrema semplificazione: la monocoltura.

L’agricoltura chimica e petrolifera, come tutti i processi industriali, rifiuta la complessità e la diversità che percepisce come inefficienze e si rifugia in tentativi di omologazione e semplificazione stabilendo dei protocolli, ad esempio quanto azoto, fosforo e potassio una pianta debba ricevere per crescere e produrre, o quante unità foraggere un animale debba ingurgitare. La natura – su cui l’agricoltura agisce – è concepita come una macchina e non come un organismo vivente.

L’uso sfrenato della chimica per la produzione di fertilizzanti e di pesticidi e la meccanizzazione sempre più esasperata (macchine più grandi, più produttive, più pesanti, più costose, più bisognose di energia per muoversi) stanno provocando fenomeni di salinizzazione dei suoli, perdita di sostanza organica (desertificazione) e gravi contaminazioni.

Negli ultimi cinquant’anni si è verificata una forte riduzione della disponibilità, dell’accesso e della qualità dell’acqua. Il settore agricolo consuma il 75% dell’acqua dolce prelevata a livello globale. Inoltre, l’uso di fertilizzanti e fitofarmaci ha avuto impatti negativi sulle risorse idriche in tutto il mondo.

La produzione e la distribuzione industriale del cibo si basa sulla delocalizzazione delle produzioni e contribuisce pertanto all’emissione di oltre il 50% dei gas serra climalteranti (oltre il 60% secondo l’ETC group di Silvia Ribeiro). Insomma la nostra concentrazione in agglomerati urbani è fonte di innumerevoli problemi, tra i quali l’emissione di gas serra climalteranti.

Nutrire le città comporta anche la necessità di predisporre una struttura organizzativa per la distribuzione del cibo, la GDO (grande distribuzione organizzata).

Questa struttura si manifesta nelle aree urbane e periurbane attraverso la presenza di una grande quantità di supermercati, centri commerciali, dove i cittadini si recano regolarmente per approvvigionarsi del cibo e del necessario alla loro vita.

Spesso il necessario non è per niente necessario e il cibo è vera e propria spazzatura, fatto con materie prime di provenienza ignota.

Le catene dei supermercati che sono parte integrante della GDO, negli ultimi decenni, hanno stravolto l’assetto dell’agricoltura nel nostro paese: puntano ad uniformare in efficienza, conformità e aspetto le varie produzioni agricole. Inoltre richiedono alle aziende anche tutta una serie di altre qualità nei loro prodotti che sono funzionali solo alle loro esigenze come la resistenza alla manipolazione e al trasporto, la durata nelle celle frigorifere, la facilità di confezionamento, ecc.

Poco importa se le specie e le varietà impiegate sono meno resistenti alle malattie e/o meno adattabili alle condizioni climatiche e pedologiche dei singoli territori dove vengono coltivate.

Le enormi aziende della GDO hanno un potere contrattuale spropositato nei confronti delle aziende agricole e pretendono da loro che si adeguino ad una serie di requisiti, di presunta qualità e sicurezza. Solo una minima parte dei produttori è in grado però di soddisfare queste richieste. Chi non dispone di risorse e capitali sufficienti per adeguarsi alle pretese, sempre più stringenti, della GDO viene emarginato dal mercato e messo in crisi e costretto alla chiusura.

La GDO ha anche costretto l’attività agricola alla specializzazione e ha messo così i produttori nella condizione di trovarsi con grandi produzioni deperibili e quindi con l’estrema necessità di vendere queste stesse produzioni a chi è in grado di smaltirle rapidamente. I produttori sono l’anello debole della catena e ne hanno fatto e ne fanno le spese.

È sicuramente anche per questi motivi che le aziende agricole in Italia, che all’inizio degli anni ’80 erano circa 3 milioni, sono calate, negli ultimi dati risalenti al 2014, a 1,4 milioni: sono spariti 1,6 milioni di attività.

Un altro problema è legato al fatto che il valore aggiunto della trasformazione dei prodotti agricoli primari per la loro conservazione, negli ultimi decenni, è stato completamente strappato dalle mani dei produttori per consegnarlo all’industria. Si è utilizzata, a questo scopo, oltre che la novella della presunta efficienza dei grandi impianti centralizzati, la leva della sicurezza e della salubrità alimentare.

Il processo in corso in Italia favorisce quindi l’accorpamento fondiario, la riduzione drastica del lavoro familiare e l’aumento costante dei lavoratori impiegati come salariati.

A questa situazione di tipo economico se ne è sovrapposta un’altra, quella del lavoro temporaneo e dell’utilizzo di manodopera migrante.

Problematiche di vario genere (ricerca di condizioni di vita migliori, fuga da guerre o da devastazioni ambientali dovute a interventi infrastrutturali o al cambiamento climatico) caratteristiche dell’est Europa e dell’area mediterranea e africana, hanno prodotto migrazioni di centinaia di migliaia di lavoratori verso l’Europa occidentale.

Tutti questi nuovi lavoratori, generalmente fragili dal punto di vista contrattuale, stanno soddisfacendo le richieste che provengono da parte dell’agricoltura conformata alla GDO. Quell’agricoltura che, stritolata dai prezzi imposti dalle catene dei supermercati, ha estremo bisogno di ridurre i costi e che, non può farlo operando tagli sulle materie prime e sulle attrezzature, ha trovato la soluzione nell’abbassamento del costo della manodopera. I lavoratori stranieri salariati in agricoltura ormai raggiungono un terzo del totale dei lavoratori dipendenti, lavorano spesso senza contratto e in condizioni di sfruttamento.

Le politiche xenofobe e il populismo di alcune forze politiche italiane, e il bisogno di sicurezza costruito ad arte dai mezzi di informazione, impediscono a molti migranti di ottenere un permesso di soggiorno. Queste scelte hanno favorito la crescita di attività economiche gestite dalle mafie, che storicamente organizzano il lavoro “in nero” in agricoltura col sistema del “caporalato”, riducendo in condizioni di schiavitù persone costrette a vivere in insediamenti di baracche, i famigerati “ghetti” diffusi nelle campagne italiane, sia al sud che al nord.

Per esempio, nel ragusano, in Sicilia, schiavi ragazzini dormono in stalle cadenti accanto alle serre dove all’alba vanno a coltivare primizie: sono minorenni invisibili, non censiti. Le donne, sole, rischiano lo stupro ogni notte. Nei campi dell’Agro Pontino, nel Lazio, i sikh vengono imbottiti di metanfetamine per spaccarsi la schiena 15 ore al giorno sotto un caporale indiano come loro, agli ordini di un padrone locale. In Piemonte, a Saluzzo, si sgobba in nero (le ore di lavoro, non pagate, sono molte più di quelle del contratto) e vi era nato un ghetto per migranti subsahariani, ora rimpiazzato da un «dormitorio per stagionali», protetto – tra molte polemiche – dal filo spinato, per «ragioni di sicurezza».

In questo periodo, a causa delle norme internazionali per il contenimento della pandemia, i ghetti di migranti, regolari o irregolari che siano, sono stati sigillati e si impedisce loro di uscire per recarsi al lavoro. Essendo poi anche chiuse le frontiere, i lavoratori agricoli che abitualmente vengono in Italia o in Europa per le raccolte stagionali non possono arrivare. È apparso chiaro in questi giorni che, per produrre il nostro cibo, abbiamo bisogno di importare schiavi. La pandemia ha svelato definitivamente l’ipocrisia – taciuta e accettata da produttori, consumatori e autorità pubbliche – su cui si regge il sistema di produzione agricola: senza il lavoro schiavo non riusciremmo a riempire i luccicanti scaffali dei supermercati.

Questo sistema di produzione, gestito dalla GDO, dispone di mezzi economici sufficienti per investire nella ricerca scientifica (ormai la scienza serve soprattutto a “giustificare” scelte politiche), nell’informazione e nella pubblicità ed è in grado di riempire, oltre allo stomaco, anche il cervello del consumatore urbano, può permettersi di decidere cosa è sano, sicuro e giusto mangiare.

A livello europeo esiste poi un sistema di incentivazione economica, (la politica agricola comunitaria, la PAC), mosso a parole da nobili scopi e fondato più di 60 anni fa, che ha distribuito montagne di denaro, producendo misure distruttive dei sistemi agricoli tradizionali, senza risolvere i problemi che erano l’oggetto della sua istituzione: fornire cibo sano per tutti, proteggere l’ambiente, ecc.

Nella realtà la PAC ha contribuito pesantemente a costruire un sistema agroalimentare insostenibile, ad esclusivo vantaggio di un numero esiguo di speculatori finanziari e gruppi monopolistici nazionali e transnazionali.

La PAC distribuisce incentivi monetari solo “formalmente” all’agricoltura (sottraendo parte del reddito ai lavoratori di tutta Europa), ma nella sostanza questi finiscono nelle casse dell’industria chimica, meccanica, estrattiva, energetica e della finanza, rendendo la produzione degli alimenti drogata nella regolazione dei prezzi dei suoi prodotti e le aziende sempre più indebitate.

Anche nel modo di ripartire i contributi, la PAC rivela la sua vera natura. Questi fondi sono destinati al sostegno del reddito in base alle superfici coltivate. Per questo motivo, in Italia, circa un milione di aziende agricole hanno ricevuto (dati medi fino al 2014) un terzo dei finanziamenti erogati (3,9 miliardi di euro), mentre le 1.400 aziende più grandi si sono divise i restanti due terzi della somma.

Altri fondi previsti nello stanziamento totale della PAC, pagati cioè dall’UE all’Italia, sono ugualmente ripartiti in modo tutt’altro che equo: finiscono nelle mani di poche grandi strutture produttive e ad esclusivo beneficio di alcune regioni d’Italia dove l’agroindustria è più presente.

Tuttavia, anche nella ricca e industrializzata Italia, che partecipa agli incontri fra le maggiori potenze economiche del pianeta, esistono dei movimenti di “resistenza contadina”. Questi movimenti guardano all’agricoltura contadina agroecologica come la più importante, se non l’unica, soluzione ai molteplici problemi che ci affliggono.

Tutti questi movimenti, più o meno radicali, mettono al centro la questione contadina in una ottica di neocontadinità e aspirano ad una transizione ecologica del nostro mondo. L’arresto all’espansione degli agglomerati urbani, il loro ridimensionamento, la ricostruzione delle comunità rurali sono passaggi inevitabili, secondo questi movimenti, se vogliamo avere un futuro degno di essere vissuto.

I contadini sono gli “indigeni” colonizzati e sterminati d’Europa. I movimenti di resistenza contadina in Italia ed in Europa sono consapevoli del fatto che le lotte per le problematiche ambientali, politiche, economiche e sociali non possono essere condotte solo entro i confini delle varie nazioni, ma devono essere portate avanti e coordinarsi in uno scenario globale, così come globali sono l’estrattivismo neoliberista e il capitalismo finanziario.

Tirarci fuori dal sistema della mercificazione del cibo e ricostruire legami comunitari basati sulla cooperazione e sul mutualismo è possibile solo se si ha accesso alla terra, all’acqua e all’aria pulite senza limiti e imposizioni. La terra, l’acqua e l’aria sono beni comuni e abbiamo il diritto di disporne e il dovere di riconsegnarle alle generazioni future migliori di come le abbiamo ricevute.

Dobbiamo dunque lottare per una riforma agraria ecologica mondiale come passo necessario per una reale conversione ecologica globale.

Tutte le questioni ambientali sollevate da un ecologismo che non abbia come obbiettivo il cambiamento radicale del nostro modo di appropriarci delle risorse necessarie alla nostra vita (fra le quali il cibo) in chiave agroecologica è vuoto, utile solo a riciclare lo stesso sistema in chiave green. Perché solo l’agroecologia è dottrina di sintesi tra concezioni agronomiche,ecologiche, politiche, economiche e sociali. Non può esistere un cibo sano per noi e per l’ambiente se non è sostenuto da una economia giusta e da una società equa e solidale.

Conclusioni

È uno degli slogan più ripetuti dai movimenti popolari, da quando il Covid-19 ha messo in ginocchio l’intero pianeta: “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”. Quella “normalità” fatta di disuguaglianze, di sfruttamento, di guerra tra umani e di guerra agli ecosistemi noi non la vogliamo più.

«Qui non si tratta di rimettere in moto l’auto, ma di farla poi circolare su nuove strade», ha scritto sul sito di Altreconomia Paolo Pileri, docente di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, evidenziando la necessità di «impostare un futuro nel quale alcune economie terminano il loro corso e altre, davvero sostenibili e civili, si sviluppano prendendo il loro posto» e invitando ad «avere in cima ai pensieri l’ambiente e l’uguaglianza sociale».

Come infatti hanno segnalato innumerevoli studi, il Covid-19, come altri virus che l’hanno preceduto, è strettamente connesso a quella rottura ecologica operata dal modello capitalista a ritmi sempre più accelerati. E in particolare ai tre fenomeni descritti dalla ricercatrice del gruppo ETC Silvia Ribeiro: il sistema degli allevamenti intensivi, con conseguente inquinamento di acqua, suolo e aria (per non parlare del trattamento feroce riservato agli animali); l’aumento delle monocolture per la produzione di mangimi, con un alto impiego di pesticidi; la crescita urbana incontrollata con il suo modello alimentare dettato dalle transnazionali.

Se infatti la concentrazione di animali in sistemi chiusi offre le condizioni più favorevoli per la moltiplicazione di microrganismi patogeni, il modello alimentare dominante ha accentuato la vulnerabilità alle malattie di piante, animali ed esseri umani.

Cosa fare allora se non vogliamo tornare alla “normalità” precedente alla pandemia?

Come Comitato Amig@s MST Italia, indichiamo la necessità – ampiamente illustrata in questo documento – di percorrere in maniera prioritaria tali cammini di trasformazione:

  • La realizzazione di un’autentica Riforma Agraria e Ecologica Mondiale, il superamento del modello attualmente dominante di urbanizzazione selvaggia e in forte crescita, in direzione di un massiccio ritorno alla terra a livello globale (con il necessario corollario, soprattutto rispetto al caso italiano, di un deciso alt alla cementificazione e del raggiungimento del consumo di suolo zero). Una ridistribuzione planetaria delle terre ai piccoli agricoltori, insieme a politiche orientate a recuperare la fertilità del suolo e a sostenere i mercati locali, sarebbero infatti in grado di ridurre della metà le emissioni di gas serra nel giro di pochi decenni.
  • Il passaggio dall’agribusiness alla sovranità alimentare, da un sistema industriale globalizzato degli alimenti – governato dalle imprese e caratterizzato da un ampio ricorso a sostanze petrolchimiche di sintesi e da lunghe catene di trasformazione e di globalizzazione degli scambi – a sistemi alimentari locali nelle mani dei piccoli agricoltori. Un passaggio obbligato, considerando che quel modello di agricoltura industriale – organizzato sotto forma di monocolture sempre più estese e caratterizzato dall’uso massiccio di veleni agricoli (e di OGM) – è alla base dell’impoverimento del suolo, della deforestazione di estese aree rurali, della contaminazione dell’acqua e dell’acidificazione degli oceani ed è responsabile dal 44 al 57% delle emissioni di gas a effetto serra. È contro questo modello che si oppone il programma della sovranità alimentare popolare, basato su una radicale trasformazione in materia di agricoltura e di alimentazione, attraverso la produzione locale per il mercato locale, quella a cosiddetto chilometro zero: una produzione agroecologica di alimenti sani – dunque senza sostanze chimiche e senza OGM – su piccola scala che permetterebbe di rigenerare i suoli, di risparmiare combustibile e di ridurre il riscaldamento globale (da cui l’ormai celebre slogan “I piccoli contadini raffreddano il pianeta”), dando lavoro a milioni di agricoltori. Una sfida che, sul versante del consumo, comporta la rinuncia alla Grande distribuzione organizzata in direzione dell’acquisto di prodotti della gastronomia regionale direttamente dai contadini.
  • Il superamento o almeno una significativa riduzione della produzione e del consumo di cibi di origine animale, tra le principali cause della deforestazione e dell’aumento di emissioni climalteranti. Che, sul versante dei consumatori, significa, come primo passo, evitare, quanto a carni, pesci, latticini e uova, quelli che sono frutto di allevamenti intensivi e/o provengono da altre aree del mondo, soprattutto se già a rischio di disboscamento.
  • La tutela incondizionata dei beni comuni: acqua, terra, semi, foreste, biodiversità e clima, la cui difesa è essenziale per la preservazione di ogni ecosistema.

Crediamo, infine, che mettere in atto queste trasformazioni sia complesso ma, allo stesso tempo, estremamente urgente.

Questo documento, pertanto, non presenta delle proposte già confezionate per il prossimo futuro, vuole essere però un contributo per un’elaborazione comune di pratiche e politiche che devono necessariamente essere costruire collettivamente, attraverso il dialogo con tutti i gruppi, i movimenti e le persone impegnate nelle lotte per la giustizia ambientale e sociale e nella costruzione di un futuro comune possibile.

Comitato Amig@s MST Italia

Hanno collaborato: Chiara De Poli, Claudia Fanti, Marco Gulisano, Antonio Lupo, Benedetta Malavolti, Roberto Masciadri, Giovanni Pandolfini, Pio Positano.